UN LUOGO SENZA MEMORIA STORICA: LA MIA VITA IN OKLAHOMA, DOVE LA SARDEGNA E' COSI' LONTANA


di Gianfranco Cappai

Negli Stati Uniti, a volte mi sento come un pesce fuor d’acqua. Sarà per la differenza culturale, sarà perché, da queste parti, abbondano i cosiddetti ‘redneck‘ (l’equivalente del ‘buccione‘ sardo. Redneck, che letteralmente significa ‘collo rosso’, si rifa al colorito della pelle del collo, bruciata dal sole a furia di lavorare la terra, mentre il resto del corpo è bianco candido…).  Sarà perchè non sono mai stato caratterialmente uno molto gioviale e aperto, sarà anche perché mi è sempre piaciuta l’idea di andare a vivere più a nord, in un piccolo centro nel quale faccia freddo e nevichi tanto, un po’ isolati in mezzo alla natura. Insomma: il classico camino accesso mentre fuori nevica ed io, sorseggiando qualcosa di caldo, sfido qualcuno a una partita a scacchi. Non amo la vita mondana a tutti i suoi livelli, ed ora che ho 32 anni me ne rendo conto ancora di più. Mia madre sarebbe sorpresa nel sentirmi dire che non c’è posto migliore di casa propria. E, ovviamente, per ‘casa propria‘, intendo casa mia, con la mia famiglia, dovunque essa sia, in Texas o in Maine. Diciamo che sono una persona socievole, ma a piccole dosi. Con gennaio ricominciano le lezioni ed insegnerò in tre classi. Sono molto contento e sempre orientato al futuro sperando che, almeno qua, i miei progetti, semplici e appaganti allo stesso tempo, diventino realtà. Un bel lavoro full-time come insegnante non sarebbe male, insomma. Non voglio diventare ricco, ma voglio semplicemente vivere bene e far vivere bene la mia famiglia. Mi manca la Sardegna. Mi manca il pranzo di Natale e il sentire i vecchi ma sempre e comunque attuali aneddoti della nostra famiglia. Ne parlo spesso qui. E lì ho capito che la differenza culturale fra noi e gli States non solo è linguistica, ma semantica.  Come far capire a un americano l’ingenuità e la meraviglia negli occhi e nelle orecchie di chi, abituato a vivere sempre nelle campagne e tra gli animali, vedeva e ascoltava un giornale radio per la prima volta? È impossibile. È come se loro la radio l’avessero sempre avuta. Gli stessi sguardi dei vecchi non hanno nulla a che fare con i ‘miei‘ vecchi, non brillano di quella meraviglia nascosta tra le pieghe della memoria. Questi vecchi parlano un perfetto inglese e non un misto sardo-italiano che già di per sé racconta una storia e dice tantissimo, senza bisogno di aggiungere altro. Vanno a ballare nelle balere e raccontano di grandi navi e di stanziamenti oltre oceano. I nostri al massimo venivano stanziati a Pilucchi. Non hanno le mani ruvide e callose e non mandano le nuove generazioni di ragazzini a comprare le sigarette o un pacco di cerini. Non fumano sigari “a fogu a intro” e non bestemmiano mai. Sono invece pacati e non raccontano storie interessanti se non quelle che possono aiutarli a farli sembrare più ricchi. È questo un paese giovane e non c’è ancora posto per la memoria. Ci sono solo brutti ricordi, a volte, che ancora non si sono consolidati nella memoria culturale. I ricordi di guerre e amici perduti. Ferite e medaglie al valore che, tra un paio di generazioni, diventeranno qualcosa da barattare in un banco di pegni. Ci sono ricordi, dunque; ma non memoria. Quella memoria del mondo intorno, passato o trapassato che, come un almanacco, aiuta o aiutava i nostri a raccogliere i suggerimenti di chi li aveva preceduti e a capire che, per esempio, questo campo si semina con questo in questo periodo; o che gli alberi e gli innesti funzionano meglio se fatti così invece che cosà. Questi vecchi non pensano alla luna come a un qualcosa da tenere in considerazione per i raccolti; ma come un qualcosa che hanno conquistato. Non sono i miei vecchi, certo, ma trovo in fondo un qualcosa di dolce, in loro. Non hanno paura di lasciarsi andare a sentimentalismi. Non hanno paura di essere giudicati perchè, in effetti, questo è generalmente un paese di menefreghisti e nessuno gli punterà mai il dito contro. Cercano di vivere con passione ciò che gli rimane. Sembra quasi che non vedano né sentano l’avvicinarsi della morte. Non si lasciano trascinare dai pessimismi e pensano che c’è sempre qualcosa da fare, domani. Sarà che qua la mia sardità si è amplificata e, nonostante mi trovi molto bene da queste parti, per quanto mi sforzi, giorno dopo giorno, non riesco ancora a trovare il seppur minimo punto d’incontro con questa mandria di persone tanto diverse da ciò che siamo e sono.

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