RAPPRESENTAZIONE TEATRALE A MILANO "BODAS DE SANGRE" DI GARCIA LORCA: INCONTRO CON MARCELLO FOIS CHE HA TRADOTTO L'OPERA

Marcello Fois con Guido de Monticelli
Marcello Fois con Guido de Monticelli

di Sergio Portas

E’ sul crinale della lingua che lavora l’ordito del tappeto in cui un popolo continua a tessere la trama della sua storia. Da qui, per i sardi che lasciarono l’isola in tempi più remoti, tutta la difficoltà di esprimere le loro potenzialità, il loro essere completo. Da qui tutta la nostalgia per un narrare diverso,abbandonato per forza di destino, per sempre scolpito nell’anima dal latte materno, dal suono delle launeddas nelle feste, dal vento che fischia tra le canne sconnesse del tetto. Cercare di tradurre sensazioni e parole in un’altra lingua è già tradire. Ma nell’intento d’incontrare gli altri è un tentativo che va intrapreso, sempre. Marcello Fois, lo scrittore di Nuoro che da qualche anno ci ha donato splendidi esempi di prosa coi suoi libri e romanzi (da ultimo : Stirpe, pubblicato per Einaudi, 2009) ha preso il testo di un grande della poesia mondiale, Federico Garcia Lorca: “Bodas de sangre” e l’ha tradotto in barbaricino. L’idea è venuta in realtà a Serena Sinigaglia che qui a Milano è regista di teatro, nonché fondatrice, presidente, direttore artistico dell’A.T.I.R. (Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca) che da un paio d’anni gestisce il teatro Ringhiera. Ma fa anche regie d’opera lirica e ancora quest’anno al Piccolo ha firmato la regia del monologo spettacolo di Roberto Saviano  “La bellezza e l’inferno”. Dice di lei Sara Chiappori su “Repubblica”: “Se uno spettacolo non ha il gusto della sfida le interessa poco. E’ regista che ha bisogno di appassionarsi, Serena Sinigaglia, anche e soprattutto quando la posta in gioco è alta”. La posta ce la facciamo dire da lei in una prosa sontuosa e ammaliante: “ … Quale lingua per Lorca? La sua, certo, e oltre la sua? Serviva una lingua che non fosse un frutto di un compromesso intellettuale e borghese come l’italiano, lingua convenzionale e trasversale buona per ogni occasione ma distante dalla lingua reale che la gente realmente parla e ha parlato. Serviva una lingua di terra e di sangue, intrisa dei luoghi e delle persone che la parlano. Una lingua che è già storia di faide, di confini difesi e violati, di campi arsi, di coltelli, di parole impronunciabili, di silenzi violenti. Una lingua antica, che scorre nei geni di chi l’ha parlata o meglio vissuta…”. Marcello Fois lo incontro prima dello spettacolo che per quindici giorni andrà in scena qui al Ringhiera di Milano, è con Guido De Monticelli, direttore artistico del Teatro Stabile della Sardegna, che ha “prestato” alcuni dei suoi attori (Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Isella Orchis e Cesare Saliu) per questo melange sardo milanese (i “giovani” Matteo Brinzi, Mattia Fabris, Sax Nicosia e sandra Zoccolan) in salsa barbaricina. Mi dice del miracolo che si avvera dopo cinque minuti che la storia si dipana, Fois, tutto sarà comprensibile sia a un campidanese di Guspini come me che a un pubblico come quello milanese. E poi ci sono le musiche di Gavino Murgia, incredibili come quasi sempre vista la caratura artistica del personaggio, nuorese di nascita anche lui, jazzista di fama internazionale, suona il sax ma anche le launeddas, compone, canta, porta la musicalità sarda per il mondo, dallo Yemen a Cuba, dalla Russia al Sud Africa. Qui, mi dice Fois, sfiora la deriva etnica solo nella scena del matrimonio, me li ricordo i matrimoni degli anni cinquanta, a Nuoro,i pranzi di nozze in quei garage dalle pareti nude, dove su mattoni forati venivano posate lunghe tavole di legno, coi piatti tutti spaiati. E comunque questo spettacolo a Nuoro ce l’abbiamo portato di già, ed è stato un successo, benché io me la sia quasi fatta addosso dalla paura. Quando Lorca scrisse la tragedia era il 1933, tre anni dopo i falangisti di Francisco Franco l’avrebbero stanato a Granada, dove si era rifugiato da amici, e fucilato in qualità di “amico dei rossi” e in sovrappiù omosessuale. Nella guerra civile che gli spagnoli si fecero l’un l’altro e che costò loro centinaia di migliaia di morti, questo bastava e avanzava a motivare una condanna capitale. La poesia di Federico Garcia ha reso patetico il tentativo di spegnere una tale voce, oramai patrimonio dell’umanità tutta. Bodas de sangre dice di un matrimonio in cui la sposa va coi retropensieri di un amore mai spento per l’antico fidanzato, Leonardo,che pure ora ha una moglie e un figlio in fasce, con cui scompare a nozze celebrate. Li si cerca, una luna traditora e inesorabile nella sua brillantezza li fa scoprire nel bosco. Solo la ragazza si salva, muoiono lo sposo e Leonardo. Invano la “novia” si presenta alla madre di lui invocando perdono e esibendo una intatta verginità che dovrebbe diminuire la sua colpa. Il palco si presenta spoglio di vecchie sedie, sovrastato da un arazzo che ricorda il velo di una sposa, gli attori sono sempre in scena, col singolare effetto che le emozioni evocate dai dialoghi si riverberano anche nei personaggi che sono al di fuori del contesto. Una luna interpretata da Sax Nicosia in salsa travesti da Drag Queen, magicamente tatuata, capace di parlare tutte le lingue del mondo, che a tutti si riferisce e tutti illumina, mettendo a nudo bellezza e turpitudine, inesorabile nel suo non possedere un anima. Delle sei lingue che usa il sardo è quello che le viene ( o dovrei scrivere gli viene) meno bene. Per il resto è maestosa negli abiti fantastici che non coprono del tutto un fisico asciutto , scultoreo, attraversato da vernici fosforescenti, fin sul volto che sfoggia sempre un sorriso crudele. Lia Careddu è “sa mamma” della Sardegna di sempre, ancora più padrona in casa sua ora che le hanno ucciso marito e un figlio. Leonardo, parente della famiglia degli assassini, tocca invitarlo al matrimonio. E’ lei, come d’uso, che va a fare la domanda di matrimonio per il figlio. S’isposa e s’isposu sono gestiti dal Fato che leva loro ogni possibilità di scelte diverse, una travolta da una passione che non passa, l’altro da una necessità di lavare l’offesa dell’abbandono che avrà nel coltello insanguinato l’inevitabile epilogo. I due “milanesi” se la cavano bene anche col dialetto barbaricino. Una trama di fili stesi a mò di tela di ragno invischia il duello al rallentatore, che sfocerà in un bagno di sangue, dei due maschi innamorati della stessa donna. Alla fine il pubblico applaude e applaude, continua alle uscite degli attori, quando sul palco salgono la regista, quando sale anche Fois, e anche quando si presentano gli altri che hanno contribuito all’allestimento dello spettacolo. Applaude e applaude. I commenti, fuori, quasi tutti incentrati in questo miracolo che ha permesso di “capire quasi tutto”. Magari non la poesia di Peppino Mereu che canta la mamma al suo bimbo in fasce (che sia di Mereu  me lo dice Fois), ma per il resto sì. E il testo di Lorca ne è uscito stravolto? Dice Susanna Basso nel suo “Sul tradurre” (Bruno Mondadori editore, 2010): “Quando le parole passeggiano sul filo del suono per produrre meraviglia, al traduttore è concesso, anzi richiesto, di sfoderare la propria maestria, perfino complicata, rispetto a quella dell’originale, dal vincolo di seguire l’acrobazia dell’altro, senza la libertà di individuare le mosse del percorso”. Fois e Sinigaglia sono artisti e poeti, hanno insieme drammatizzato la tragedia grenadina e l’hanno magicamente rianimata nel cuore della Sardegna di inizio ‘900, dice ancora la regista: “…le parole di Lorca riemergono nella loro forza primordiale, a ricordare le eterne contraddizioni dell’uomo, che sa amare e odiare come la natura che l’ha generato e che da queste contraddizioni ne emerge con un grido soffocato di cui non potrà mai conoscerne il fondo”.

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