MAGICO DIALOGO TRA LE LAUNEDDAS E LA CORNAMUSA: INCONTRO TRA LUIGI LAI E IL COMPOSITORE SCOZZESE BARNABY BROWN

Barnaby Brown, suonatore di cornamusa
Barnaby Brown, suonatore di cornamusa

di Giacomo Mameli

Tutto comincia quando un compositore scozzese di razza, John Purser (famose le 52 ore di lezioni alla radio della Bbc) nella sua casa di Skye mostra a un musicista esordiente già laureato all’università di Cambridge, Barnaby Browm, dieci raffigurazioni medioevali su pietra di suonatori di tricalamo, strumento simile alle launeddas. Barnaby è l’unico al mondo a suonare una cornamusa riprodotta da un originale del ‘700. È lui che sposa la pratica della musica antica col repertorio classico della cornamusa scozzese. Nello studio di Purser ci sono tricalamo irlandesi, quelli dell’Inghilterra e, off course, quelli della Scozia. L’artista spiega che in Europa ci sono altre aree dove si suonano gli strumenti a fiato. Barnaby ricorda: «Mi fa sentire il sardo Efisio Melis di Villaputzu. Resto incantato. E oggi eccomi qui, in una terrazza del mare blu di Porto Corallo, col re indiscusso dei suonatori di launeddas, Luigi Lai di San Vito, a studiare insieme il linguaggio di questi due strumenti». Che linguaggio è? Barnaby, musicologo di Glasgow e docente a Cambridge, risponde in un buon italiano studiato tra Roma e Firenze: «È un forma spirituale di espressione. Non è mettere fiato nelle canne o nella sacca. No, questa musica è nei neuroni del cervello dove le note sono codificate. L’esecuzione materiale è un dettaglio, come nei processi della comunicazione è la decodifica di quelle conoscenze musicali. Occorre avere quei ritmi in testa, nella scatola cranica». Dall’ermeneutica della musica alla pratica. Lai è strafelice di questo matrimonio di note, imbraccia le sue tre canne, tumbu, mancosa e mancosedda. Barnaby la sua cornamusa con chanter, sacca e mantici. Sono l’uno di fronte all’altro. Re o La maggiore? Vada per la tonalità in Re. Scozia e Sardegna diventano happening di due grandi isole di musica. Etnica certo. Inconfondibile. I due strumenti dialogano. È feeling tra “sonus de canna” e “uilleann pipes”. È feeling fra uno strumento che nasce dalla ricerca accurata di tipi particolari di canne lacustri in Sardegna messe insieme con pece e spaghi e le pipes antiche e moderne del Nord Europa, queste ultime sperimentate dai fratelli Taylor prima in Irlanda e poi negli Stati Uniti e diventati un simbolo, nei film e nelle feste, con regnanti e regine, eserciti e sagre popolari. Di Luigi Lai sappiamo tutto. I suoi esordi col gigante Antonio Lara nel Sarrabus, regione caposcuola delle launeddas. Bambino prodigio e la vita da emigrato. Il rientro dalla Svizzera, lo studio scrupoloso delle tre canne che dall’artigianato e dal folclore salgono all’arte, il suo peregrinare nel mondo col suono dello strumento più antico dell’area Mediterranea. I successi a Londra e Francoforte, all’Opera di Parigi e in Vaticano, a New York e Mosca, gli accordi con le sue processioni in Sardegna, la Pastorale davanti al cocchio di Sant’Efisio e alla Cavalcata di Sassari, la creazione di una scuola «perché questo strumento venga studiato e sopravviva alla Storia». È un uomo orchestra. Quando suona sembra di avere insieme violisti e violinisti, contrabbassi e flauti, oboe e tamburi, fagotto e corno inglese, piano e cembalo. Quelle tre canne raccolte ai bordi dei torrenti diventano cassa armonica e organo se affidate a un unico grande regista. Da Lai e con Lai è venuto a studiare Barnaby. Ha 37 anni, nasce in una casa al centro di Glasgow, vicino al Museo Kelvingrove. Figlio di Anthony, ingegnere industriale e di Alison (orafa specializzata nella lavorazione dell’argento) è secondo di quattro figli. Il fratello maggiore è designer, il terzo insegna musica e scienze ai bambini delle elementari, il minore lavora dall’editore Phaidon in Wooster Street a New York. Barnaby sceglie l’università di Cambridge, studia musica al Conville & Caius College affianco al Trinity di Queens Road. Canta nel coro. Sceglie subito la cornamusa. «Affascinante e coinvolgente. Ma la lascio a tredici anni, mi butto a capofitto nella musica classica, Mozart e Beethoven, Mahler e Haydn. Nell’ultimo anno di università riprendo la cornamusa per preparare la tesi. Nota dopo nota scopro che avevamo innata la mouth-music, il linguaggio della bocca. Vuol dire insegnare uno strumento utilizzando la voce, per esprimere il repertorio agli studenti. In questa fase avviene la conoscenza con Purser, sento le launeddas di Efisio Melis, mi rendo conto che questa è musica di qualità. Io ho la mia cornamusa personalizzata con tre bordoni e una canna melodica di nove note, ci sono differenze fra quella irlandese e la scozzese.  Il mio costruttore mi regala il libro cult del danese Andreas Fridolin Weis Benzon sulle launeddas. Era il 2000. Vengo in Sardegna, conosco Luigi. Poi si celebra il quarantesimo festival di Armagh, nell’Irlanda del Nord, voluto dall’Armagh Pipers Club. Gli organizzatori invitano Luigi Lai. Prima si esibiscono le cornamuse. Poi entra in scena Luigi. Fiorassiu e Mediana Pipia. Qualcuno è scettico. Man mano che suona cresce l’interesse. Il pubblico è come rapito. Luigi suona per venti minuti ininterrotti. Nessuno crede che quell’uomo sia solo, che quel concerto sia opera di un unico maestro. Quando conclude è l’estasi. Dieci secondi di silenzio. Ed esplode un applauso scrosciante col pubblico in piedi. Concede un breve bis. Apoteosi. La medaglia d’oro del festival di Armagh va a lui». In questo scenario nasce il linguaggio delle launeddas. Ne parla per primo Luigi. E Barnaby: «Ma anch’io voglio studiare il linguaggio delle cornamuse, incontriamoci». Qui avviene il miracolo. Brown maestro di cornamusa ottiene, con i fondi statali per la ricerca, il finanziamento di una borsa di studio della Royal Scottish Academy of Music & Drama. Ed eccolo in Sardegna ospite del maestro Lai che lo accoglie fra la sua casa di San Vito e quella di Porto Corallo dove passano ore a suonare e scrivere. Con una convinzione profonda. Barnaby: «Il linguaggio musicale è nel cervello, occorre assorbirlo, introitarlo, esprimere lo stato d’animo senza dare eccessiva importanza al pentagramma, in tal modo il musicista diventa una macchina, invece dev’essere un creativo, ogni giorno, in ogni concerto». Lai: «È il cervello che coordina i movimenti delle mani e l’emissione del fiato, non sono le mani a prevalere sul cervello. Ecco perché il suono delle launeddas è spiritualismo, non materialismo esecutorio». Ancora Barnaby: «È un processo dell’animo non del corpo. Così fanno i grandi musicisti indiani, i messicani, imparano prima di tutto col canto, col linguaggio della musica, il suono viene dopo». Barnaby starà nell’isola ancora qualche giorno. A suonare in coppia e a scrivere. A mettere nero su bianco le musicalità insite nel cervello. A dare un senso universale ai suoni dell’isola dei nuraghi e a quelli dell’Antica Caledonia. A metà mese il rientro a Cambridge e Glasgow. Dove a fine primavera tornerà Lai e insieme prepareranno un video e un dvd da presentare prima alla Royal Scottish Academy e poi in concerti. Due isole diventeranno una sola nel suono combinato di launeddas e cornamuse.

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