ALFONSO GATTO, LA LIRICA "EPIGRAMMA SARDO" E LE PROSE DEL VIAGGIO IN SARDEGNA DEL 1955

Alfonso Gatto
Alfonso Gatto

di Paolo Pulina

 “Funerale in Sardegna” (per comodità del lettore si ripropongono i versi  qui di seguito)  è una delle due liriche (l’altra  si intitola “Epigramma sardo”) ispirate ad Alfonso  Gatto (Salerno,  1909 – Grosseto, 1976) dal viaggio in Sardegna del 1955 come inviato del settimanale “Epoca” e pubblicate  nella raccolta “Osteria flegrea” (Mondadori, 1962; introduzione di Carlo Bo, con una nota dell’autore, collana “Lo Specchio”).

 

Funerale in Sardegna

 

Ad Aritzo la povera montagna

è povera e montagna con sé sola,

la morte è morte se scende la sera.

Nella conferma è il dubbio che la voce

sillabando col passo il passo affretti

la carica dei vólti, segna il vólto

di chi solo con tutti a tutti è solo.

Il paese deserto ha stanza eterna

nel suo silenzio, vi tentenna Dio.

Il grido è tanto alto che non s’ode.

(Alfonso Gatto)

 

In un precedente intervento ospitato in questo Sito ho dato alcune informazioni di contesto per meglio far comprendere l’origine e il significato di questa poesia.

Continuando la mia ricerca, ho consultato il volume di Gatto  “Diario di un poeta”, pubblicato postumo per le cure di Francesco D’Episcopo (Napoli, ESI, 2001) e lì ho trovato due annotazioni  preziose, in quanto aiutano  nell’interpretazione dei versi  di entrambe le composizioni di argomento sardo.

Scrive Gatto nella prima di queste due note (a pag. 22): «In piccoli paesi, ove mai avrei pensato di fermarmi, mi capita spesso di dover passare una notte.  Solo nella stanza d’albergo, me ne dico il nome: una volta fu Rebbio [in realtà, Robbio! ndr], ricordo, in Lomellina; un’altra volta Villa Minozzo sull’appennino reggiano, e ancora Aritzo in Sardegna, Latte al confine dopo Ventimiglia. Vorrei dirmi, “che ci sto a fare?”, ma tralascio di considerare la leggerezza che mi dispone al viaggio, a qualunque viaggio. L’azzardo di mettere piede in un paese ignoto, che è ancora e solo un nome, ogni volta mi tiene sveglio a immaginarmi sulla latitudine della terra e delle carte geografiche. […]». (Un passo quasi identico,  con la citazione delle stesse località,  compare  nell’altro volume di Gatto “La pecora nera”, anch’esso uscito postumo per le cure di Francesco D’Episcopo, Napoli, ESI, 2001).

 

 

 

 

 

La seconda delle due note di Gatto  (a pag. 81) è un aforisma che  si applica sicuramente a “Funerale in Sardegna” ma soprattutto all’altra poesia “sarda” che  ha per titolo, come abbiamo detto,  “Epigramma sardo”: «Non c’è solitudine più alta che quella del vento improvvisamente “sparito”».

 

Epigramma sardo

 

Conoscere giustizia è confermare

la pietra asciutta del suo grigio, azzurra

sotto la vòlta d’altre pietre rare.

Nel contesto dell’aria ora si ascolta

l’aria sparita e l’aria che dispare.

Il nuraghe, la nurra, il fuoco asciutto

del vento visionario, nel formaggio

secco dei denti legano il pastore

alla giustizia della pietra, al lutto

del suo primo rancore. E guarda il mare,

il mare senza viaggio.

                                    Giusto è tutto

il suo nulla di pietra, giusto il cuore

a conferma di sé come la forma

del pane nella scorza. Dai millenni,

nella calce gremita del suo secco

origliare perpetuo, nell’alterco

degli occhi, la miriade dei cenni.

(Alfonso Gatto)

 

Abbiamo già detto che due dei servizi giornalistici scritti da Gatto  per “Epoca” si intitolavano “Millenni di pietra: i villaggi nuragici” e  “Da Aritzo a Desulo. La Barbagia di Belvì”. Abbiamo già segnalato  che nel volume “Napoli N.N.” (Vallecchi,  1974) Gatto ha pubblicato, nella sezione “Diario sardo”, alcuni frammenti in cui si rincorrono i nomi dei luoghi sardi (specialmente barbaricini) visitati o evocati: I geni del luogo (Nuoro, i nuraghi degli altopiani barbaricini); Una vedova (Làconi, Aritzo, Tonara);  Pane e formaggio (l’alimentazione  del pastore);  Parole di ragazzi (Aritzo, Barbagia di Belvì); Una donna di Desulo (Aritzo,  Desulo, Tonara, Barbagia); La meraviglia (i costumi delle fanciulle della Barbagia).

I titoli  di prosa  (giornalistica e no) citati lasciano intuire il collegamento con  i contenuti di questa poesia. Come abbiamo visto precedentemente per il capitolo “Una donna di Desulo” (che “spiega” l’ambiente  e l’occasione che ha ispirato “Funerale in Sardegna”) anche questi  testi prosastici,   letti contestualmente ai versi di questa lirica, ne illuminano il senso.

Gli articoli per  “Epoca” sono ripresi  nel  volume fotografico  di Mario  De Biasi “Viaggio dentro l’isola”, con testi di Alfonso Gatto e di Giuseppe Dessì e con commento di Bachisio Bandinu (Ilisso, 2002).

La consultazione di due pubblicazioni realizzate dal Centro Manoscritti dell’Università di Pavia (dove sono conservate molte carte autografe del poeta,   scrittore e giornalista) consente di soddisfare alcune curiosità bibliografiche di interesse per i lettori sardi.

Dalla accuratissima  “Bibliografia di Alfonso Gatto” a cura di Marta Bonzanini e Annalisa Gimmi  (Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2009, pagine XVI, 429) apprendiamo che “Il lungo viaggio di Marcello Serra” pubblicato come  prefazione alla seconda edizione del fortunato libro di Marcello Serra “Sardegna quasi un continente” (Cagliari, Maga, febbraio 1989, vol. II, pp.7-8)  era uscito come prosa di viaggio (titolo originario: “Viaggio in Sardegna con Marcello Serra”)  il 16 gennaio 1959 sul “Giornale del Mattino”, quotidiano di Firenze. 

Dal “Catalogo delle lettere ad Alfonso Gatto, 1942-1970” (depositate  presso il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia), a cura di Gianfranca Lavezzi e altri; premessa di Graziana Pentich, Pavia, 2000, pagine XXIX, 296, veniamo informati: 1) che il 29 marzo 1956 Giovanni Angelo Carta scrive da Oristano a Gatto congratulandosi per il Premio Bagutta, augurando Buona Pasqua e rievocando la conoscenza avvenuta nell’agosto precedente durante una traversata Cagliari-Napoli; 2) che l’8 aprile 1967 da Cagliari lo scrittore Antonio Cossu  ringrazia Gatto per la bellissima conferenza [si riferisce alla presentazione del volume di Cossu “I figli di Pietro Paolo” – Vallecchi, 1966 – della quale è conservato  il testo dattiloscritto con varianti presso il Centro Manoscritti di Pavia]; dà notizie dei riscontri alla radio e sulla stampa locale.

Il testo della conferenza di Gatto – aggiungiamo noi –   risulta essere stato pubblicato, col titolo “Il bisogno di un domani in movimento in una terra ancora ferma ai proverbi”,  nel quotidiano di Cagliari  “L’Unione sarda”, il 18 aprile 1967.

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