DIALOGO CON IL DIRETTORE GIANNI DE CANDIA CHE RACCONTA I 40 ANNI D'INFORMAZIONE DEL "MESSAGGERO SARDO" SULLE INIZIATIVE DEGLI EMIGRATI IN GIRO PER IL MONDO


di Mariella Cortès

Direttore del periodico per emigrati «Il Messaggero Sardo» è un’importante memoria storica dell’emigrazione sarda. Dagli anni Settanta a oggi ha svolto ricerche, inchieste, ha accolto le parole dei sardi in Italia e nel mondo e ha dato visibilità alle loro iniziative.

Ogni volta che leggo le storie degli emigrati, mi sorprende il fatto che questa persone che non erano mai uscite dal proprio paese, di punto in bianco si imbarcassero su una nave che li avrebbe portati dall’altra parte del pianeta!! Da dove veniva tutto questo coraggio? Erano in possesso di informazioni, strumenti? Assolutamente no. Innanzitutto dobbiamo ricordare che quello che fanno gli albanesi oggi l’avevamo fatto prima noi: nei transatlantici imbarcavano i clandestini in nero che stavano nelle stive  quando arrivavano vicino alle coste degli Stati uniti, li avvertivano  e li buttavano in mare. Chi raggiungeva la costa era salvo erano decine i cadaveri piaggiati che venivano rinvenuti ogni qualvolta arrivava una nave dall’Italia. Sa perché a Genova c’è una grande comunità sarda? Non sempre si riusciva a partire (questo accadeva anche per chi voleva emigrare in Europa): innanzitutto si doveva superare un esame e inoltre, la maggior parte degli emigrati veniva acquistata in cambio di carbone e i futuri lavoratori dovevano essere in perfette condizioni fisiche altrimenti venivano respinti. Chi veniva respinto, per la vergogna di tornare in Sardegna cercava all’Ansaldo o comunque in un’impresa genovese. Questo a testimonianza della contorta mentalità sarda!

Anche perché spesso la famiglia salutava i figli che emigravano dicendo: “Per me se parti sei come morto..”. Infatti molti emigrati hanno rimarcato che in Sardegna si lavora per il gruppo, non per se stessi. Eppure gli emigrati continuavano a mandare i soldi alla famiglia rimasta nell’isola! Le rimesse degli emigrati hanno mantenuto l’Italia! Tutti i movimenti di denaro venivano fatti attraverso l’Istituto italiano di cambio e quindi si sapeva quanti soldi  venivano mandati con il vaglia telegrafico alla famiglia. Oggi è la stessa cosa. Non c’è più la rimessa mensile ma l’emigrato manda i soldi affinché si acquisti il terreno, i genitori sistemino o acquistino la casa. Molti paesi della Sardegna sono spopolati eppure spesso pieni di casermoni nuovi. Chi li costruisce? Sono i soldi degli emigrati.

In diversi racconti pubblicati su «Il Messaggero Sardo» la dimensione della casa assume in effetti una valenza quasi ossessiva. È l’italiano in generale. In tutta la Germania le case sono delle grandi industrie: Bayer, Bmw.. e gli affitti sono relazionati al reddito. quindi per esempio se una persona è sposata con figli le spettano 80 mq. Reddito di 500 e, 50 euro.. man mano che il reddito aumenta l’affitto. Quindi non c’è l’incentivazione al risparmio privato. Da noi invece diventa un’ossessione! Io ho acquistato la casa dopo trent’ anni di matrimonio! Mio figlio non si sposa se prima non compra la casa. Un episodio in particolare riassume questa particolarità tutta sarda: un emigrato come minatore nelle miniere in Belgio si ribellò alle leggi belga. Quando ti vendevano eri costretto a stare cinque anni in miniera e non potevi uscire prima. Lui invece si era messo a fare il muratore, a commerciare vini sardi. Dopo qualche anno aveva accumulato una cifra considerevole e quando seppe che era stata messa in vendita la casa padronale del suo paese, senza pensarci due volte, infilò 150 milioni di lire nei cambali e tornò in Sardegna per acquistarla in contanti!

Qual è stato il suo primo contatto con il mondo dell’emigrazione? Lavoravo a «La Nuova Sardegna»  e nell’appartamento al piano di sopra c’era «Il Messaggero Sardo». Un giorno, nel corso di un’inchiesta sul manicomio di Cagliari, il medico responsabile mi parlò dei tanti emigrati che riempivano le sale di Santa Clara. Ne parlai con il mio direttore e ne venne fuori un’inchiesta che pubblicati anche sul Messaggero. Tutti noi abbiamo la potenzialità della schizofrenia: se non c’è però un fattore scatenante non si scatenerà mai, ma non soltanto per i sardi. I manicomi inglesi erano pieni di ex emigrati che venivano rieducati facendo lavori a maglia. Parlai con diversi di loro e uno mi raccontò questa storia, che ritengo la più sintomatica di tutte:  “Io sono emigrato in Belgio, stavo bene, ho trovato subito lavoro.. messo da parte i soldi.. certo non bevevo birra… avevo una bella casa con le tendine, i fiori…avevo la mia macchina sennonché n giorno la polizia mi ha fermato con una scusa, mi ha portato in cella e mi hanno dato delle medicine. Ma io sono furbo e non le ho prese…”. La verità è un’altra: lui era emigrato ma non parlava una parola di francese e viveva, come gli altri emigrati nelle baracche, residui dei lager nazisti. Tutti i lavoratori facevano la foto ricordo da mandare ai familiari davanti alla casa del caposquadra che aveva la finestra con le tendine e i fiori, facendola passare come casa loro. Questo l’ho scoperto vent’anni dopo! Guidava ubriaco e quando finì in carcere si convinse del fatto che lo volessero avvelenare e al rientro in Sardegna finì nel centro di recupero.  Questa inchiesta piacque molto al biografo Peppino Fiori, vicedirettore del Tg2 che realizzò un’inchiesta per Tv7. Così iniziò la mia collaborazione con «Il Messaggero Sardo».

Nei suoi primi anni «Il Messaggero Sardo» non ebbe però vita facile… Venne chiuso dopo qualche anno dall’inizio della mia collaborazione. Secondo il politico di turno non interessava agli emigrati. Così noi collaboratori che lavoravano con diverse testate, decidemmo di fondare una cooperativa per  rilanciare la pubblicazione del giornale. Intanto era cambiato l’assessore ed era salita al potere una giunta di centrosinistra.

 

 

A quando risale invece la prima esperienza con le comunità dei sardi emigrati? Si è trattato di un lungo tour in Europa negli anni Settanta. Prima in Olanda, poi in Germania dove gli emigrati vivevano nei locali della Missione Cattolica… ancora allora, nel 1974! L’organizzazione dell’emigrazione nasce infatti per iniziativa delle missioni cattoliche che diventano un punto di riferimento: la gente non sa parlare, non conosce la lingua e quindi si appoggia alla Missione. La Chiesa sfruttò questo meccanismo per penetrare in zone in cui non aveva influenza: infatti le missioni cattoliche sono prevalentemente presenti in Germania , Svizzera, Olanda, insomma, nazioni a vocazione protestante.  C’era poi il discorso politico: gli emigrati, e in tal caso i sardi, venivano considerati, a priori e senza distinzione, comunisti. I partiti politici raccolsero tra le loro file i gruppi degli emigrati, assicurandosi il loro rientro per le elezioni. La legge del 1979, che offriva assistenza economica e morale favorendo la diffusione dei circoli nasce anche dall’esigenza di slegare gli emigrati da queste dinamiche. A fianco ai circoli operavano le associazioni di tutela che però avevano sede in Italia e operavano da qui accogliendo i figli e gli stessi emigrati nelle colonie estive previste dalla stessa legge. Di fatto, la politica penetrava in ogni settore della vita! Intanto, gli emigrati iniziavano ad acquisire una coscienza diversa e a superare i discorsi iniziali del “parto, sto lì tre mesi metto un po’ di soldi da parte e torno”.

Quindi i circoli così come li conosciamo oggi nascono in seguito alla legge sull’emigrazione? Si, perché dava finanziamenti e quindi vi era la reale possibilità di mantenere il circolo: favoriva un contributo per l’acquisto del mobilio, le linee telefoniche  e così via. Si inizia a considerare l’emigrazione e l’organizzazione in maniera diversa. Certo, tutti si preoccupavano per il proprio lavoro e per le condizioni del Paese in cui si trovano, ma mantenevano forte il legame con la Sardegna e a questo punto diventavano soggetti e non oggetti manovrati da altri: acquisiscono una propria identità, insomma. Si è trattato di un processo graduale e diversificato ma vi era un’esigenza di fondo: lavoravano in fabbrica, volevano incontrarsi tra di loro  e si ritrovavano in un bar dove parlavano tra di loro in sardo per sentirsi un po’ a casa. Tra gli emigrati ve n’era sempre uno che apriva il bar! C’è una fase in cui il circolo è una bettola e questo non va visto, a mio parere in modo dispregiativo: era l’unico modo per stare insieme. Ci si riuniva per bere e raccontare le proprie esperienze di lavoro, aiutare altri a trovare un lavoro e “reclutare” nuovi emigrati. Man mano, anche le donne iniziarono a far parte dei circoli e furono proprio loro a rimettere in sesto i circoli dopo un periodo di crisi. Con la partecipazione delle donne alle attività, sorsero biblioteche e si diede il via a diverse attività. A  Peschiera Borromeo le donne producevano ravioli a tonnellate  e in occasione della Festa del Sole di Novegro quando il circolo organizzava la cena sarda si riusciva a coprire 500 coperti a serata! L’ingegno culinario sardo si ricollega anche alla storia del pane carasau. Fu un emigrato in Germania a inventare il meccanismo per la produzione in grandi quantità di pane carasau!

Lei ha avuto l’occasione di visitare quasi tutti i circoli sardi nel mondo. Qual è stata l’incontro più curioso fatto nel corso di questi anni? Durante il primo tour nelle comunità sarde, dove raccoglievo storie e facevo interviste, finì a Colonia dove conobbi un ragazzo di trent’anni assolutamente geniale, quello che Gramsci chiamerebbe un intellettuale organico, assettato di cultura. Tore Todde, originario di Telti, emigrò giovanissimo e iniziò facendo il manovale e lo spaccapietre; mentre lavorava nella Foresta Nera allo costruzione di un’autostrada ebbe un scompenso cardiaco. Non potendo più lavorare si dedicò completamente agli emigrati. Costituì il primo gruppo comunista in Germania ed era considerato un idolo e un punto di riferimento tutti gli intellettuali della televisione e del cinema a Colonia. Aveva una memoria di ferro, una grande cultura e soprattutto era in grado di memorizzare qualsiasi cosa! Riusciva a imparare le lingue, conosceva alla perfezione tutti i dialetti della Germania e faceva da interprete in tribunale: gli emigrati venivano spesso discriminati dai giudici e siccome giudice e avvocato parlavano in dialetto, lui riusciva a smascherarli! Da buon gramsciano affermava che “se non conosci la lingua sei inferiore”e dunque insegnava tedesco e italiano all’interno del circolo sardo coinvolgendo gli insegnanti del consolato italiano.

Ovviamente se hai cultura, conoscenze, vivi meglio. E, in effetti questa è stata anche la linea seguita dal Messaggero. Abbiamo sempre pensato che non possiamo fare un giornale per intellettuali ma è necessario comunicare a tutti. Nel momento in cui riscopri le piccole storie della Sardegna, le origini del tuo paese, acquisisci una coscienza che non ti rende inferiore a nessuno. Oggi, rispetto a ieri c’è più interesse da parte degli emigrati nei confronti della Sardegna e si tiene maggiormente a rimarcare le proprie radici. Prima la gente appena saliva sulla nave parlava con l’accento continentale per paura di essere riconosciuto come sardo. Solo oggi vi è un rinnovato interesse per la lingua ma noi del Messaggero ce ne siamo sempre occupati. Abbiamo sempre dato spazio alle poesie e ai brani in limba e abbiamo pubblicato, per tutte le sue edizioni, le poesie vincitrici del Premio Ozieri.

Emigrati si è o ci si sente? Emigrato è chiunque, è uno stato dell’anima, non una condizione fisica. Io ricevo delle lettere da mezzo mondo e spesso non le puoi distinguere. È lo sradicamento. Anni fa il giornale fece una battaglia per dimostrare agli emigrati all’estero, secondo i quali gli emigrati in Italia non potevano essere considerati tali (stessa lingua, leggi, ecc), che l’emigrazione è uno stato d’animo che si concretizza nel momento del taglio. A suggello delle nostre parole arrivarono alla redazione due lettere che sintetizzano questo discorso: una veniva da un emigrato a Ostia che viveva la nostalgia in maniera struggente pur stando a due passi dall’isola; l’altra lettera arrivava da Genova da parte di un docente universitario, di origine contadina, che non era riuscito a trattenere le lacrime leggendo, per la prima volta, il Messaggero. Emigrati ci si sente. È il distacco che si avverte una volta che si passa il Tirreno e che si verifica, in particolar modo, negli isolani. Una suora che vive da quarant’anni in Africa in mezzo a situazioni estreme, nel momento dell’ennesimo trasferimento mi scrisse una lettera in campidanese dicendomi :”mandammì su giurnali, eh!”; continuava a sentirsi legata al suo paese attraverso le pagine del giornale. Su disterru è sempre forte, sentito, ovunque si viva e non si vuol mai recidere il legame con la propria terra.

2 risposte a “DIALOGO CON IL DIRETTORE GIANNI DE CANDIA CHE RACCONTA I 40 ANNI D'INFORMAZIONE DEL "MESSAGGERO SARDO" SULLE INIZIATIVE DEGLI EMIGRATI IN GIRO PER IL MONDO”

  1. è chiaro che voi state facendo tutto il possibile con il vostro blog, il mio messaggio precedente era diretto a chi lo legge, tanto è vero che nessuno aveva sin’ora lasciato neppure il più piccolo commento e questo, me lo lasci dire, non per voi, ma per tutti i sardi è segno di menefreghismo almeno un pò di solidarietà, invece niente. In quanto a
    voi , continuate a fare e se potete fatte ancora di più, da parte mia, grazie.

  2. è vero Cara Mariella i circoli così come li conosciamo oggi nascono in seguito alla legge sull’emigrazione perchè si incoraggiava a creare un circolo promettendo contributi e finanziamenti ! invece i primi circoli nascono come associazioni di mutuo soccorso e come luoghi di aggregazione.
    i sardi che abbiamo lavorato per decenni nel volontariato nei circoli siamo assolutamente
    convinti che questo ha rovinato l’associazionismo,il primitivo spirito di unione fratellanza e solidarietà Amistade vera ,svegliando ambizioni e interessi che prima del arrivo dei contributi non esistevano!
    si sa denaro , privilegi e potere non sono buona cosa anzi

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