"SA DIE DE SA SARDIGNA" CON I GIOVANI DEL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI BIELLA, TRA SENTIMENTO DI APPARTENENZA E PAURE PER IL FUTURO DELL'ISOLA


di Federica Pilloni

Con due giorni di ritardo, rispetto alla data canonica del 28 aprile, si festeggia anche a Biella: “Sa Die de sa Sardigna”, la “Festa de su Poppulu sardu”. Presenti i ragazzi del circolo, emigrati loro stessi o figli di emigrati, impegnati in prima persona ad organizzare la ricorrenza per sottolineare la forza del legame alla terra natia. Poco importa che ad esserci nati siano loro stessi o i genitori o, a volte, soltanto i nonni; quando si chiede loro “di dove sono”. La risposta è sempre la stessa: “Io sono Sardo”. Quindi, quale modo migliore se non passare una serata al Circolo Su Nuraghe, quell’angolo di Sardegna presente a Biella, all’insegna dell’amicizia, magari guidati da una base musicale nella versione “Karaoke” o nel ritmo di qualche ballo (sardo e non), con soci e simpatizzanti di tutte le generazioni per condividere insieme “due note”; non si cerca di sicuro la  perfezione dell’intonazione o la cadenza precisa del passo, l’importante è che la serata venga “gustata” in compagnia di amici, quasi come un buon bicchiere di Nuragus o di Carignano del Sulcis, rosso, rosato o passito che sia, e con gli immancabili dolci della tradizione isolana, magistralmente preparati dalle socie e generosamente offerti a tutti i presenti. Meglio ancora se di generazioni differenti: che ognuno viva l’amicizia reciproca e senta le fragranze del vino a modo suo, perché comunque sia, negli occhi hanno, alla fin fine, le stesse distese di “moddizzu” (lentischio), “murdedu” (mirto), “olioni” (corbezzolo), “zinibiri” (ginepro), “uvura” (erica) o una spiaggia dalla sabbia chiara che fa compagnia ad un mare cristallino, ricordo della propria giovinezza o di quella raccontata da genitori e nonni. Ma quella lontana giornata del 28 Aprile del 1794, l’abbiamo ricordata perché presente più che mai ora negli animi sardi, come ha fatto notare giustamente il presidente Battista Saiu «perché si sta facendo di tutto per impoverire la nostra terra, per spopolarla con i mille ostacoli alla pastorizia e all’agricoltura in genere e, quest’anno, anche al turismo con i biglietti dei traghetti triplicati rispetto al solo anno scorso. La questione fa riflettere e, tra le risposte, ci potrebbe essere che davvero vogliono costruire lì le centrali nucleari italiane. Solo brutto incubo o assurda realtà; sicuramente un territorio in grosse difficoltà economiche e spopolata può accettare con meno resistenze l’immondizia nucleare rispetto ad una regione economicamente forte e con alta densità di popolazione». Dentro, dal profondo dell’animo, sgorga, allora, un canto antico, quello di “su patriotu sardu”, l’inno “procurade e moderare barones sa tirannia” che ti risveglia il sentimento di appartenenza all’Isola, alla Terra madre. Siamo italiani, abbiamo appena finito di festeggiare i 150° anniversario dell’Unità d’Italia, li abbiamo voluti festeggiare come Sardi e come Italiani, perché siamo parte dell’Italia; basti pensare al prezzo che la Sardegna ha pagato in uomini e vite durante tutti i conflitti e sai che se c’è l’Italia è anche merito dei Sardi. Nel lontano 1794, abbiamo dimostrato che non ci piace essere sottomessi; anche i Francesi ammirarono le gesta del popolo Sardo, e ora “cominzat sa passienzia in su populu a mancare”. Poi si lascia spazio alla festa; serbi dentro l’orgoglio dell’appartenenza a quella terra tanto amata, alla tenacia tipica e alla voglia di stare insieme per il gusto della compagnia, di sentirsi a casa seppur lontani e di sentire la gioia di aprire le porte di “casa” agli amici piemontesi che negli anni hanno avuto il piacere di condividere con noi le nostre e le loro feste.  Un ringraziamento particolare a Giovanni Chergia (classe 1984) e Giacomo Canu (classe 1982), per l’impegno con cui hanno organizzato la serata consentendo di soddisfare i gusti canori di tutti.

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