UNA QUESTIONE DI CELLULE: ROBERTO ZONCU, DA RIOLA SARDO AL PRESTIGIOSO MIT DI BOSTON PER STUDIARE MOLECOLE

Roberto Zoncu
Roberto Zoncu

Patrizia Mocci – Unione Sarda

A Boston nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology c’è un ricercatore che arriva dall’altra parte del pianeta. Il suo nome è Roberto Zoncu, classe 1975, da Riola Sardo. Si occupa di biologia cellulare e molecolare: una passione nata fra i banchi del liceo classico oristanese che ha trovato linfa vitale all’Università di Pisa, per poi esplodere alla Yale University.

Di che cosa si occupa esattamente? «Studio un gruppo di molecole che regolano la crescita di cellule e organismi. Queste molecole sono importanti dal punto di vista medico perché, se attivate erroneamente, possono contribuire all’insorgenza dei tumori, di malattie metaboliche (come il diabete tipo 2), e possono accelerare il processo di invecchiamento».

Quali tappe ha percorso? «Dopo il liceo, mi sono laureato in Scienze Biologiche all’Università di Pisa. Da Pisa sono poi emigrato – ormai si può dire visto che sono passati dieci anni – negli Stati Uniti per fare il dottorato di ricerca, che ho conseguito alla Yale University, in Connecticut, a un’ora da New York».

A Yale che cosa ha studiato? «Il traffico di membrana, cioè i meccanismi che le cellule usano per captare segnali molecolari provenienti da altre zone dell’organismo. Per continuare la mia attività scientifica, circa tre anni fa mi sono trasferito qui al Massachussets Institute of Technology, al quale si accede tramite intervista e selezione da parte di un supervisor, un professore di ruolo».

A che cosa ha dovuto rinunciare? «Prima di tutto c’è la distanza dalla mia famiglia. Torno in Sardegna una volta all’anno, quando va bene, vorrei poter passare più tempo con i miei nipotini e i miei genitori. Non rivedo vecchi amici da una vita facebook un po’ aiuta … Nella quotidianità, la ricerca è un lavoro senza orari, è avvincente ma proprio per questo ti lascia poco tempo libero».

Quali e quante soddisfazioni? «Tantissime, sia personali che professionali. A Yale ho conosciuto mia moglie, anche lei ricercatrice, di Melbourne, ci siamo sposati qui a Boston due anni fa. Abbiamo amici provenienti da tutte le parti del mondo, Usa, Europa, Argentina, India, Australia e Nuova Zelanda, solo per citarne alcuni: conoscere persone tanto diverse ti arricchisce la vita. Professionalmente ho avuto opportunità uniche; prima di tutto la libertà di scegliere la linea di ricerca che più mi appassiona e, fatto essenziale, avere a disposizione le necessarie risorse materiali e finanziarie. Poi ho conosciuto tanti scienziati di fama internazionale, persone brillanti e non solo, umili e disponibili, da cui ho imparato moltissimo. Non ultimo, la scienza dà la possibilità di viaggiare, andare a congressi, scambiare idee, imparare cose nuove ogni giorno; insomma non ti annoi mai».

Avrebbe potuto fare lo stesso percorso in Italia? «Penso di sì, ma sarebbe stato più difficile. In Italia si fa scienza ad altissimo livello, ed è risaputo che i nostri ricercatori sono apprezzati ovunque. Tuttavia il sistema americano ha chiari vantaggi. Prima di tutto mette più risorse a disposizione, sia pubbliche che private; questo permette ai ricercatori di intraprendere progetti più creativi e rischiosi che, se hanno successo, possono rivoluzionare un campo di ricerca o aprirne di nuovi. Inoltre, gli istituti Usa sono molto attivi nell’attirare ricercatori di talento da tutto il mondo; questo crea un ambiente di eccellenza, molto diversificato, in cui è più facile produrre idee originali».

Nostalgia dell’Italia e rimpianti? «Nostalgie in ordine sparso: il mare della Sardegna in primavera, i profumi della nostra isola, un bel piatto di zippole, la Sartiglia; poi c’è la Toscana, altra terra di cui ho bellissimi ricordi».

In futuro pensa di tornare in Sardegna? «Mi piace l’idea di vedere posti diversi e fare nuove esperienze, restando sardo dentro».

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