OLTRE OGNI DIVISIONE, LA CULTURA DELLA VITE E' STORIA DI UN POPOLO


di Marcello Fois

Gli uomini eretti, con lo sguardo verso l’alto e le gambe tornite e veloci, non si scordarono di quando ancora camminavano curvi, neanche ora che si era passati dall’era dell’olfatto, a quella della vista. Nascondersi al predatore fu anche prevederlo, mantenere la distanza giusta perché non fosse letale. Nei primi villaggi sulla riva dei fiumi, che portavano acqua e terra fertile, riconobbero la mentuccia, e capirono che le piante, come gli uomini, hanno una stagione, e quindi concepirono un modo per far sì che il ricordo di quando soli, o in piccoli gruppi, vagavano nel nulla infinito dell’infanzia della terra, non andasse disperso. Come neonati passarono dall’olfatto al gusto: assaggiarono con la punta della lingua il frutto aspro di quella pianta sconosciuta, specializzando le papille ad archiviare i sapori. Capirono che, assaggiato in periodi diversi, quello stesso acino cambiava sapore e colore. Ecco… tutto giungeva dall’osservazione: la bestia cacciata esposta all’aria, se non cotta, diveniva immangiabile, puzzolente. Così quelle bacche, staccate dalla pianta e conservate, avvizzivano e fermentavano, producendo un succo odoroso e ribollente. Il primo vino, che allora ancora non aveva un nome, fu quel succo. Aveva un sapore e una conseguenza. Soddisfaceva la sete e il piacere. Come la ruota che si opponeva alla fatica e il fuoco al freddo e alle fiere, così quel succo dava una contezza di sé che nessuno aveva mai provato prima. L’ebbrezza tra l’Hibris e il volo mostruoso di Icaro. Così e sempre: accanto alle basi del nostro conoscere albergava l’intento di contravvenire alla maledizione della sofferenza. Con le cose quegli uomini dovettero sperimentare l’opposto delle cose: il pericolo della velocità dei primi carri difficili da guidare; l’orrore di avvicinarsi troppo alle fiamme; l’irresponsabile procedere dell’ebbrezza. Anche di quello dovettero occuparsi i nostri padri perché non fosse necessario che fossimo noi ad occuparcene. C’era modo, si chiesero i primi di noi, di ricreare quel fenomeno, quel fermento saporoso che, incidentalmente, avevano assaggiato intingendovi la punta del dito e poi avevano trangugiato a sorsi direttamente dalla pietra incavata dove si era formato?  Si poteva. E si poteva lavorarlo in modo tale da prevenirne le muffe che lo aggredivano, da riuscire a conservarlo intatto e renderlo trasportabile. Ecco: arrivò prima il recipiente o la necessità del recipiente? La olla o la brocca furono fatte per l’olio e per il vino o viceversa? L’osservazione di ciò che organico prelude alla costruzione dell’inorganico? Il fuoco nacque prima del forno e il carro dopo la ruota. E questo basti. Il Padre Noè seminò un’intera vigna, attese che desse frutti, ne fece il vino e si ubriacò. E questo basti. Come giunse, mille e più anni prima di Cristo, il primo seme nell’Atlantide possibile o presunta, è difficile da dirsi. Forse attraverso un uccello marino che si fosse cibato d’acini nell’altra sponda; forse attraverso il frutto acerbo su un tralcio restato a galla fino alla sponda ventosa; forse viaggiando al sicuro incastrato sotto al sandalo di un mercante fenicio. Ecco quell’unico seme trova la terra. Ed è terra adatta, secca, ma non arida, ventilata, illuminata, assolata. Un’isola perfetta, tanto antica, da essere ormai esperta di tutto, quando il mondo circostante sta solo nascendo. Una terra dove svettavano torri in pietra e villaggi rotondi come le forme della Madre. Un corpo asciutto, muscoloso di granito, già sapiente di ogni sapienza. Che aveva allevato un popolo di costruttori viaggiatori, dalle braccia forti e mente aperta. Che conoscevano l’aratro e la nave, la pietra e le sue forme. Che danzavano in cerchio, conoscevano la consonanza degli astri e sapevano riprodurla con la voce. E’ possibile perciò che la vite sia giunta, in quella terra, che oggi chiamiamo Sardegna, per volontà perfetta, perché un guerriero costruttore viaggiatore, vedendola oltre mare, ha deciso che se quella pianta non aveva conosciuto la sua terra magnifica, non aveva conosciuto nessuna terra. E magari, come Prometeo col fuoco, ne strappò una parte per piantarla al suo villaggio, sulla piana, al riparo dai venti. Eravamo abbastanza attrivios da farlo, da pensare che nella Terra Antica quel seme nuovo poteva esprimere il meglio di se stesso. Era ebbrezza in forma di sangue, altro appassionante fluido che sapeva rappresentare la fine e l’inizio insieme. Perciò quando cominciammo a coltivare le viti, tutto era da fare e quando imparammo a pigiare l’uva, strutturammo la prima comunione pagana. Era aspro, terribile. Era un sapore per abituarsi al quale ci volevano millenni ancora. Ma ci attraeva come combattere a mani nude, deposte le armi; come glorificare le forme abbondanti della donna; e l’erezione del maschio. Il vino era sangue non versato, era mistero ribollente ed ingresso in quella terra del sé, alla quale nessuno poteva accedere, se non a costo di perdersi. L’espansione della vite fu per noi un atto di fede, uno spazio di comunicazione mai intentata prima. Fu un progetto elevato e consistente. Che superò ogni assedio, ogni divisione, ogni distinzione. Anche quando questa terra vecchissima e stanca si trovò per secoli, ogni volta, in mani altrui. Mescolata a popoli adolescenti e presuntuosi. Forti della giovinezza e della loro storia brevissima, facile da ricordare. Siamo il frutto di quel mescolamento, in tutto. Sentite il nostro vino. Abbiamo saggiamente imparato. Ora possiamo persino insegnare.

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