VIETATO PARLARE DEI MORATTI: DA SARROCH, UNA STORIA ORDINARIA DI CAPITALISMO COLONIALE


di Michela Murgia

L’anno scorso avevo scritto per Tiscali un articolo sulla raffineria Saras, ma avevo omesso di dire che la Saras ha un ufficio stampa che fa il contrario di quello che normalmente fanno gli uffici stampa: esiste per fare silenzio intorno alla Saras. Nessuno deve parlarne, nessuno deve scriverne, nemmeno le attività culturali e benefiche finanziate dalla Saras devono essere riconducibili esplicitamente alla sua sponsorizzazione. Anche se la più grande raffineria del Mediterraneo appartiene alla famiglia Moratti, né Gianmarco né Massimo si sognano di scrivere SARAS sulle magliette dei giocatori dell’Inter. La parola d’ordine è sempre la stessa per tutti, dal presidente all’ultimo degli abitanti del comune di Sarroch dove hanno sede gli impianti: la Saras non esiste. O se esiste, non è una raffineria: è un posto utile, pulito, interessante e simpatico. Ecologico, nientemeno. Lo dice anche il gabbiano Gaby, il protagonista del cartone animato che viene mostrato nelle scuole nell’ambito di un programma educativo rivolto ai bambini del circondario, cioè i figli dei dipendenti della raffineria, i suoi lavoratori del futuro. Il progetto si chiama Saras per la scuola e serve a rendere familiare ai bambini la presenza della raffineria sul loro territorio, abbattendo timori e resistenze. Il gabbiano Gaby illustra le buone pratiche per risparmiare energia e non inquinare, come se il problema dell’inquinamento a Sarroch fossero i comportamenti dei bambini delle scuole. Peccato che dentro la raffineria non lavorino gabbiani parlanti, ma esseri umani con nomi e cognomi, uomini con famiglie e giovani con progetti di vita, alcuni dei quali la vita tra quelle mura ce l’hanno anche lasciata. Un anno e mezzo fa dentro lo stabilimento di Sarroch sono morti Pierluigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis, tre operai di una ditta esterna che operavano in condizioni di sicurezza che il pubblico ministero ha stabilito essere insufficienti e quindi potenziale causa del loro decesso. In relazione a questo fatto la procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo di tre dirigenti della Saras e del suo amministratore delegato, Gianmarco Moratti. Nessun giornale tranne “Il Fatto Quotidiano” ha dato questa notizia, perché evidentemente l’ufficio stampa della Saras fa bene il suo lavoro: la Saras non esiste, e se non esiste nessuno muore alla Saras e nessuno è responsabile di quelle morti. Chi prova a dire il contrario si trova davanti un muro impenetrabile di “vorrei ma non posso”. È successo l’anno scorso a Massimiliano Mazzotta, il regista che sulla Saras ha realizzato il documentario OIL, e che per quel film si è trovato ad affrontare lo stuolo di avvocati della famiglia di petrolieri che ne chiedevano il ritiro. Ai Moratti è andata male: il giudice non ha autorizzato il ritiro e il documentario lo abbiamo visto tutti. Ma la stessa cosa sta succedendo quest’anno a Giorgio Meletti, che per ChiareLettere ha appena fatto uscire un libro fondamentale per capire i silenzi della Saras. Si intitola Nel paese dei Moratti (Sarroch-Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale) ed è un’inchiesta con un tale carico di informazioni e collegamenti che i Moratti devono averne proprio paura se in nessun giornale accettano di recensirlo o di parlare dei temi che solleva. Qualcuno a parlarne però ci prova lo stesso. Per esempio va reso merito al Comune di Sarroch di aver organizzato proprio una presentazione di questo libro. Il direttore generale della Saras, uno dei quattro rinviati a giudizio per la morte dei tre operai, evidentemente non lo considera un merito, tanto che ha spedito a tutti i dipendenti della raffineria questa lettera sottilmente intimidatoria, che illustra chiaramente che cosa l’azienda si aspetta dal Comune di cui è primo contribuente e datore di lavoro monopolista:

“Siamo venuti a conoscenza che il Comune di Sarroch ha organizzato un evento per la presentazione del libro di Giorgio Meletti “Nel Paese dei Moratti”. Consapevoli che questa recente pubblicazione ha suscitato qualche interesse e curiosità, desideriamo condividere un breve commento al riguardo. Ci interessa evidenziare che il libro, al netto di alcune inesattezze e dell’utilizzo strumentale di alcune informazioni, non rende soprattutto merito dell’impegno profuso e dei risultati che Saras ha conseguito in oltre 40 anni di attività a favore della crescita economica e sociale del territorio e dello sviluppo di una cultura industriale ed organizzativa di cui tanto il nostro Paese ha bisogno. Ci auguriamo che questo sia lo spirito che ha indotto il Comune di Sarroch ad invitare l’autore del libro per un pubblico dibattito. Tutti, anche coloro che gravitano a vario titolo intorno alla nostra realtà, dovrebbero infatti farsi interpreti della sfida che come impresa quotidianamente viviamo: essere un punto di riferimento come produttori di energia sostenibile che alimenti la vita delle persone”.

Sorvolando sul fatto risibile che il petrolio viene definito “energia sostenibile”, immagino che non serva precisare che alla presentazione del libro non è andato nessun operaio della Saras. Se fossi un giornalista di un giornale libero sardo a questo punto chiederei una intervista al direttore generale della Saras e gli porrei queste domande: signor direttore, se non è vero niente di quello che c’è nel libro, perché inibirne la presentazione? Se si può dimostrare che Giorgio Meletti mente, perché non portare quanto può smentirlo?

Ogni tentativo di far tacere chi vuole scrivere o girare o parlare su quello che succede alla Saras dimostra solo una cosa: che le cose che scrive Meletti non possono essere facilmente smentite. Ecco perché è molto più conveniente che nessuno le senta ed ecco perché il direttore generale non mi rilascerebbe nessuna intervista. L’ufficio stampa alla Saras funziona benissimo.

2 risposte a “VIETATO PARLARE DEI MORATTI: DA SARROCH, UNA STORIA ORDINARIA DI CAPITALISMO COLONIALE”

  1. sono un dipendente SARAS, da 21 anni faccio parte,come infermiere professionale, del servizio sanitario insieme ad altri 6 colleghi e 2 medici specializzati in medicina del lavoro.
    Il 26 Maggio sono intervenuto per primo sui poveri Solinas, Muntoni e Melis e contrariamente a quanto scrive e dice l’ autore del libro e qualche commentatore di questo articolo, sono perfettamente in grado di capire la reltà in cui lavoro. Sembrerà strano ma non ho subito nessun lavaggio del cervello e nessuno ha il diritto di definirmi, “servo dei Moratti” o ” collaborazionista”.
    Questi due aggettivi ho dovuto sentirli durante la presentazione del libro a Cagliari, dal Meletti che dovrebbe chieder scusa per le parole che ha usato.
    Ripeto quanto ho scritto all’ autore, quel libro è pieno di inesatezze, falsità ed ilazioni, tutta la fase dei soccorsi è inventata di sana pianta, vengono stravolti orari, modalità e tempi di intervento di chi vi ha partecipato. Secondo Meletti i corpi dei tre operai sono stati estratti dai vigili del fuoco di Cagliari alle 15,45, falso e posso dirlo perchè alle 14,05 ho cominciato a praticare la rianimazione cardiopolmonare su Solinas. Le tre vittime dell’ incidente erano fuori dall’ accumulatore non più tardi delle 14,10 e sono stati estratti dalla squadra di primo intervento SARAS.
    Non è vero che il medico del 118 ha cominciato la rianimazione cardiopolmonare dopo due ore dall’ ingresso delle vittime nella cisterna.
    Queste affermazioni lasciano intendere che nelle 2 ore successive all’ incidente non si sia fatto niente, fanno intravedere la totale incapacità di intervento da parte dei dipendenti SARAS.
    Questi sono solo alcuni esempi e potrei continuare, Meletti però si supera quando scrive dei funerali affermando che la chiesa era stata addobbata con fiori neri e azzurri, altra falsità che non esito a definire squallida.
    Non posso e non voglio parlare di malafede, ma quando sento Meletti, che è bene ricordarlo, oltre ad essere un giornalista è laureato in storia dell’economia ed è stato per anni responsabile della pagina economica del TG La7,affermare come ha fatto a Cagliari che i Moratti sono i più ricchi d’ Italia e che la SARAS lascia in sardegna solo gli stipendi dei dipendenti, comincio ad avere qualche dubbio.
    Io non difendo i Moratti e la SARAS, io difendo la mia professionalità, la mia e quella dei miei colleghi molti dei quali rischiano la loro vita tutti i giorni per garantire la funzionalità e la sicurezza negli impianti. Lo fanno sapendo benissimo di fare un lavoro rischioso, perchè anche se qualcuno qui sembra non saperlo stiamo parlando di una raffineria, un impianto industriale dove il rischio non può non esser messo in conto.Così come si devono mettere in conto le emmissioni in atmosfera, sarebbe giusto però che Meletti oltre a fornire una serie di dati sulle sostanze emmesse dalla SARAS dicesse anche se queste emmissioni sono o meno e di quanto, all’ interno dei parametri consentiti dalla legge.

  2. Gentile Brughitta, leggo che lei continua a diffamarmi, come se si sentisse incaricato di questa missione. Continua ad attribuirmi cose che nel mio libro non ho scritto per avanzare il dubbio che io sia in malafede. Allora le ripeto per l’ultima volta che io della mia buonafede a quelli come lei do conto solo davanti a un tribunale.
    Io non ho mai usato l’espressione “servo dei Moratti” nè l’espressione “collaborazionisti”, a proposito di nessuno, anche perché sono cose che semplicemente non penso. Lei, evidentemente accecato da un’antipatia che le fa perdere la lucidità, non ha capito che io stavo riferendo di persone che hanno usato quelle espressioni, che per me non hanno senso. Ho detto anche chi aveva usato la parola collaborazionisti: l’ex sindaco di Porto Torres, 24 ore prima, alla presentazione del mio libro a Porto Torres. Ma lei evidentemente anziché ascoltare stava pensando alle imprecisioni del mio libro. Alla mia presentazione a Cagliari c’erano presenti un centinaio di persone, e c’è la registrazione di quanto detto. Quindi non solo io non devo chiedere scusa di niente a nessuno, ma la sfido a dimostrare che io ho detto le sciocchezze che lei mi attribuisce. In ogni caso le chiedo di smetterla di darmi il tormento con i suoi interventi offensivi: se crede che io abbia scritto qualcosa di offensivo nei suoi confronti nel mio libro vada da un avvocato e mi faccia causa. Allo stesso modo se lei si permette un’altra volta di scrivere in luoghi pubblici su di me usando questo tono e queste espressioni diffamatorie io la denuncio. Così potrà togliersi la soddisfazione di spiegare la mia malafede a un magistrato.

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