LA VERA STIMA DEL DANNO: IL CONTO ALLO STATO PER LA PRESENZA DELLE BASI MILITARI IN SARDEGNA

Michela Murgia
Michela Murgia

di Michela Murgia

Se le parole contano ancora qualcosa, nessuno dovrebbe meravigliarsi che lo Stato italiano non paghi i danni della presenza delle basi militari sul territorio della nazione sarda. E’ infatti la parola stessa che le designa a suggerirci che per averle addosso non ci spetta alcuna compensazione: quelle sono servitù, cioè territori in condizione di schiavitù, obbligati da un rapporto di sottomissione politica alla funzione violenta dell’attività militare. Non esistono contropartite in relazioni come queste, solo sudditanze e la mimica tipica dello scaricabarile, le braccia allargate nella ciclica messa in scena dell’impotenza istituzionale. I soldi non ci sono, dicono i funzionari ai sindaci di quei territori, ma chi può crederci sapendo che affittare il solo poligono di Quirra agli eserciti stranieri fa guadagnare allo Stato italiano cinquantamila euro all’ora, cioè un milione e duecentomila euro ogni singolo giorno di utilizzo? Un affare annuale di proporzioni colossali per il Ministero della Difesa italiano, che però neppure in quell’enorme flusso di denaro ha trovato le cifre per compensare almeno in parte i sardi del danno ambientale e sociale che deriva dall’essere a tutti gli effetti un territorio in guerra permanente. Qualcuno ha creduto che potessero bastare gli stipendi a fare da contropartita, salvo poi accorgersi che non sono sufficienti neanche a pagarsi le cure per le leucemie misteriosamente moltiplicate intorno alle basi. Qualche sindaco ci prova ancora a invocare la tutela del cosiddetto indotto, facendo finta che non sia un “indotto” delle basi anche il sospetto dell’inquinamento da nano particelle che ha costretto i giudici a sgomberare in via preventiva i pastori dai loro pascoli millenari. Per fortuna nessuno menziona più il discutibile prestigio di servire la sicurezza della nazione italiana; è un privilegio da sempre tutto sardo che tra le altre cose ci costa anche il sottosviluppo delle infrastrutture dell’intero lato occidentale dell’isola, dove non si possono costruire né potenziare aeroporti civili perché il cielo è quasi interamente chiuso dalle attività militari: l’azzurro dell’ovest sardo serve infatti alle esercitazioni e al passaggio dei caccia supersonici diretti verso i fronti di guerra in cui, sotto la maschera ipocrita delle missioni di pace, l’Italia è coinvolta a pieno titolo. Lo sanno i cittadini di Cabras, i cui vetri tremano come foglie ogni giorno per le bombe esplose in mare al largo dello scoglio del Catalano dai militari della base aeronautica di Capo Frasca. Lo sanno anche i passeggeri di Elmas, i cui voli da settimane vengono ritardati per consentire il macabro passaggio dei caccia che da Decimomannu partono a bombardare Tripoli. Chiediamoli dunque a gran voce quei 15 milioni di euro a quinquennio che lo Stato italiano non sta versando, ma non commettiamo neppure per un momento l’errore di credere che il prezzo della nostra servitù sia tutto lì.

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