LA STORIA DI LUIGI TOZZI MARRAS, EMIGRATO IN ARGENTINA A 16 ANNI (PRIMER PICAPEDRERO Y CONSTRUCTOR DELLA PATAGONIA)

Luigi Tozzi Marras (1889-1970), in mezzo ai suoi nipoti
Luigi Tozzi Marras (1889-1970), in mezzo ai suoi nipoti

di Nanni Delogu Tozzi

                   La storia di Luigi Tozzi inizia con il padre Ferdinando maestro scalpellino e costruttore che giunge a Scano Montiferro nella prima metà del 1800, ancor prima dell’unità di Italia, a seguito di un’impresa che doveva realizzare il primo acquedotto e la fontana monumentale al centro del paese, con finanziamento del governo piemontese, forse per interessamento di Vittorio Angius che con Scano aveva particolari rapporti di amicizia.

Ferdinando Tozzi era originario di Pavia, e, oltre che ottimo lavoratore della pietra, era un bravo trombettiere della banda del Vescovo di Bosa. Arrivò in Sardegna per realizzare la rete fognaria di Bosa. In quella città conobbe Marainnica Marras, che sposò, e più tardi si stabilirono a Scano Montiferro. Ebbero sette figli (Brizio, Salvatore, Luigi, Filomena, Leonilda, Giuseppina e Mariantonia); i tre maschi impararono ben presto l’arte del padre e a loro volta la insegnarono ai propri figli. 

Luigi il figlio minore partì in America già nel 1906 all’età di 16 anni, il figlio maggiore Brizio, si trasferì in Corsica negli anni ‘30, l’unico a restare in Sardegna fu il secondogenito Salvatore che si sposò con Anna Lucia Cappai che gli diede sei figli: Ferdinando, Ernesta, Cicita, Raimondo, Luigia e Antonio. Negli anni ‘50 i tre figli di Salvatore emigrarono in Francia.

La famiglia Tozzi diffuse così l’arte della lavorazione della pietra un po’ ovunque, tanto che ancora oggi parlare dei “Tozzi” equivale a dire “maestri scalpellini” per antonomasia. I Tozzi non solo sapevano lavorare la pietra con maestria ma la cavavano e le tagliavano direttamente con le loro mani. Si dice che maestro Ferdinando vedesse già dentro la roccia il capitello o la testata d’angolo che doveva realizzare, e che parlasse con essa per capire il punto esatto in cui doveva dare il colpo di martello e così la roccia si apriva quasi magicamente e si lasciava docilmente modellare.

Da maestro Ferdinando ai fratelli, poi ai nipoti e quindi ai pronipoti, sono quattro le generazioni di maestri scultori della pietra e numerose sono le loro opere tra case, ponti, monumenti funebri, che hanno lasciato sparse un po’ ovunque.

Perciò anche Luigi Tozzi, di cui vogliamo raccontare la storia , era sin da giovanissimo un picapedrero y constructor.

 

Il contesto.

Sul finire del 1800 l’Italia attraversava una grave crisi economica  e sociale: sono gli anni del tentativo coloniale in Africa con la sconfitta militare in Etiopia, gli scandali bancari, i “moti per il pane” e la repressione a cannonate.

La grande propaganda per la migrazione verso le Americhe assumeva enormi proporzioni. 

 

Dal 1876 alla Grande Guerra gli espatri sono oltre 14 milioni. Nei primi dieci anni la maggioranza parte verso l’Europa, dal 1886 prevalgono le Americhe, soprattutto quella meridionale (Argentina e Brasile) dove si dirige il 23% degli emigrati italiani: nel 1905 a Buenos Aires risiedono già 250 mila italiani; nella città di San Paolo su 260 mila abitanti circa metà (112.000) sono italiani.

«Da per tutto sono sparsi commessi che fiutano intorno la miseria e il malcontento e offrono il biglietto d’imbarco a quei disgraziati che vogliono abbandonare la patria, o li eccitano a vendere la casa, le masserizie e la terra, per procurarsi il denaro per il viaggio. Nella prima fase dell’emigrazione di massa l’agenzia di emigrazione è un’impresa privata che nasce e ha la sua sede principale solitamente nelle città costiere, sedi dei porti d’imbarco per le Americhe. Gli agenti sono avventurieri che si recano personalmente nelle zone in cui si manifestano tassi di espatrio consistenti per reclutare emigranti e indirizzarli verso le compagnie di navigazione disposte ad offrire provvigioni più alte per ogni emigrante arruolato».

Per sfuggire ai controlli e alla coscrizione militare, i migranti partono senza passaporto.

Uno degli aspetti più tragici dell’emigrazione è lo sfruttamento dei minori. Tra Ottocento e Novecento i bambini sono venduti a decine di migliaia per 100 lire l’uno a trafficanti che li rivendevano alle miniere americane.

 

Tra la fine del 1800 e i primi del 1900, spinti dalla miseria e dalla speranza di un futuro migliore, ma vittime dell’ignoranza e dell’analfabetismo, molti emigrati italiani furono facili prede di sfruttatori, «la cui propaganda – con le parole dello scalabriniano Pietro Maldotti che al porto di Genova opera per sventare le trame degli agenti d’emigrazione – è implacabile e irrefrenabilmente scandalosa tanto da promettere ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigono in America, dove le strade sono coperte d’oro e si mangia a sazietà».

prede di sfruttatori, «la cui propaganda – con le parole dello scalabriniano Pietro Maldotti che al porto di Genova opera per sventare le trame degli agenti d’emigrazione – è implacabile e irrefrenabilmente scandalosa tanto da promettere ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigono in America, dove le strade sono coperte d’oro e si mangia a sazietà».—————-

 

Luigi (1889-1970), uno dei figli più giovani di Ferdinando, a 16 anni, già conoscitore del mestiere di scalpellino, spinto dalla miseria e attratto dalla propaganda  implacabile che prometteva ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigevano in America, in segreto e con il suo migliore amico Palmerio, decise di partire in cerca di fortuna.

Si imbarcarono sul piroscafo “Sirio”, una delle più grandi navi della marina italiana, ma ormai vecchia di 24 anni. La nave che poteva contenere un massimo di 700 persone ne caricò 2000. salpò  da genova il 2 di agosto 1906. Nel pomeriggio del 4 agosto, intorno alle 16, mentre si avvicinava alle coste della Spagna, la nave Sirio, stracarica di disperati, si schiantò a tutta velocità su uno scoglio a tre metri di profondità presso Capo Palos a venticinque chilometri da Cartagena. Il naufragio sorprese, dal momento che il tempo era sereno e limpido, il mare quasi calmo, il sole ancora alto e anche per il fatto che le rocce presso le isole Hormigas ove il “Sirio” investì erano segnate nelle carte di navigazione e tutti i marinai le conoscevano, se non altro per un altro naufragio avvenuto anni addietro sullo stesso punto da un altro transatlantico italiano.

I danni erano gravissimi ma l’affondamento totale avvenne solo 16 giorni dopo. Avrebbero potuto salvarsi tutti. Ma l’evacuazione fu così caotica e disperata che alla fine il bilancio, stilato dai Lloyd’s, fu apocalittico: 292 morti secondo i dati ufficiali. In realtà, secondo le cronache del tempo, le vittime pare siano state ancora di più: tra le 440 e le 700. Nella stragrande maggioranza erano italiani partiti da Genova per cercare fortuna in Argentina e in Brasile.

Tra le vittime, il vescovo di San Paolo del Brasile, il Priore dell’Ordine dei Benedettini di Londra, otto missionari che si recavano in Brasile ed il Console dell’Austria di Rio de Janeiro, Leopoldo Politzer. Intere famiglie furono inghiottite dal mare.

Tra i superstiti Edmondo De Amicis e il nostro Luigi TOZZI di soli 16 anni.

 

Nel piccolo museo di Capo Palos dedicato alla Sirio, sono tuttora conservati i volantini che pubblicizzavano anche le soste “fuori programma” per caricare i clandestini. Si vociferò che senza quelle tappe sottocosta, la nave sarebbe passata al largo della micidiale scogliera denominata Bajo de Fuera che la fece naufragare. Il capitano Giuseppe Piccone che aveva 62 anni ed era al comando del Sirio da 27 anni, fu rinviato a giudizio, ma chiuso nel suo dolore, morì a Genova due mesi dopo l’evento descritto.

 

Edmondo De amicis, a seguito dell’esperienza “sofferta” a bordo del Sirio, affrontò il tema dell’emigrazione con la sua opera letteraria “Sull’oceano”.
Il tragico naufragio colpì molto la fantasia popolare che ispirò una drammatica canzone, tratta dal repertorio dei cantastorie. Nel 2001 il cantautore Francesco De Gregori inserì nel suo album “ Il fischio del vapore ”, una ballata conosciuta soltanto nel nord Italia, da cui partirono gli sfortunati emigranti del Sirio in cerca di fortuna.
Alla domanda di un giornalista: “ Concorda che ci sia una similitudine drammatica con la situazione attuale dove le bagnarole affondano”?

Il cantautore rispose: “ Questo è proprio il motivo per cui noi la cantiamo, perché la nave Sirio, questa Titanic della povera gente, era una bagnarola di 23 anni, piena di disperati alla ricerca di una nuova vita” .

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Nel tragico naufragio Luigi e il suo amico Palmerio si salvarono. Palmerio si salvò aggrappato alla sua valigia di cartone mentre Luigi perse tutto quel poco che aveva. Lo shock fu tale che Palmerio decise di rientrare a casa a rischio di subire la fucilazione e perciò non diede ascolto alle minacce dei traghettatori che lo volevano trattenere.

Anche Luigi per lo spavento subito avrebbe voluto seguire l’amico e tornare indietro, ma fu assoggettato e persuaso dagli agenti d’emigrazione con la minaccia della fucilazione per diserzione ed emigrazione clandestina. Quindi  gli amici si separarono e Luigi fu caricato su altra nave e spedito in America. Giurò allora che se avesse attraversato l’oceano sano e salvo non lo avrebbe riattraversato mai più, e così avvenne.

Finì dunque in Patagonia, dove già dal 1880, la “Conquista del deserto” soggiogò o sterminò le rimanenti tribù indigene della Pampa meridionale e della Patagonia, e dove c’era  ancora bisogno di maggior manodopera.

Furono anni difficili sia per la lingua, sia per il clima e l’adattamento culturale. I migranti venivano trattati dai latifondisti senza scrupoli come schiavi, lavorando ininterrottamente anche dodici ore al giorno per un misero salario. I bambini venivano sfruttati senza pietà e le donne molto spesso violentate.

Nonostante le gravi difficoltà il giovane Luigi si dedicò esclusivamente al lavoro.

Riuscì ad attraversare indenne tutti  periodi peggiori  anche quelli della storia politica argentina come il massacro della Semana Tragica del 1919, in cui la polizia di Santa Cruz trattenne in stato di fermo i sindacalisti della “Sociedad Obrera”, la maggioranza dei quali erano immigrati, pretendendone l’espulsione in nome della legge argentina (la cosiddetta “Legge di Residenza”). La Sociedad Obrera dichiarò allora lo sciopero in tutta la provincia per la liberazione dei compagni arrestati. Una volta riottenuta la libertà, il conflitto continuò per i miglioramenti salariali e per le condizioni di lavoro. Iniziò allora una estenuante negoziazione con i latifondisti che terminò con un insuccesso dei lavoratori a causa delle gravi discordanze esistenti tra anarchici, sindacalisti, socialisti e comunisti.

Il governo di Hipólito Irigoyen inviò allora truppe dell’esercito, comandate dal tenente H. Benigno Varela (2 gennaio 1921), per porre fine allo sciopero. Gli eventi precipitarono quando entrarono in azione le forze paramilitari della “Liga Patriótica”  e molti dirigenti sindacalisti furono arrestati. Ci fu lo sciopero generale a Santa Cruz.  Il tenente Varela impose «la pena de fusilamiento per i braccianti e gli operai in sciopero. Il governo cileno, timoroso probabilmente che lo sciopero contagiasse anche i lavoratori e le lavoratrici cileni\e, collaborò e fornì sostegno alle forze militari argentine nella repressione in atto. L’esercito argentino soffocò violentemente la rivolta, arrestando e fucilando molti lavoratori\lavoratrici in maniera sommaria. In totale, circa 1500 tra operai, braccianti e sindacalisti morirono sotto i colpi delle “forze dell’ordine”.

Queste vicende sono ben raccontate nel film  di Héctor Olivera, La Patagonia Rebelde (1974), che descrive i tragici eventi di quel periodo.

Da citare anche il libro, uscito nel 2010, “Patagonia Rebelde” di Osvaldo Bayer; un libro, come  ci ricorda Alberto Prunetti curatore dell’edizione italiana pubblicata da Eleuthera, un tempo bruciato nelle piazze e oggi adottato in tutte le scuole della Patagonia. Il libro ricostruisce lo sciopero dei braccianti anarco-sindacalisti nella Patagonia argentina degli anni Venti. quello sciopero che tenne in scacco i latifondisti patagonici per due anni e si conclude tragicamente con la fucilazione dei 1500 lavoratori insorti per opera del colonnello Varela e del suo esercito.

Luigi Tozzi pensando piuttosto a lavorare e a portare avanti la sua numerosa famiglia e lottando,  più che altro, contro le avversità del clima patagonico, “durante l’inverno, quando la neve arrivava a coprire tutta la casa e dovevamo stare rinchiusi per mesi – racconta una delle figlie – papà provvedeva a mungere le vacche e a nutrirci di solo latte e ci razionava un poco di frutta che teneva gelosamente conservata sotto il suo letto. In quei lunghi inverni ci raccontava con visibile commozione di un’isola lontana chiamata Sardegna in cui aveva lasciato la sua famiglia…e alla quale non poteva mai più tornare perché lo avrebbero fucilato…”.

Don Luis Tozzi Marras, così veniva chiamato in argentina,  visse tutta la vita nella nostalgia della sua Sardegna e della sua amata mamma Mariannica, il cui ricordo e amor patrio trasmise ai figli e ai numerosi nipoti.

Dal 1906 e sino al 1950 Luigi riuscì a tenere rapporti epistolari con la famiglia, e nei primi anni anche con la sua fidanzata sarda (con la quale corrispondevano in rima). Con nostalgia proffonda scriveva alla fidanzata sarda
Rezzìdu appo su tou cantu bellu
ma cheres chi ti cambie modellu?
ma a sa tristura no poto pero’

ca in primu allegru no so’
pro chi s’este affundadu su vassellu.
ma cheres chi mi allegre coro bellu
vivende dae te tantu lontanu?
Ma si tenia istrinta sa tua manu
istringhinde dae coro ti la dia
un’istrinta ‘e manu ‘e veru coro.
adiosu a nos biere prenda ‘e oro.

 

Lettera spedita dalla fidanzata a Luigi
permesu de sa littera ammorosa
o caru mi as mandadu unu fiore
ma deo pro ammentu ‘e tantu amore
da iscanu ti mando una rosa
so passande sa fida noiosa
pro chi sa lontananza mi es dolore
po cussu ti mando custa rima
ca connosco chi m’amas e m’istimas
custa ti mando pro ti dilettare
ca deo cun sas tuas mi recreo
e attrettantu deo za lu creo
chi tue puru brames a mie.

si podia che puzzone ‘olare
su coro ti che tio mandare
pero’ no partit si no b’ando deo.

 (1906/7)

 Più tardi all’età di 39 anni, conobbe una ragazza ventiduenne che pascolava le vacche nella pampa,  Josefa Gonzalez che sposò e da lei ebbe undici figli a cui diede gli stessi nomi dei fratelli e sorelle lasciati in Sardegna.

Fissò la sua dimora nel minuscolo paesino di Jaramillo (poco più di 100 abitanti) nella provincia di Santa Cruz dove si costruì la casa utilizzando la pietra locale secondo le tecniche imparate da suo padre maestro Ferdinando.

Ebbe una vita povera ma dignitosa e seppe portare avanti l’intera famiglia con il suo lavoro sebbene conobbe  periodi di miseria alternati a quelli di benessere.

 

 

 Poi le lettere non arrivarono più … e si pensò fosse scomparso. Ma Luigia Tozzi una sua nipote (omonima proprio per ricordare lo zio partito in america…) non perse mai la speranza di riallacciare i contatti, e dopo vari tentativi andati a vuoto in questi ultimi cinquant’anni, finalmente, grazie alla tecnologia di Facebook e alla costante ricerca da parte di Nanni Delogu Tozzi, figlio di Luigia, il 29 dicembre 2010 alle ore 02,45 arriva questo messaggio di risposta ai tanti appelli; è un certo Jorge Sanatana Tozzi (un nipote di Luigi) che scrive:  “hola mi abuelo se llamaba asi, era hijo de marianica marraz y su padre llevaba el mismo nombre, pero creemos que el llego a la argentina alrededor de 1905 era de un pueblo llamado Scano Montifierro de la provincia de Cagliari, mi abuelo nacio en el a;o 1888, y hasta 1950 mantuvo comunicacion con su familia, espero tu respuesta un cordial saludo”.

La comunicazione si intensifica in un miscuglio di trepidazione e paura di perdere il contatto e si protrae ininterrottamente fino alle 06 del mattino seguente senza dormire per poi riprende la sera seguente ancora per tutta un’altra notte. E così per alcuni giorni.

Indescrivibile l’emozione e la gioia, sia dei parenti argentini, sia di quelli sardi che appena venuti a sapere del contatto avvenuto e cercato per anni da entrambe le parti, iniziano ad agganciare e scambiare le amicizie attraverso Face book e Skype e da quel giorno non finiscono di raccontarsi le proprie storie anche in videoconferenza. Non solo i nipoti ma perfino le figlie superstiti di Luigi, avanti con l’età, si cimentano sul web per dare o ricevere notizie.

 

“Una bella notizia! – dice nanni delogu tozzi – alla fine ci sono riuscito a ritrovare i lontani parenti argentini! ho impiegato mesi ma grazie a face book ce l’ho fatta! Il 29 dicembre 2010 resterà memorabile. Zio Luigi partito giovanissimo per l’Argentina e del quale avevamo perso le tracce dal 1950 ora, dopo oltre 50 anni, lo abbiamo ritrovato, o meglio abbiamo ritrovato i suoi figli… E’ un’emozione indescrivibile”.IGL…

 

La speranza, mai venuta meno, di sua nipote Luisa si è avverata il 29 dicembre 2010. Si è realizzato così un sogno attesto 105 anni! “Il più bel regalo di Natale” ha affermato Luigia; “il più bel giorno della mia vita” ha replicato Elena, sua cugina, una delle figlie di Luis!

In Sardegna restano in vita soltanto due nipoti, Cicita e Luigia (entrambe ultra ottantenni) e in Argentina vivono ancora sei degli undici figli di Luis.

Se non si è giunti in tempo per trovare lo zio d’america Luis, che è morto nel 1970, in compenso si è venuti in contatto con una miriade di cugini, nipoti e pronipoti disseminati tra la Sardegna, l’Argentina, il Cile ed il Perù.

La ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia Tozzi attualmente conta oltre 300 unità.

 

La fama di Don Luis diffusasi in tutta la Patagonia a partire dai primi ‘900, è giunta fino a noi grazie anche al riconoscimento da parte del governo argentino. Attualmente infatti quella casetta di Jaramillo è Casa museo ed è diventata il simbolo dell’imprenditoria italiana in quelle lontane terre della patagonia. Un cartello, posto dall’Amministrazione governativa, all’ingresso della casa, ricorda la figura e le qualità di Don Luigi tozzi Marras inmigrante de CerdenaItaliaprimer picapedrero y constructorrealizo varias obras – la ex comisaria – tumbas en el cemeterio historico local  – trabajaba con piedra de la zona tallada con punzon y martillo.

***

 

La giornalista sarda Teresa Fantasia che cura una rubrica dedicata ai sardi in argentina per la Radio Genesis di Buenos Aires, terrà in questi giorni una diretta radiofonica in collegamento con la Sardegna per raccontare la singolare storia di don Luis Tozzi Marras partito in America latina all’età di 16 anni e dove ha lasciato indelebile la sua impronta e il suo amore per la Sardegna. 

 

 

 

4 risposte a “LA STORIA DI LUIGI TOZZI MARRAS, EMIGRATO IN ARGENTINA A 16 ANNI (PRIMER PICAPEDRERO Y CONSTRUCTOR DELLA PATAGONIA)”

  1. Caro Massimiliano
    ringrazio di cuore la pubblicazione di questa bellissima storia
    Sardegna nel cuore ha iniziato il 14ªº anno ininterrotto in onda , la radio mi ha aperto la porta e un vasto e ricchissimo mondo dei sardi in disterru ,
    Un mondo ricco di storie di vita di sardi emigrati ,dispersi in questo sconfinato paese ,e ne continuo a conoscere altre anche grazie a facebook e al mio recente viaggio a Sardegna .Storie come come questa che mi ha inviato Nanni Delogu Tozzi ,Storie che la Sardegna deve conoscere !
    Un abbraccio da Buenos Aires
    e grazie ancora a nome di Nanni e della famiglia Delogu Tozzi

  2. Ultima Speranza :Sono in cerca della documentazione del comune di nascita del fu Daniele Bianchi nato nell anno 1865 -1866,figlio di Antonio (deceduto nel anno 1879)e di Erminia Notolli /Notore della provincia di Lucca,non si conosce il nome del luogo di nascita.Ho fatto tante ricerche tutte negative.Ho scoperto che è partito da Genova nella nave Provence verso L’argentina,il suo arrivo a Bs.ASin data 9 /7/ 1885. età 20 anni, stato civile Single,professione Picapedrero, catolico.Sua pronipote è in cerca delle informazione su Daniele,io mi sono rivolta in tutti modi per aiutarla però la ricerca è molto difficcile non conoscento il luogo preciso di nascita chiedo se mi potete aiutare,non so più come comportarmi.
    Io abito a Milano mi chiamo Nivia Ester Pedroli.Vi lascio la mia e-mail per ulteriori notizie:
    niviaester.pedroli@fastwebnet.it
    Vi ringrazio
    Porgo distinti saluti.

  3. Carissima Teresa, grazie per le belle parole. io però non ho alcun merito se non quello di essere un pronipote di questo ragazzo emigrato in Argentina in cerca di fortuna e dalla quale terra non è mai più tornato. Il ritrovamento dei parenti, tanto sperato per anni, è stata una grande gioia per noi e per quelli oltre oceano. Spero quanto prima di poter volare in Argentina a visitare i luoghi in cui ha vissuto questo mio grande antenato e abbracciare i parenti argentini.
    Buon lavoro Teresa! sei grande!

  4. GRACIAS QUERIDO NANNI,tus palabras reviven gratos recuerdos de la hermosa vida junto a mi padre DON LUIS TOZZI MARRAS,espero puedas viajar asi conoces un poco mas de tu familia ARGENTINA,ABRAZO ENORME

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