LA TESTATA FOTOGIORNALISTICA "FUORITEMA", OVVERO LA SARDEGNA DI CHI STA DALLA PARTE SBAGLIATA

nella foto Luisa Siddi

di Sergio Portas

Vi ricordate Jessica Rabbit, l’indimenticabile moglie  del coniglio Roger, nel film d’animazione uscito nel 1988 (Chi ha incastrato Roger Rabbit) mentre sussurra la sua celebre battuta: “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Parafrasandola, della Sardegna nostra si potrebbe dire:” Non è tutta sole e mare smeraldo, è che te la descrivono così”. E se ai sardi che la abitano non dovrebbe esserci bisogno di precisarlo, ma non è così scontato, ai continentali, intesi come europei, ci stanno pensando questi di “Fuoritema”,  una testata fotogiornalistica che nasce a Cagliari e, cosa non da poco, interamente autofinanziata. Oggi sono qui a Milano in questo anomalo inizio di ottobre al circolo ARCI  “Scighera”, che solo vent’anni fa avrebbe fatto onore al suo nome ammantandosi di nebbie serotine: come scrive Caterina Sangalli Bassi: “Scighera spessa in la Brianza bassa/ che sconde il so e quatta -giò  tuscoss,/ scighera  che te bagna tant l’è grassa,/ marsciss i foeuj e la sfregiss i oss.” (Nebbia fitta nella bassa Brianza/ che nasconde il sole e copre tutto,/  nebbia che ti bagna tanto è densa/ marcisce le foglie e raffredda le ossa.) Per inciso alla Scighera si tengono corsi tipo larinciunferarillallero , canto popolare per bambini e genitori (80 euro) ma anche bevute guidate di vini autoctoni, solo 65 euro e i vini ce li mettono loro. Ci sto pensando. I cagliaritani di “Fuoritema” sono al loro terzo numero di questo quadrimestrale che nasce nel dicembre del 2010. E’ Luisa Siddi che parla, intorno a un tavolo basso, i convenuti alla mostra fotografica appesa a una delle pareti della struttura che ci ospita seduti a semicerchio, i più con in mano un bicchiere di birra. Lei si autodefinisce fotogiornalista, è il “direttore responsabile” della pubblicazione, cinque anni fa a Cagliari ha già messo su un’associazione culturale ( insieme a Carlo Cioglia) che, copio dal sito internet, “intende offrire spazi, strumenti e occasioni di dibattito e confronto tra i soci sui temi della fotografia analogica e delle arti visive… nella consapevolezza che la fotografia possa essere strumento di animazione sociale e di stimolo creativo individuale”. A questo proposito nel giornale che dirige c’è sempre una foto che, in sintesi estrema, racconta tutto, è a suo modo una sorte di “scatto etico” alla maniera che intende Uliano Lucas, uno dei grandi fotoreporter del nostro tempo. E’ capitato in redazione da noi, dice Luisa, e, tra un cannonau e l’altro, ci ha regalato due ore di chiacchiere sul senso del suo lavoro, della scelta di fare dell’impegno sociale il tema di fondo della sua opera, dal forte contenuto simbolico. Magistrali le sue istantanee che hanno raccontato le guerre della ex Jugoslavia, i cecchini di Serajevo. Noi abbiamo cercato di lavorare seguendo una direttrice analoga, anche nella scelta dei materiali, dando la preferenza a un tipo di carta “uso mano” anziché a quella patinata. Macchine  di tipo analogico, non digitali, coi rullini che si sviluppano e foto che si stampano usando i “vecchi” sali d’argento, privilegiando quindi il bianco e nero e gli infiniti toni di grigio che alla fine riescono ad unire i due duali estremi cromatici, sorta di parallele che si incontrano nell’infinito di una camera oscura. Che il fotografo debba essere persona colta non potevamo dubitare, tante sono le storie che devi leggere se vuoi pretendere di narrarne delle tue, anche con un solo scatto. Unilaterale naturalmente, che infiniti sono anche i punti di vista, salvo il dovere intellettuale di dire prima da che parte scegli di stare che, come ogni giornalista di rispetto sa bene,  l’obiettività è una chimera che nessuno è ancora riuscito a cogliere, altrettanto è  per la fotografia. Obiettivo dichiarato, si legge nell’editoriale del numero uno – è di manipolare sottilmente le coscienze. Vorremmo introdurci, di soppiatto, tra letture amplificate, fotografia voyeuristica e assunti incrollabili, raccontando solo storie che conosciamo da vicino, senza pretese di  obiettività. E allora si va a fotografare a Furtei, e il disastro ecologico che la miniera d’oro sfruttata e abbandonata con le sue piscine tracimanti cianuri ti si offre dinanzi ti rimanda  a un paesaggio lunare. E poi a Quirra, dove finalmente una cortina di silenzio durata cinquant’anni sta svelando i misteri che soggiacciono a percentuali di ammalati di cancro, in seno alla popolazione residente, che sono cento volte superiori alla norma nazionale. E vedi quegli animali che pascolano vicino ai crateri lasciati dall’esplosione di ogni sorta di ordigno, che qui le nazioni d’Europa da sempre sperimentano la potenza distruttiva di armi più micidiali di ogni tipo, lasciando i proventi d’uso del poligono militare non già alla regione che soffre di tali  servitù, ma andando a rimpinguare i bilanci del ministero della difesa. E nascono gli agnelli con due teste. In questo ultimo numero di “Fuoritema” si parla e si fotografa sui quattro radar di profondità, gestiti dalla guardia di finanza e altri undici previsti lungo il perimetro delle coste sarde. Sono quelli del presidio di Capo Pecora che, previo un breve corso di fotografia su pellicola, raccontano da sé le ragioni e i giorni della lotta (per approfondimenti: http://noradarcaposperone.blogspot.com). Massimo Coraddu, che di mestiere e di aspirazione sarebbe ricercatore fisico, ma che oggi insegna informatica e matematica nelle superiori di Cagliari, ci racconta della diffidenza che ha cercato di inculcare alla gente del comitato anti- radar nei confronti dei cosiddetti “esperti in camice bianco”, lui compreso. Dell’indispensabile necessità di pensare con la propria testa, sopratutto per le cose inerenti il territorio che si ha la fortuna di vivere. Maria Stella Granara, che ha curato l’esposizione delle fotografie vive qui a Milano ed è tabarchina di origine, si emoziona nel parlare della Sardegna, delle foto esposte dice che non sono “belle” in senso estetico ma sono “vitali”: solo una fotografa sudafricana che abita una barracopoli di Città del Capo è capace di rimandarci in toto il senso del vivere quotidiano anche in un ambiente tanto socialmete degradato.  Mi scordavo di dirvi che la rivista ha i testi a fronte degli articoli, delle didascalie, tradotti in inglese. E anche un inciso sardo come MI SEU SALVENDI “it literally means I am saving myself”. Se ne tirano dalle 500 alle 2000 copie, il gravosissimo problema della distribuzione è risolto, per ora, col volontariato e col passaparola. Anche per quanto riguarda la distribuzione all’estero. E l’80% degli abbonati sono o nel nord Italia o nel nord d’Europa. Insomma alla faccia della crisi la redazione ha ritenuto di potersi permettere il privilegio  di non tagliare il numero delle pagine, che anche per questo terzo numero sono ben settantadue, il tutto alla modica di cinque euro. Gli unici servizi firmati sono dei collaboratori che percepiscono una retribuzione. E ultimo ma non meno importante: non c’è un briciolo di pubblicità. Tutto si regge sulle emozioni che testi e fotografie sono capaci di suscitare in chi sfoglia la rivista che, credete a uno che praticamente vive di carta stampata da sempre, è davvero notevole per concezione grafica e stilistica e di contenuti. Qui a Milano la mostra titolava: Fuoritema: la Sardegna di chi sta dalla parte sbagliata, nella presentazione che ne ha fatto la Scighera si poteva leggere: “Storie di viaggi e di approdi, di evasioni e confini, di terremoti delle anime, di bavagli e sopravvivenze raccontate con voce collettiva. Fuoritema ha scelto da che parte stare, consapevole di stare dalla parte sbagliata, ma – diceva qualcuno-dalla parte giusta i posti erano tutti occupati.” Luisa Siddi usa parlare con toni di voce soffusi, sovrastata delle grida di gioia della figliola di Maria Stella che di là gioca a bigliardino, ma condisce i suoi scritti con tocchi di autentica poesia e questa sua scommessa editoriale è un microfono tutto aperto, capace di urlare ch
e un’altra Sardegna è possibile, tocca ai sardi saperla riconoscere e sapersela immaginare, lei per ora  ne mette in luce uno scorcio, magari non il più esaltante ma non per questo meno vero, al fine di poterlo cambiare. Anche noi, con la redazione di Fuoritema, vorremmo essere partecipi di questa utopia e, diciamocelo come fanno loro, non abbiamo nulla da perdere.

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