NO ALLA REPRESSIONE CONTRO I PASTORI: OCCORRE UN NUOVO PIANO DI RINASCITA CHE QUALIFICHI E RICONVERTA IL SETTORE

scontri tra la polizia e i pastori sardi al porto di Civitavecchia (Roma)
scontri tra la polizia e i pastori sardi al porto di Civitavecchia (Roma)

di Tonino Mulas

I pastori sardi che volevano portare pacificamente la loro protesta a Roma e incontrare il Ministro Galan, sono stati bloccati e maltrattati dalle forze dell’ordine, gli è stato impedito di salire sui pullman noleggiati per il trasporto e sono stati praticamente tenuti prigionieri nella nave. E’ un fatto grave.

Chi ha dato queste indicazioni politiche ha calpestato il diritto al dissenso e all’organizzazione democratica e sindacale. In questo modo si alimentano esasperazione e rabbia, non si facilita certo la soluzione dei problemi.

La crisi agropastorale è socialmente rilevante e la situazione economica dei pastori sardi è gravissima. Dopo la distruzione del tessuto industriale si rischia di compromettere definitivamente quella che è la più importante produzione sarda, oltre che quella più antica che caratterizza storicamente la Sardegna.

Occorre riflettere non solo sulla scandalosa distorsione del mercato che vede un litro di latte costare più di un litro di acqua minerale, ma su tutto il contesto economico-sociale. Un settore economico che connette famiglie-paesi-territori-popolazione-ambiente-paesaggio, non può essere considerato e valutato solo dal valore di mercato di quello che produce in uno specifico momento datato, soprattutto se questo è un momento di crisi.

La crisi di un settore se non risolta diventerebbe disastro di una intera regione, già ora colpita dallo spopolamento e dall’abbandono di interi territori e paesi nelle zone interne.

Forse la pastorizia non rende molto in termini di sussistenza. Ma occorre pensare cosa potrebbe succedere di quei territori, faticosamente tenuti in produzione, dove la regione ha speso in passato ingenti risorse, se fossero abbandonati.

Ci sarebbe un gigantesco processo di degrado dell’ambiente e del paesaggio, una corsa a una desertificazione già pericolosamente incombente per motivi climatici. Occorre non un disimpegno, ma un gigantesco sforzo economico da parte dello stato,  in passato colpevolmente assente o ostile e da parte della Regione Sardegna l’invenzione di un Nuovo Piano di Rinascita e di riconversione produttiva. Non l’abbandono e l’uccisione di quella che è stata la spina dorsale della Sardegna, ma il cambiamento e lo sviluppo, sono urgenti.

Se il pecorino romano non ha futuro, si pensi ad altre produzioni: ma queste siano aiutate e sostenute con un lungimirante piano economico che veda sempre più l’integrazione di turismo, agroindustria, pastorizia e agricoltura di qualità, passando, in un periodo ragionevole, da un’economia assistita ad una di qualità, la quale tuttavia, non può che basarsi, sia ora che in futuro, su un intervento pubblico che metta in conto, non solo il prodotto interno lordo, ma anche il valore aggiunto di storia, paesaggio, ecologia, ambiente.

Cosa ne sarebbe stato del Trentino Alto-Adige se i terreni di montagna e di collina fossero stati abbandonati, perché non sufficientemente produttivi?

L’Italia è al limite del disastro ecologico, non dobbiamo portare anche le zone interne della Sardegna ad un punto di non ritorno.

Questo è ciò che interessa i sardi residenti, ma anche i sardi emigrati e più in generale tutti coloro che conoscono e amano la Sardegna

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