SARDEGNA AVVELENATA: DALLA "MAREA NERA" AL TRAFFICO DI RIFIUTI TOSSICI DI PORTOVESME

 
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La Maddalena, Santa Teresa di Gallura, Capo Testa: continua ad espandersi e a inquinare le coste sarde la “marea nera”, i 18mila litri di olio combustibile riversati in mare dopo la rottura di una pompa che, l’11 gennaio, riforniva la centrale E-On di Fiume Santo. Un disastro che ha spinto la presidente della provincia di Sassari, Alessandra Giudici, a chiedere al Governo di dichiarare lo stato di “calamità naturale”. “Un gravissimo danno ambientale ed economico al territorio – hanno scritto in una nota congiunta i sindaci di Sassari, Porto Torres e Sorso – che sono proprio i fatti accaduti a confermare l’incompatibilità  ambientale dei gruppi 1 e 2 a olio combustibile”. Il rispetto dell’ambiente e la compatibilità delle attività industriali e militari con l’economia e con la salute dell’uomo non sono però sinora una delle priorità della “classe politica” che ha governato la Sardegna. La mappa dell’Isola è infatti costellata di ferite all’ecosistema che continuano a sanguinare da decenni. Emergenze ambientali che hanno riempito le pagine dei giornali degli ultimi mesi. Il 10 dicembre si è aperto al Tribunale di Cagliari il processo ai responsabili della Portovesme srl (e di altre aziende collegate) per traffico di rifiuti tossici, gettati illegalmente nelle discariche di Serramanna e Settimo San Pietro e usati come comune “materiale di riempimento” in edilizia.Per restare nel Sulcis e all’attività industriale di Porto Torres, le analisi compiute dalla Edam srl nell’isola di San Pietro – diffuse da aMpI e da un Comitato cittadino a Carloforte – hanno rilevato una presenza di 100 grammi di fluoro e alluminio per un chilo di terra. Le cose non vanno meglio se ci spostiamo a Furtei, dove gli speculatori minerari non spenderanno neanche un euro per la messa in sicurezza e il ripristino ambientale per l’ex miniera d’oro di Santu Miali. Con 16 milioni di euro saranno le casse della Regione a coprire le spese necessarie al recupero ambientale dell’area.  Nel 2008 gli sciacalli canadesi della Buffalo Gold, gli ultimi proprietari della Sardinia Gold Mining, sono fuggiti tranquillamente in Sud America alla ricerca di nuove terre da violentare.
L’ambiente è stato ferito e recintato anche dall’occupazione militare del territorio. Gli ultimi dati diffusi dal rapporto dei veterinari delle Asl di Cagliari e Lanusei (il 65% dei pastori – 10 su 18 – che lavorano nel raggio di 2,7 chilometri dal Poligono interforze di Capo San Lorenzo, il più grande d’Europa, hanno contratto gravi forme tumorali) hanno riportato all’attenzione della stampa la “Sindrome di Quirra”, spingendo il procuratore Domenico Fiordalisi ad aprire un’inchiesta per omicidio plurimo e a sequestrare otto bersagli all’interno dell’area: provvedimento che, di fatto, blocca le esercitazioni. Dall’Ogliatra a Porto Torres, questi pochi fatti tracciano un quadro (piuttosto incompleto) di una Sardegna “usa e getta”, di una terra venduta, senza scrupoli, al miglior offerente. Un’Isola dove qualcuno, probabilmente, progetta di costruire una centrale atomica o un deposito per le scorie nucleari, a prescindere dalla volontà dei sardi. Non solo. La recente bocciatura da parte del Tar delle delibere della Giunta regionale – approvate l’anno scorso nel pieno del “caso P3? – che bloccavano le autorizzazioni per nuovi impianti eolici a terra off shore, ha rilanciato l’appetito dei “signori del vento”. A breve – l’Unione Sarda di ieri – “dagli oltre trenta campi eolici già realizzati o autorizzati in Sardegna, si potrebbe passare a un numero di non molto inferiore a settanta”.

 

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