MASSIMO COSSU DEL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI ALESSANDRIA E' IL RAPPRESENTANTE PIU' GIOVANE DEL NUOVO ESECUTIVO F.A.S.I.

Originiario di Bonorva, risiede a Tortona (AL), Massimo Cossu è il nuovo segretario nell'Esecutivo della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia

di Massimiliano Perlato

Nel mondo dell’emigrazione sarda organizzata, Massimo Cossu, classe 1974 originario di Bonorva, rappresenta il nuovo è tanto sospirato ricambio generazionale. Nell’ultimo Congresso della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia che si è svolto lo scorso ottobre ad Abano Terme, è il più giovane eletto in Esecutivo. Cossu, è del circolo “Su Nuraghe” di Alessandria e in Esecutivo F.A.S.I. affiancherà la Presidente Serafina Mascia con il ruolo di segretario.

La F.A.S.I. è una bella macchina organizzativa – ci dice – composta da uomini e donne che prima di me hanno rivestito ruoli di rilievo nei propri circoli. So che gli altri componenti dell’Esecutivo mi potranno aiutare a comprendere meglio quello che non conosco e spero, soprattutto, di avere l’opportunità attraverso il lavoro di poter contribuire al rinnovamento.

Cosa vorresti far emergere tramite il tuo apporto? Innanzitutto questa carenza di dialogo tra vecchie e nuove generazione. Credo non si conoscano per nulla, o poco. Sono inoltre convinto dell’importanza di non limitarsi a realizzare delle attività pro-domo-nostra, ma bisogna far emergere il carattere e l’intelligenza dei Circoli intesa non solo come attività produttiva o culturale, ma come elemento collante per far affiorare le peculiarità dell’Isola. Abbiamo delle eccellenze nelle nostre associazioni e le persone che ho conosciuto, a partire dai giovani, hanno voglia di fare.

E quali sono i tuoi obiettivi e programmi? Bisogna avere obiettivi ambiziosi per avere degli ottimi programmi. Mi piacerebbe sviluppare idee che possano attirare l’attenzione della Sardegna sui Circoli, perché nell’isola le nostre attività le conoscono in pochi. Dobbiamo cercare di dare una mano per lo sviluppo e la credibilità della Sardegna. E’ il requisito essenziale del nostro lavoro. Occorre quindi ridurre gli ostacoli e quelle chiusure, anche burocratiche, che molto spesso non aiutano a crescere. E’ necessario sviluppare e stimolare le opportunità che siamo in grado di produrre. Ci vuole determinazione e coscienza delle nostre reali capacità organizzative. Se saremo capaci di cogliere quest’opportunità per programmare obiettivi ambiziosi, potremo contribuire anche al riscatto della Sardegna che non sta certo percorrendo un periodo positivo. Serve fiducia, perché è la fiducia che manca in Sardegna e noi lo sappiamo perché come emigrati, dopo aver lasciato l’isola, è quella che abbiamo dovuto conquistare sia nel rapporto con gli altri, sia guardando interiormente dentro di noi. Serve in futuro programmare il rilancio dei circoli con l’inserimento di forze nuove con proposte che sopportino la loro integrazione.

Parlaci del tuo approccio con il circolo sardo a cui appartieni, ovvero il “Su Nuraghe” di Alessandria e del tuo impegno in quel contesto. Non conoscevo le associazioni degli emigrati sardi. Prioritariamente scartai l’immissione in questa realtà, occupandomi solo del profilo occupazionale. Poi ho conosciuto Efisio Ghiani, il Presidente del circolo. Mi ha invitato a collaborare e mi ha fatto comprendere questa realtà fatta essenzialmente di passione e amore per l’isola. Se oggi faccio parte di quest’associazione, è anche grazie a queste persone che ho imparato a conoscere al “Su Nuraghe”. In particolare al Consiglio Direttivo da lui presieduto che mi ha dato i margini e lo spazio necessario per operare. Ho iniziato in modo soft, in punta di piedi. Proponendo, da consigliere del direttivo, alcune attività: organizzando seminari teatrali (tutt’ora ve ne è uno attivo) o alcune presentazione di libro. Poi, ho rivestito il ruolo di coordinatore giovanile della circoscrizione nord-ovest fino al Congresso di Abano Terme.

Massimo con l’umiltà che ti contraddistingue, raccontaci della Tua Sardegna che ha abbandonato da diversi anni. A Bonorva vive la mia famiglia e lì ho imparato a conoscere in termini di tradizioni e cultura popolare la Sardegna: donne che si radunavano a fare il pane per la settimana, i dolci per le feste, le Ardie, le processioni sotto il sole infuocato, la tosatura delle pecore. Non manca la conoscenza di uomini saggi e semplici e l’affascinante incontro con i poeti improvvisatori. Una terra di poeti la mia, ma anche di cavalieri, di persone generose che nel loro piccolo hanno reso “grande” l’isola. Un luogo circondato dal fascino della vallata dei nuraghi e dalle Domus de Janas: posti incantevoli. Da bambino ho appreso tutto questo. Poi mi sono trasferito in città per gli studi universitari in giurisprudenza.  Ricordo le mie estati da dopo scuola senza mare ma alla ricerca di qualche lavoretto per avere due soldi in tasca e non pesare economicamente su nessuno. Ero sempre alla ricerca dell’autonomia per crescere come uomo. Sono orgoglioso per carattere da buon figlio di quella terra che mi ha visto crescere e partire. Fin da ragazzino dicevo che me ne sarei andato da quella terra meravigliosa, perché ho sempre pensato a quanto ci si sentiva limitati a non avere la possibilità di un confronto con chi ha altre vedute, altri stili di vita. Poi passò totalmente la fantasia alla partenza, fino a quando un bel giorno di settembre, messe due valigie in auto, mi avvicinai a casa dei miei genitori per “ingannarli” su una futura vacanza. Naturalmente mentivo. Mentivo a me stesso e “proteggevo” i miei genitori da quel commiato cosi naturale che si doveva plasmare. Loro avevano capito tutto senza che io elaborassi chissà quali pensieri e non mi dissero nulla, accettando la mia scelta responsabile. Cosi me ne andai dalla Sardegna. Con l’immagine ferma sullo specchietto retrovisore del mio paese e le voci del saluto dei miei che echeggiavano e tutt’ora mi risuonano dentro.

Come lo hai vissuto questo distacco?  La Sardegna è straordinaria. E’ casa mia. E’ la mia vita. Ma bisogna essere “scelti” da quella Terra per rimanerci, per stabilirsi, per trovarsi in pace con tutte le contraddizioni che la caratterizzano. Si soffre a fare delle scelte del genere, non vi è dubbio; perché lo sradicamento dalle proprie radici non ha prezzo. Credo sia importante avvalersi di grande coraggio e un pizzico d’intelligenza per seguire altri percorsi, quale è quello che ti porta ad emigrare.

Paure e speranze che ti hanno accompagnato in questo importante passo. Se vado a considerare le paure non mi sarei mosso da Bonorva, mai. La paura è figlia delle nostre debolezze e fragilità e sicuro non aiuta a diventare uomini. Le paure ci limitano a non abbracciare nuove prospettive di confronto e, se si radicano nell’animo e nei sogni, si ha solo il timore di non andare avanti. Occorre lottare sempre, a denti stretti, e avere il coraggio di giocarsi tutto, mettendo in conto anche gli errori.

Come sei stato accolto ad Alessandria? La mia città è umanamente fredda, a tratti anche staccata dalla realtà sociale: un pò diffidente, un pò chiusa. Per conosere delle persone mi ero iscritto ad un seminario teatrale all’Università per la seconda laurea ove sono attualmente iscritto. Poi il lavoro mi assorbe molte energie e tempo. Comunque, ci vuole tempo per conoscere la città che ti ospita.

Chiudiamo Massimo. Cosa vuoi lasciare come testimonianza finale? Questa bellissima poesia del poeta Giovanni Fiori di Ittiri (SS), che mi è stata donata durante l’estate, quasi un’anticipazione a questo ruolo in F.A.S.I. e che voglio condividere con tutti. Dice:

Custas sun sas ricchesas de abberu…               Queste sono davvero le vere ricchezze…

Duncas, beni! Ispamàrria sas giannas                Dunque, venite! Spalancate le porte

a bolos altos, a bideas mannas                         e voli alto, con grandi idee

tue ch’as pensamentu anima e seru                   tu che hai pensieri anima e sentore

 

E tando in custa terra incantadora,                     E allora in questa terra incantata

appagada in bellesas e in suores,                      appagata in bellezze e suoni,

han a bider sos fizzos benidores                        vedranno i nuovi figli che verranno

su sole risulanu ‘essire ancora.                          Il sole regnare ed uscire ancora 

Quindi concludo dicendo che, se questo è davvero su tempus benidore, bisogna avere la capacità di guardare lontano e di volare alto… a bideas mannas. Dunque mostriamo le nostre ricchezze e le nostre bellezze, senza avere paura.

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