I SARDI E LE COLONNE D'ERCOLE: CHE L'ISOLA COMINCI A RITAGLIARSI UN RUOLO IMPORTANTE NELLA STORIA


di Ignazio Basile

Premetto che non ho né le competenze professionali, né la presunzione di addentrarmi in una dettagliata disamina scientifica delle differenti posizioni emerse nella diatriba che ormai da quasi un decennio vede contrapposta la comunità archeologica isolana e l’autore del libro-inchiesta  sulle Colonne d’Ercole Sergio Frau, secondo cui la mitica isola di Atlantide sarebbe da identificarsi con la nostra amata isola di Sardegna.

Io sono soltanto un poeta; un poeta che con la mente e con il cuore cerca Dio, perdendosi nell’immensità dell’Universo;  un poeta che ha ben salde le sue radici nella terra, frammento divino di quel medesimo universo, creazione insondabile, incomprensibile, irraggiungibile, nella sua maggior parte; le mie radici si nutrono di sapori mediterranei, nelle profonde falde delle isole mediterranee; ma si estendono in infinite ramificazioni che mi hanno dato conferma di quanto sia vero che l’uomo ha un imprimatur originario, uno stampo divino unico ed inconfondibile, che accomuna tutti gli uomini sotto l’egida di figli del Dio Unico e Misericordioso. Eppure, quando al ritorno dal  mio  giovanile peregrinare per i lidi del mondo, il mal di Sardegna mi ricondusse all’ombra dei nuraghi, rimasi folgorato nel pensare ai miei avi lontani, costruttori di quelle imponenti costruzioni, che si stagliano possenti lungo le coste  dell’Isola, all’interno, nelle profonde Barbagie, nelle pianure e nei monti, dappertutto, testimoni di una grandezza remota, innegabile e orgogliosa.

Non nutro questi sentimenti di sardità per ragioni politiche o per rivendicare chissà quali spinte autonomistiche o partitiche. Mi sento e mi basta sentirmi un figlio del Dio vivente, fratello in Cristo(cercando di esserne degno), cittadino d’Europa e aspirante cittadino del futuro ordine mondiale. Non mi servono altre rivendicazioni. Eppure non amo quei Sardi che rinnegano il loro passato; che scimmiottano tutto ciò che viene da fuori, considerando la propria terra un’ infelice isola, terra di malaria e di disgrazie, che ha sempre bisogno degli altri per qualificarsi degno di esistere. Questa xenofilia esagerata e preconcetta non serve alla Sardegna del futuro. E’ obsoleta. E’ finita. Non so chi abbia ragione tra Sergio Frau e i 173 burocrati che hanno firmato contro il suo libro-inchiesta che, a loro dispetto, sta diffondendosi nel mondo, attirando l’interesse di illustri scienziati  quali  Maria Giulia Amadasi Guzzo,  Lorenzo Braccesi ; Vittorio Castellani (Astrofisico alla Normale di Pisa, archeologo e Accademico dei Lincei); Claudio Giardino (Archeologo specializzato in metallurgia antica, docente all’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli); Mario Lombardo (Docente di storia e letteratura greca e archeologo all’Università di Lecce); Kostas Soueref (Archeologo della Soprintendenza di Salonicco, Grecia); Benedetta Rossignoli (Ricercatrice e saggista dell’Università di Padova);  Azedine Beschaouch (Accademico di Francia, archeologo,   per conto dell’Unesco); Isa Boccero (direttrice del Museo del Sannio); i geologi del Cnr Davide Scrocca e Vincenzo Francaviglia (Nuove tecnologie per i Beni Culturali); Antonello Petrillo (docente di sociologia all’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa), Oya Barin (attaché culturale dell’Ambasciata di Turchia a Roma), Carlo Zanda de “La Stampa” e Daniela Fuganti di “Archeo”,  compreso quel grande, libero pensatore che corrisponde al nome di Giovanni Lilliu, su “Babbu Mannu” dell’archeologia sarda. Ripeto: non so chi abbia ragione. Ma so che è ora di scrollarci di dosso quel senso di autocommiserazione e disistima che   ha condannato i Sardi, negli ultimi sei secoli soprattutto, a un ruolo marginale nella storia d’Italia. Sento che vale la pena indagare nuovi orizzonti scientifici, senza facili e superficiali entusiasmi e inutili illusioni di grandezza, ma anche senza pregiudizi e senza complessi di inferiorità. Per questo riprenderò in mano il libro di Sergio Frau, sempre con l’atteggiamento umile del poeta, lasciando ad altri le giuste e doverose ricerche scientifiche.

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