DA SENEGHE IN PROVINCIA DI ORISTANO A CASSINA DE PECCHI, PERIFERIA DI MILANO PER ASCOLTARE MICHELA MURGIA, UN VERO FIUME IN PIENA

Michela Murgia

di Sergio Portas

Michela Murgia l’avevo lasciata a Seneghe questa estate, coi suoi “fastimus” aveva incantato la platea che riempiva “sa pratza de sos ballos” in occasione del “Cabudannu de sos poetas, e me la ritrovo qui a Cassina de Pecchi, fuori da Milano ma fortunatamente sulla linea della metropolitana verde, più in forma che mai. Naturalmente è  con il suo ultimo libro “Ave Mary”(Einaudi 2011), e risponde alle domande di Francesca Murtas che diligentemente ne ha preparate una decina, senza tener conto che Michela è quel torrente senza argini a cui basta dare uno spunto perché disserti irrefrenabilmente su tutto e di più. Uno spettacolo. Il lettore ideale, dice lei, è l’ateo, un cattolico sa in quale gabbia di senso si muove, un ateo ha più problemi. Mi viene da dire che l’ateo ideale debba essere almeno devoto, che so uno che la Bibbia l’abbia letta davvero e magari abbia dato un’occhiata ai libri di Hans Kung o almeno di Corrado Augias , per fare buon uso dell’ateismo come dice l’autore del “Senza Dio” di Giulio Giorello (Longanesi 2010). Comunque sia il libro nasce da un convegno che si svolse ad Austis, uno di quei paesini  alle pendici della Barbagia che è a rischio di cancellazione per salvare le casse desolatamente vuote dello stato italiota, sfiora a stento i novecento abitanti. Provocatoriamente intitolato: ” Donne e Chiesa: un risarcimento possibile?” Visto che per “Chiesa” si intende quella cattolica e segnatamente quella dei “piani alti”, dello stato Vaticano e giù per li rami Cardinali, Vescovi , Monsignori con in testa i Papi, mi verrebbe da rispondere subito: difficile! E anche il libro per la verità sembra rispondere all’unisono ma Michela Murgia si muove dichiaratamente nell’ambito che l’ha vista essere “donna cristiana,animatrice parrocchiale di lungo servizio, tutto svolto nelle file dell’Azione cattolica”. Del resto basta dare un’occhiata a “Nigrizia”, la rivista dei padri missionari comboniani ( anche su internet) e confrontarla con gli editoriali del quotidiano dei vescovi italiani “L’Avvenire” per tacere dell’”Osservatore Romano”, giusto per farsi un’idea della molteplicità d’opinioni che soggiaciono sotto il cappello della parola “Chiesa”.  Comunque sia anche io penso che l’imprinting culturale che riceviamo da piccoli, spesso negli oratori delle parrocchie, ci condiziona nel nostro rapportarci tra uomini e donne e che se ci è stata raccontata una storia “falsa”è giusto tentare di correggerla con la consapevolezza, come scrive Michela, che da essa non esce nessuno se non decidiamo di uscirne insieme. E questo libro serve egregiamente allo scopo, le teologhe ufficiali ne scrivono magari di più profondi e dotti, ma se li leggono fra di loro, ben venga quindi questa outsider che, “mettendosi un paio di mutande di lamiera” ( cito testualmente) ha avuto il coraggio di addentrasi nel  campo minato del simbolico religioso nel femminile, sicuramente meno indagato di quanto sia stato il pensiero femminista vero e proprio. Questa cattolica ma illuminata (Cfr. “Il Manifesto” e qui anche Francesca Murtas) si dice scarsamente interessata dall’opinione ufficiale proveniente dai siti vaticani, che pure col loro giornale l’hanno benevolmente recensita due volte, “mi interessava l’opinione di mia zia, la donna più maschilista che conosco”. Le chiede Francesca: “Come Maria salva Eva?”. Nella lettura popolare Eva è la responsabile di tutte le disgrazie umane, se non fosse stato per lei quel bonaccione di Adamo avrebbe mangiato pere tutta la vita,da qui un senso di colpa potentissimo per quel peccato d’origine che fa emergere la morte dal sonno in cui era relegata e relega le donne in un ruolo che sempre avrà a che fare con la fine della vita. Questa rappresentazione è stata usata dai parroci per centinaia di anni nei loro sermoni per lo più mutati dagli scritti dei cosiddetti padri della Chiesa ( uno per tutti, Tertulliano: “ Tu sei la porta del Demonio! Tu per prima hai disobbedito alla legge divina! Tu hai convinto Adamo…). Prima che un papa ( mi pare PaoloVI) si convincesse che non c’era nulla di male affinché anche le donne cattoliche potessero partorire con l’epidurale, senza sentire dolore, c’è voluta una discussione durata otto anni, che nel testo sacro era scritto chiaro “partorirai con dolore”, il retropensiero a tanta liberalità era dovuto al fatto che “ dopotutto diventerai madre e tanto dovrai pagarla lo stesso”. Maria, la madre di Gesù, è un modello impercorribile, Eva è una di noi, coi suoi mille difetti. Maria non invecchia mai, forse neanche muore. “Nel mio paese d’origine (Cabras ndr.) dove la chiesa patronale è dedicata proprio a questa specifica raffigurazione dell’Assunta, la preghiera popolare afferma senza tentennamenti che “morta no, ma ses dormida, santamente reposende”. Dormida, cioè addormentata”. Non è un caso quindo che gli spot pubblicitari ci presentino sempre dei maschi fighi che “invecchiano bene”, “materassabili” ( testuale), alla Scion Connery che ancora adesso fa la sua “porca figura”anche a ottanta anni passati. Le donne in là con l’età invece sono sempre alle prese con la paura che nell’ascensore si senta l’odore della loro pipì o che la dentiera rimanga attaccata alla torta di noci. Quando quella specie di giornalista che è Vittorio Feltri si mise a scrivere dei pannoloni della Montalcini che avrebbero salvato il governo Prodi nessuno si scandalizzò più che tanto, che i medesimi attrezzi potessero servire a Scalfaro o Andreotti era cosa che non si poteva neppure immaginare, ancorché scrivere. Se la donna smette di essere seduttiva: scompare. La Mary del libro non è Maria, una ragazzina di tredici-quattordici anni a cui si dice (l’Angelo) guarda che rimarrai incinta prima di sposare il tuo fidanzato, in un sistema patriarcale tribale c’era un’unica risposta  a tanto scandalo: la lapidazione. E com’è che i pastorelli di Fatima o di Lourdes vedono questa signora “vestita di bianco” in un alone di luce? E’ una riprova di quanto sia efficace l’iconografia sacra che ci ha accompagnato da sempre, che lavora nel nostro inconscio. Persino padre Pio “si fa venire le stimmate sui palmi delle mani”, perché così siamo stati abituati a vedere il Cristo crocifisso, anche se è noto che i romani inchiodassero le loro vittime sui polsi, che diversamente le mani si sarebbero lacerate e il condannato non avrebbe potuto rimanere appeso alla croce.  Considerato il successo di “Accabadora”, di cui si sta girando un film e che è stato tradotto in 21 lingue, questo ultimo di Michela Murgia viaggia più in sordina. Il mondo cattolico ha reagito con sussiego, recensito con tre firme su “Avvenire”, moltissime le lettere di plauso da parte di suore di clausura e paoline. Certo è tutt’altro che un libro accomodante, chiude con una critica feroce al sacramento del matrimonio.  “Lungi dall’esser uscito tal quale dalle mani di Gesù Cristo, il matrimonio come lo conosciamo esiste da meno di cinquecento anni (1563, Concilio di Trento), neanche un quarto della lunga storia della cristianità (pag.145)”. E ancora: “Gli abusi e la sopraffazione  che le donne hanno subito nei secoli in nome del vincolo sacramentale del matrimonio non sono stati ancora compresi né valutati per intero. Il passo non potrà mai essere compiuto se la riflessione sul matrimonio come sacramento resterà affidata a uomini celibi, sacerdoti e vescovi che del matrimonio conoscono solo gli aspetti deformi che arrivano loro in eco dal confessionale, un luogo dove alle donne si chiede da secoli rassegnazione e sottomissione in nome di Dio” (pag.159). Hans Kung, il teologo svizzero che

portò a Tubinga l’attuale pontefice Joseph Ratzinger, all’università dove era professore ordinario di teologia, scrive su “Repubblica” del 1° ottobre u.s. (Titolo: Manifesto per una nuova Chiesa) a proposito della funzione subalterna che ricoprono le donne nell’ambito della curia romana: “Quanto tempo ci vorrà ancora perché in Vaticano capiscano che è venuto il tempo per la consacrazione sacerdotale, meglio l’ordinazione femminile?”. Michela, alla fine, si è sposata in chiesa, con un padano di Bergamo, non subito però, e a Cabras la critica era forte, né sua zia si decideva a regalarle quel tal corredo ricamato con le sue mani, né sua madre si era mai rassegnata a che fosse andata sposa solo in Comune. Si è sposata in chiesa perché, dice lei, le rivoluzioni non si fanno da soli, e lei vuole iniziare con suo marito. Che questo libro lo sa a memoria.

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