LA CULTURA CHE PRODUCE LAVORO E TURISMO: BARUMINI E LA MEMORIA DEL SUO PASSATO

Su Nuraxi a Barumini
Su Nuraxi a Barumini

di Vitale Scanu

Barumini ha imparato a coltivar bene le memorie del suo passato, e ora raccoglie i frutti della sua intraprendenza. Uno di questi frutti è la mostra di archeologia subacquea “Viaggio nel mondo sommerso”, comprendente 270 reperti antichi, allestita dalla Soprintendenza ai Beni archeologici di Cagliari e Oristano e dalla Fondazione Barumini nelle sale del Centro Lilliu, che permette di ammirare e valutare l’iter di 15 anni di scoperte archeologiche nei mari sardi. Barumini ha, notoriamente, tanti ingredienti per preparare un menù culturale di grande valore, a partire dalle tante impronte del passato preistorico diffuse sul suo territorio, fino ai segni della romanità presenti ovunque e alle ricche pagine di storia medioevale incentrate sulle vicende dei marchesi Çapata. La cittadina della Trexenta, col centro di informazione e guida di Su Nuraxi, il polo museale della Casa Çapata e il Centro culturale Giovanni Lilliu (egregiamente coordinati dall’archeologo dott. Giorgio Murru, figlio d’arte dell’archeologo prof. Lilliu) si è saputa attrezzare in maniera invidiabile per la gestione culturale del suo territorio. Senza dimenticare il centro di attenzione e studio del dialetto sardo, condotto da Anna Rita Piredda. La Fondazione Barumini che aggruppa questi poli culturali, è l’organismo mantello nato nel dicembre del 2006 per gestire il patrimonio culturale del territorio. Un insieme di strumenti e attività culturali che sono la migliore dimostrazione di come la cultura crea ricchezza, turismo e sviluppo. «La nostra struttura museale e turistica – dice una delle socie, Andreina Ghiani – è di fatto la più grossa realtà sarda organizzata di promozione e gestione culturale». Una fondazione che garantisce oltre sessanta buste paga in un piccolo centro come Barumini. «La Regione – ricorda il sindaco Emanuele Lilliu, che vanta una lunga esperienza nel direttivo dell’Associazione Città dell’Unesco – finanzia il novanta per cento degli stipendi e cioè quelli di venti dipendenti della Fondazione. Il resto si recupera con la biglietteria e i servizi come caffetteria e bar». Sono cifre di grande rilevanza, di questi tempi, in controtendenza sulla disoccupazione, soprattutto per un piccolo centro di 1200 abitanti poco più come Barumini. Un milione e 450 mila euro per gli stipendi della Fondazione, centodiecimila i biglietti staccati ogni anno per Su Nuraxi, Casa Zapata e Centro Lilliu. A seguire, ecco l’illustrazione che fa della mostra Andrea Piras, inviato dell’US. “L’acqua è lontana dalle colline verdissime della Marmilla. E lontano è il mare. Ma è qui, a Barumini, nelle grandi stanze del Centro di comunicazione e promozione del patrimonio culturale intitolato a Giovanni Lilliu, a due passi dalla reggia nuragica che proprio il grande vecchio e lungimirante archeologo riportò in superficie attorno agli anni ’50 del secolo scorso, che ci si può immergere e andare a spiare i fondali del Mediterraneo “sardo” per scoprirne i segreti. Una parte di certo piccola ma incredibilmente suggestiva dei suoi misteri. Un viaggio subacqueo nell’archeologia marina lungo 15 anni. A tanto ammonta il tempo delle scoperte, delle ricerche e degli scavi messi in campo dagli studiosi della Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano grazie ai quali i tesori sommersi, oggi in mostra, sono stati salvati e restituiti all’uomo. A tutti gli uomini, visto che l’esposizione, bellissima anche nella sua scenografia («Interamente realizzata a Cagliari nei nostri laboratori del porto», ricorda l’archeologo subacqueo Ignazio Sanna) è stata realizzata con la massima attenzione per assicurare, anche ai portatori di handicap, compresi i non vedenti, la possibilità di interagire. Un tuffo immaginario ed entusiasmante per toccare con mano la storia «e quel che il mare ha conservato» per secoli e millenni abbracciandolo con il fango e la sabbia, per poi restituirlo grazie a scoperte a volte casuali, spesso programmate. Sempre eccezionali. Sono 270 i reperti esposti in questa importante mostra temporanea. Alcuni di particolare valore, come il cannone del Cinquecento riportato alla luce nei mesi scorsi e interamente restaurato con speciali tecniche di conservazione per fermare la corrosione del ferro e impedire il disfacimento, dopo l’emersione, dell’affusto ligneo a due ruote. Come la bellissima macina di Su Pallosu e le anfore arrivate dalla Spagna con il loro eccezionale carico di “pietre” di silicio da cui i Fenici ricavavano, fondendole, la materia prima per realizzare i loro manufatti in vetro. Come quel satiro punico di incredibile bellezza restituito dalla laguna di Santa Giusta. Un percorso ideale che inizia con la navicella nuragica e si snoda attraverso una storia lunga settanta secoli. Risale a 7.200 anni fa la mandibola di capra con tanto di denti recuperata negli stagni di Terralba. In due siti di età neolitica dove gli archeologi stanno mettendo a nudo l’antica presenza dell’uomo in zone oggi occupate dal-l’acqua e dunque «profondamente mutate rispetto al passato», spiega Sanna. È qui, a Sa Punta di Marceddì e a Rio Saboccu, quattro chilometri più a sud, sulle sponde di San Giovanni, che l’acqua e la terra hanno restituito oltre un migliaio di manufatti in ossidiana lavorati in zona ma ricavati da “pietre” trascinate probabilmente verso la costa da eventi alluvionali e provenienti dal Monte Arci, il complesso vulcanico che da anni il professor Carlo Lugliè del Dipartimento di Scienze archeologiche sta studiando. Una mostra che da qui a breve si arricchirà anche di ulteriori modelli e ricostruzioni. E allora nella sala grande del centro Lilliu troverà riparo anche una piroga, fedele ricostruzione di un’imbarcazione neolitica scavata in una roverella con attrezzi molto simili a quelli usati dai nostri antenati. Con un’ascia che gli archeologi di Cagliari hanno “preso in prestito” dagli artigiani di settemila anni fa”.

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