MASCHERE DI CARNEVALE E CULTURA SARDA: LA RICERCA ATTRAVERSO I TESTI POETICI DI BONAVENTURA LICHERI

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di Mario Cubeddu

Carnevale. La tradizione popolare sarda diventa sempre più prolifica e ricca da quando ha cessato di essere viva, vedremo sfilare nelle strade dei paesi e delle città sarde qualche nuova maschera carnevalesca. Di un’ultima riscoperta, non ricordo più di quale paese, si parlava all’inizio dell’estate in un quotidiano sardo. La maschera ritrovata riceveva la benedizione di Dolores Turchi, esperta di tradizioni popolari sarde. Anche quest’ultima maschera sembrava trovasse la sua unica attestazione nell’opera poetica di Bonaventura Licheri. Alcune poesie a lui attribuite descrivono le maschere carnevalesche di diversi paesi della Sardegna centrale. Si tratta proprio delle maschere riproposte al pubblico dalle Pro Loco e da associazioni nate per l’occasione in quegli stessi paesi. Ma cosa sono queste poesie e chi ne è l’autore? Nel 2005 veniva pubblicato a spese della Regione sarda un libro che conteneva un centinaio di testi poetici attribuiti a Bonaventura Licheri. La raccolta era curata da Eliano Cau con l’approvazione e il sostegno del Tenore di Neoneli e del suo leader Tonino Cau che firmava la postfazione. Bonaventura Licheri è noto come uno dei maggiori poeti religiosi sardi. A lui vengono attribuiti da Giovanni Spano e da altri alcune dei testi più belli della poesia religiosa sarda, soprattutto relativi alle sofferenze della Madonna addolorata. Di lui si sapeva solo quello che era stato scritto dal canonico Spano: nato a Neoneli, aveva studiato dai gesuiti, aveva lasciato l’ordine, si era sposato, aveva composto testi di poesia religiosa. Al Licheri dedicava poi una pagina in un suo libro Raimondo Bonu che presentava invece dati totalmente diversi. Costui riprendeva notizie leggendarie sul poeta e ne faceva un padre gesuita vissuto nella seconda metà del Settecento. Avrebbe partecipato alle missioni del famoso padre Vassallo, si sarebbe innamorato di una giovane  di un paese vicino chiamata Cipriana Polla, morta prima di lui per consunzione da amore colpevole, sarebbe morto nei primi anni dell’Ottocento. Ho parlato di notizie leggendarie che Raimondo Bonu avrebbe facilmente potuto verificare. Aveva tutta la possibilità di farlo, poiché era un sacerdote che finì la sua carriera ecclesiastica da Monsignore. Questa verifica è stata fatta da chi scrive in questi ultimi anni e pubblicata da “La Grotta della Vipera” in un piccolo saggio intitolato Poeti ritrovati, poeti inventati. Le tesi da me sostenute confermano in sostanza le notizie fornite dal testimone più antico e autorevole, il canonico Giovanni Spano, e non hanno ricevuto sinora alcuna smentita. Attraverso la consultazione dei Cinque Libri della Parrocchia di Neoneli e dei registri dei Collegi gesuitici della Sardegna conservati presso la sede centrale della Compagnia a Roma è stato possibile arrivare a notizie certe su Bonaventura Licheri, alla confutazione dei dati leggendari e alla comprensione di come la leggenda si fosse originata. Bonaventura Licheri era nato a Neoneli nel 1668, aveva studiato dai gesuiti, aveva lasciato la Compagnia senza terminare gli studi, aveva sposato una vicina di casa di nome Cipriana Polla, era stato Ufficiale di Giustizia nel Barigadu, era morto nel 1733. Raimondo Turtas, autore della monumentale Storia della Chiesa in Sardegna, ha studiato le missioni gesuitiche, ritrovando i nomi di tutti i padri sardi compagni del Vassallo. Tra essi non vi è il nome di Bonaventura Licheri e non poteva esserci, visto che non è mai esistito un padre gesuita di questo nome. Ultimo dettaglio leggendario è quello romantico relativo all’amore peccaminoso e infelice tra il gesuita Bonaventura Licheri e la bellissima Cipriana Polla. Quest’ultima non era altro che la moglie legittima del vero Licheri, non l’amante di un fantomatico padre gesuita di quel nome. Queste note erudite non avrebbero particolare importanza se nel frattempo non fosse scoppiata la “questione delle maschere”. A partire dalla fine degli anni Novanta sono cominciate a filtrare dei testi poetici attribuiti a Bonaventura Licheri a cui veniva attribuito un carattere rivoluzionario. In essi sarebbe stata contenuta la più antica attestazione delle maschere carnevalesche di alcuni paesi della Sardegna centrale. La prima fu quella di Samugheo. Nel 2005 usciva la raccolta completa di cui abbiamo parlato. Di cosa si trattava? Il volume pubblicato con il contributo della Regione sarda e della Fondazione Banco di Sardegna conteneva le poesie scritte dal padre gesuita Bonaventura Licheri durante le missioni in cui aveva accompagnato il padre Vassallo. Il Bonaventura Licheri della leggenda non solo tornava in vita, ma proponeva un canzoniere imponente. La raccolta delle poesie pubblicata da Eliano Cau aveva dei caratteri talmente straordinari che avrebbe dovuto subito attirare l’attenzione dei filologi e dei critici letterari sardi. Per la prima volta si aveva un poeta sardo, per di più religioso, che metteva a nudo la propria anima. Le poesie inoltre erano datate, fatto altrettanto straordinario dal momento che la poesia sarda più antica non  solo non è datata, ma è quasi sempre di difficile attribuzione. La lingua e lo stile di questi testi erano lontanissimi da quelli delle opere sinora note di Bonaventura Licheri; riprendevano quasi tutte lo schema elementare delle strofette del Deus ti salvet Maria. Un grande poeta veniva trasformato in un rozzo verseggiatore. Ma la questione di fondo è evidentemente un’altra: è come trovarsi di fronte alle poesie scritte da un personaggio che non è mai esistito, come se fossimo chiamati a leggere le poesie di Renzo Tramaglino o di Lucia Mondella, i protagonisti de I promessi sposi. Ma se non è stato Bonaventura Licheri, chi ha scritto le poesie pubblicate in Deus ti salvet Maria? A questa domanda possono rispondere solo Eliano Cau e i componenti del Tenore di Neoneli che conservano gelosamente i testi originali. Noi ci limitiamo ad aggiungere che tra i testi falsamente attribuiti al Licheri ci sono una serie di rozzi componimenti che parlano di maschere di carnevale. Queste improbabili poesie sono state per molti paesi l’unico documento su cui si sono basati per inventarsi maschere di carnevale. Sulla loro presunta “riscoperta” sono stati investite energie e risorse pubbliche. Le maschere sarde sono diventate un affare, si spende in termini organizzativi, si spende per i costumi, si spende per portarle in giro per la Sardegna e per il mondo. Ad esse sono dedicati anche due siti che con maggiore o minore serietà si propongono di farli conoscere all’universo mondo. Possono essere autentiche delle maschere basate unicamente su documenti falsi? Può una tradizione popolare fondarsi sull’invenzione fantastica e sulla leggenda? Il campo delle tradizioni popolari nella nostra isola è serio e importante. Ci sono studiosi che vi si dedicano con impegno, ci sono istituzioni create per tutelarle e valorizzarle. E’ evidente che il proliferare delle maschere ha suscitato in molti dubbi e perplessità. Eppure non è bastata la rivelazione dell’inesistenza di “quel” Bonaventura Licheri a far prendere posizione a chi avrebbe avuto il dovere di farlo. Il proliferare delle maschere è diventato un fatto scandaloso. Come tante volte ci è accaduto, alla fine uno studioso non sardo mostrerà su un giornale che il re è nudo e tutto il mondo ci riderà dietro.

Una risposta a “MASCHERE DI CARNEVALE E CULTURA SARDA: LA RICERCA ATTRAVERSO I TESTI POETICI DI BONAVENTURA LICHERI”

  1. Ho ampiamente scritto da tempo (note etnografiche in http://www.mamoiada.org/paese/mamuthones-issohadores/ dove sono raccolti trattati e studi sulle maschere ns e sarde in genere) sul fatto che le maschere ERANO PRESENTI in tantissimi paesi (in tempi remoti, probabilmente, in tutti e dobbiamo farcene una ragione)… La mia “critica” (e non credo di essere solo) è imperniata sul fatto che oggi, purtroppo, stiamo assistendo a riesumazioni di maschere, riti scomparsi da decine di generazioni riproposti in seguito al sentito dire dal nonno che a sua volta lo ha appreso dai racconti dei suoi avi o, addirittura, DA SCRITTI DEL SETTECENTO. Trovo sia un’operazione grottesca, ormai senza senso.
    L’obbiettivo di ritagliarsi una fetta nel circuito turistico-culturale non può e non deve spingere a simili recuperi. Una memoria storica senza la testimonianza diretta del fatto folclorico offre un patetico spettacolo, degradato, privo di quella “anima del popolo” che, invece, ha fatto sì che si siano conservate manifestazioni rimaste costanti nel tempo e giunte sino a noi sia pure con le trasformazioni e le rifunzionalizzazioni operate dalla Chiesa e dagli stessi “attori” col passare dei secoli.
    Sono dell’avviso che le usanze riferite a manifestazioni di una certa importanza etnografica devono essere recuperate purché i ricordi e le testimonianze sulla costumanza riguardino il recente passato vissuto direttamente da chi li menziona e ci siano riscontri plurimi che ne confermino l’uso come tradizione. Diversamente sarebbe degna di nota solo una ricostruzione espressamente museale.

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