IL POPOLO DEGLI SCORAGGIATI: I DATI ISTAT E LA SARDEGNA CON IL 24% DEI SUOI ABITANTI CHE E' SENZA LAVORO


di Sergio Concas

 

In base agli ultimi dati sul tasso di disoccupazione, diffusi dall’ISTAT e riferiti all’ultimo trimestre 2010, la Sardegna ha raggiunto la quota del 16,1%, il due per cento in più rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente e lo 0,7% in più rispetto al trimestre precedente. Il dato, come norma, tiene conto dei disoccupati che vanno in cerca di lavoro escludendo coloro che rinunciano a cercarlo perché stanchi di non avere risposte. Sono persone che sfuggono alle statistiche ma che testimoniano la gravità della crisi esistente. Per oltre il nove per cento dei senza lavoro, in Sardegna, la ricerca di un posto di lavoro è così difficile da risultare impossibile. E allora vale la pena rinunciare a cercarlo. E’ questo il popolo degli “scoraggiati”, che secondo i dati dell’ISTAT si espande talmente che porta il tasso di disoccupazione, per quanto riguarda la Sardegna al 24%. Una folta schiera di persone che non rientra nelle stime ufficiali sulla disoccupazione, ma che può comunque considerarsi un indice dello stato di salute del mercato del lavoro e più in generale dell’economia del Paese. Nel dettaglio, gli “scoraggiati” sono le persone che dichiarano di non essere alla ricerca di un impiego, perché ritengono di non riuscire a trovarlo; non rientrando, quindi, ovviamente, nella fascia degli occupati né in quella dei disoccupati, fanno parte degli inattivi, ovvero coloro che, in età compresa tra i 15 e 64 anni, non hanno più cercato un posto di lavoro.  Sono tutte risorse fuori dal mercato del lavoro: uomini, donne, giovani e adulti emarginati, destinati a diventare sempre più numerosi in tempi di crisi. L’impennata degli “scoraggiati” ha inciso anche sull’innalzamento del tasso di disoccupazione giovanile, mai così alto dal 2004 ad oggi. A chiusura del 2010 la media nazionale del tasso di disoccupazione giovanile è stata del 29%, ma in Sardegna ha superato il 45%, quasi la metà dei giovani tra i 15 e 24 anni è alla ricerca di un lavoro. La Sardegna, infatti, è la regione prima in classifica per la disoccupazione giovanile e che supera le altre regioni meridionali, già in sofferenza e storicamente con bassi livelli occupazionali. L’Isola è seconda per disoccupazione totale e terza per quella femminile. Questi dati hanno avuto duri commenti da parte delle Organizzazioni Sindacali che hanno puntato il dito contro il Governo e la Regione Sarda che hanno dimostrato incapacità e poca sensibilità nell’affrontare la grave crisi economica per cercare di imporre un’inversione di tendenza per ridare speranza ai tantissimi disoccupati e sottoccupati che stanno infoltendo sempre più il numero dei poveri. Per il Sindacato diventa irrinunciabile predisporre un Programma pluriennale straordinario per il lavoro giovanile. Per questo impegna, in primo luogo, la Giunta Cappellacci al rispetto degli impegni già assunti con la definizione, con CGIL,CISL,UIL, dell’Accordo Quadro del 4 giugno 2010, sui temi dello sviluppo e del lavoro. Bene, all’interno dell’intesa, oltre ai punti riferiti alle riforme istituzionali, c’era l’impegno da parte della Giunta di mettere in campo degli interventi precisi sulle politiche del lavoro per i giovani. Occorre andare avanti su questi obiettivi per evitare che la situazione economica ed occupazionale, già altamente precaria, peggiori ulteriormente. In questa situazione chi paga un prezzo più alto alla crisi sono i territori dove il sistema economico è più debole, come il Medio Campidano ed il territorio della Marmilla. Ormai, sono fortemente a rischio anche le ultime realtà produttive, quali la ex Fonderia di San Gavino, la Ceramica Mediterranea e persino la Keller Elettromeccanica, e le nuove iniziative produttive che dovevano sostituire le attività mineraria e chimica-tessile, non hanno creato quel nuovo tessuto produttivo che doveva dare concrete risposto di lavoro ai disoccupati della zona. Bisogna mobilitarsi prima di tutto perché vengano realizzati i piani industriali delle realtà esistenti ed evitare un’ulteriore emorragia occupazionale e puntare a realizzare nuove opportunità di lavoro, intervenendo nel territorio per valorizzare tutte le occasioni suscettibili di sviluppo.

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