ALFONSO GATTO E IL SUO VIAGGIO IN SARDEGNA DEL 1955: UNA DELLE SUE DUE LIRICHE ISPIRATE DALL'ISOLA

ritratto di Alfonso Gatto
ritratto di Alfonso Gatto

di Paolo Pulina

Beniamino Ghiani, del Circolo “Nuova Sardegna” di Peschiera Borromeo (MI), dopo avermi chiesto delucidazioni  in merito alla poesia “Sardegna” di Vincenzo Cardarelli, torna alla carica e,  facendo riferimento al mio intervento intitolato “Su Salvatore Quasimodo e la Sardegna, ci dicono tutto  Sergio Di Giacomo e Rosalma Salina Borello”, osserva: «Non sono un esperto e spesso non riesco a capire le poesie. Solitamente quindi leggo con attenzione i commenti. “Spiaggia a Sant’Antioco” di Quasimodo a me pare terribilmente tetra. Gradirei una sua impressione, Dott. Pulina».

La prof.ssa  Salina Borello  nel testo di commento che io ho già riportato parla di «connotazione macabro-funerea del paesaggio marino di “Sardegna”» e quindi l’impressione di Ghiani  (si tratta di una composizione  «terribilmente tetra») è naturalmente giustificata. 

Direi a Ghiani e ad altri che avessero lo stesso approccio alla poesia di leggere con attenzione non solo i testi critici di interpretazione-inquadramento delle poesie ma soprattutto i versi che le costituiscono.  Bisogna tenere conto però che il linguaggio poetico non è solo denotativo (non rimanda solo al significato vero e proprio delle parole)  ma  anche e soprattutto connotativo (bisogna quindi considerare l’insieme di rimandi emotivi, di suggestioni, che quei termini  suscitano a seconda della figura retorica in cui si sostanziano, del contesto, della sensibilità del lettore, del suono delle parole lette ad alta voce, ecc.).

Nella rassegna che questo Blog gentilmente ospita,  a me  interessa soprattutto raccogliere le poesie che grandi poeti non sardi hanno dedicato alla Sardegna. Sinceramente non immaginavo che i siti Internet dei Comuni (città e paesi), che hanno ispirato questi testi di notevole valore estetico oltre che documentario,  li ignorassero.

Il sito del Comune di Siliqua (paese citato da Quasimodo in “Sardegna” ma Vincenzo Cardarelli, nella sua composizione “Sardegna”, fa riferimento al castello del conte Ugolino che è nel suo territorio) ricorda che «il grande poeta Salvatore Quasimodo colse la bellezza del paesaggio di Siliqua, tanto che gli dedicò una lirica dal titolo “Sardegna”» ma si guarda bene dal pubblicare i versi e dal darne una parafrasi dal punto di vista di chi quel paesaggio sicuramente lo conosce meglio di un occasionale visitatore “forestiero”.

Per quanto riguarda “Spiaggia a Sant’Antioco” silenzio del sito Internet del Comune, testo della poesia in http://forum.gsgonnesa.it e questo post lasciato da un certo Luciano: «Quasimodo passò anche dalle mie parti, in Sardegna, e lasciò una poesia (“Spiaggia a Sant’Antioco”) che a me piace molto, perché rende perfettamente quello che per me era il più bel posto del mondo: la spiaggia di Is Pruinis (Le polveri) ».

Occupiamoci adesso di un altro  grande poeta nazionale: Alfonso Gatto (Salerno,  1909 – Grosseto, 1976).

In un poco conosciuto “Diario sardo”, raccolto insieme ad altri scritti nel volume “Napoli N.N.” (Vallecchi,  1974), lo scrittore, poeta e giornalista Alfonso Gatto, che nel 1955 curò una serie di servizi sulla Sardegna per il settimanale “Epoca”, ha pubblicato alcuni frammenti in cui si rincorrono i nomi dei luoghi sardi visitati o evocati: Il vaporetto (Olbia, Palau, La Maddalena); Il Limbara (Tempio, il Limbara, Aggius); I geni del luogo (Nuoro, i nuraghi degli altopiani barbaricini); Una vedova (Làconi, Aritzo, Tonara);  Pane e formaggio (l’alimentazione  del pastore);  Parole di    ragazzi (Aritzo, Barbagia di Belvì); Una donna di Desulo (Aritzo,  Desulo, Tonara, Barbagia); La meraviglia (i costumi delle fanciulle della Barbagia).

Quel  viaggio in Sardegna per “Epoca” ispirò a Gatto  due liriche. Vediamo però prima il lavoro giornalistico dell’inviato. Sul settimanale, per la serie “L’Italia che non conosciamo”,  uscirono questi servizi:  “Gli inglesi hanno scoperto Alghero” (10 luglio 1955); “La Barbagia di Belvì” (17 luglio 1955); “Millenni di pietra: i villaggi nuragici” (24 luglio 1955); “I fari parlano” (31 luglio 1955).

Leggo in una scheda relativa al volume fotografico  di Mario  De Biasi  “Viaggio dentro l’isola”, con testi di Alfonso Gatto e di Giuseppe Dessì e con commento di Bachisio Bandinu (Ilisso, 2002): «Questa pubblicazione è dedicata al lavoro scaglionato in più tappe temporali, dal 1955 agli anni recenti, che il fotografo Mario De Biasi ha dedicato alla Sardegna. Nel suo primo viaggio nella “terra del rosmarino” Di Biasi presta il suo occhio a un giornalista d’eccezione, il poeta Alfonso Gatto; insieme, realizzano nell’isola una serie di servizi sui fari  dell’Asinara e di Capo Caccia; su Tempio Pausania, Alghero, Sassari, Bosa, Cabras, Oristano, Cagliari; a più riprese si portano poi in vari altri centri dell’interno e delle coste della Sardegna, come Oliena, Orgosolo, Ghilarza, Desulo, Tonara, Aritzo, Arbatax, Baunei e numerosi altri. Alla fine  raccolgono materiali oggi di inestimabile valenza documentaria, come il folto gruppo di immagini su Desulo (Gatto le commentò su “Epoca” con toccanti scritti che il  volume riporta, assieme ad altri, fra gli apparati) o dei campi di grano appena fuori Cagliari, e ancora Oristano, una Sassari neorealista del dopoguerra, un’Alghero dotata di aeroporto perciò già meta del turismo inglese che “l’ha scoperta”».

Passiamo ora alla prima delle due poesie di  argomento sardo, intitolata “Funerale in Sardegna”.

La presentiamo  con una breve  introduzione reperibile nel volume che Bortolo Pento ha riservato ad Alfonso Gatto (Firenze, La Nuova Italia, “Il castoro”, n. 63, settembre 1976):  «A proposito del paesaggio […] ricompare in questa raccolta di liriche, “Osteria flegrea” (Mondadori, 1962), anche più acuita, più sapientemente utilizzata, quella capacità di spiritualizzare, pur sulla scorta di dati e di riferimenti concreti, una qualsiasi geografica realtà, specie se incorporata nel Sud. Il  paesaggio viene restituito, non tanto nel suo volto fisicamente appercepibile, quanto piuttosto nell’orditura remota di quel che chiamiamo l’inesprimibile: la metafisica verità dei luoghi. A integrarne la metafisica dimensione concorrono gli uomini che popolano quei luoghi, conferendo loro un senso, un sapore nettamente e talora drammaticamente umano:  anche i personaggi sono rifusi nelle cose circostanti, nella spiritualità e nella sorte dell’ambiente. Ciò è avvertibile in più persuasiva misura là dove Gatto si sofferma ad ascoltare l’occulta parola, a decifrare l’anima segreta dei paesi – borgate e regioni – del Sud. E sono visioni di uomini primitivi, di piccole moltitudini sprofondate in un silenzio e in un tempo remoto. Un tempo anch’esso di favola. Una nera, una amara favola. Ne emerge il sentimento e quasi l’immagine di un’ ancestralità arcana, di un atavismo che è misteriosa vicenda del sangue, di esistenze consumate nell’anonimo e in una legge perenne di fatica, di assenza. Si legga  “Funerale in Sardegna”».   
 
Funerale in Sardegna
Ad Aritzo la povera montagna
è povera e montagna con sé sola,
la morte è morte se scende la sera.
Nella conferma è il dubbio che la voce
sillabando col passo il passo affretti
la carica dei vólti, segna il vólto
di chi solo con tutti a tutti è solo.
Il paese deserto ha stanza eterna
nel suo silenzio, vi tentenna Dio.
Il grido è tanto alto che non s’ode.
(Alfonso Gatto)
 
Ci aiuta a comprendere il senso di questi versi il citato frammento dal titolo  “Una donna di Desulo”. Ne riportiamo un brano: « […] Nel giorno del lutto, al crepuscolo,  quando il paese si fa deserto, le donne aprono il funerale, issando la grande croce, esse che  per prime hanno dato requie ai morti, rimanendo sulla terra a custodire la casa e i figli.  La Barbagia non ha un pianto visibile, il dolore è un segno più profondo e più calmo, una dignità che bisogna anche meritare. Così, nel rispetto di sé, le vedove giovani sembrano ritrarsi dalla vita e riavere la castità delle vergini. A Aritzo, quella sera, s’udiva passare il vento. Lasciava un silenzio più grande di quello che il nostro cuore riusciva a contenere, quasi un raccapriccio».
A “Funerale in Sardegna”, nella raccolta “Osteria flegrea”, segue un’altra poesia riguardante la Sardegna.  Ma di “Epigramma sardo” ci occuperemo in una prossima occasione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *