L'ULTIMO CONCERTO DI ANDREA PARODI, IL CAPITANO: UN CANTO ALLA VITA

Andrea Parodi ed Elena Ledda
Andrea Parodi ed Elena Ledda

a cura di Massimiliano Perlato

E’ buio. Il palcoscenico anonimo: strumenti. Un riflettore viola acceso verso il pubblico. L’attesa col tempo che passa si fa sempre più ansiosa, spezzata dal vociare distratto del pubblico che cerca posto. I cancelli chiudono. Poi salgono i musicisti a prendere i posti di comando e scaldare i ferri del mestiere, ancora pochi secondi ed eccolo lì, un “pitzinno in sa gherra”: provato dalla malattia, dalla lotta personale che ogni giorno ha combattuto. Non ha più lo sguardo d’asceta coi lunghi capelli e la folta barba, ma l’aspetto fisico non conta per i virtuosi qualcosa resta, le canzoni. Sicuramente le sue resisteranno a lungo, sopravviveranno, capaci di emozionare il sensibile cuore degli uomini, lui stesso una volta disse “permettono di affrontare un percorso di ricerca di te stesso, quel te stesso che poi offri agli altri. E quelli, sono momenti di emozione unica. L’emozione, solo quella conta”. Ed emozioni Andrea Parodi ne ha regalate tante, a cominciare dal suono lento di “S’anima non passa mai”, per continuare con Efix, La maza, Armentos, Camineras. Nelle sue canzoni ha dato la voce al popolo sardo, ha raccontato la Tradizione, che nel mondo della globalizzazione rischiamo pericolosamente di perdere. Quella che si sente passare nei balli a tre passi durante le feste paesane oppure sussurrata d’inverno nei racconti di vecchi saggi, al caldo di un focolare domestico: storie di agricoltori, allevatori, cacciatori, pastori solitari “sirbones isperdidos”, loro hanno fatto la Sardegna, sono padri romantici, capaci anche di sognare, come i due giovani di astrolicamus che una notte dall’alto di una collina guardano le stelle e capiscono che forse insieme possono sognare qualcosa di più, uno dice all’altro “Bola in su ‘entu ‘e s’ingiustissia, bola umpare a mie, bola in su mare ‘e s’indifferentzia, bola in custa die”. Ma “su sardu”, si sa, è “malu”, è un bandito che ti porta via, nel buio delle sue secolari grotte, all’Hotel Supramonte, “ma dove è finito il tuo amore”?: è finito nei “giorni incerti di nuvole e sole”, negli avvenimenti irrazionali, è finito nelle preghiere delle donne vestite in nero, nell’Ave Maria, nel silenzio di “Deo ti gheria Maria” ; “io mi perdo nell’oblio” recita il canto e allora, come un bambino “mi rifugio in sos giocattulos” con la gioiosa filastrocca ligure “Tiribi Taraba”. Il pubblico sa, vive il concerto, l’emozione di qualche signora presente scivola in pianto quando duetta con Elena Ledda cantando “Grazias a la vida”. Nel finale “Grazie a tutti quelli che hanno creduto in me, grazie alla vita per avermi fatto conoscere mia moglie” e con una rosa in mano, davanti agli occhi commossi della moglie, intona i versi d’amore di “Non potho reposare”, ruberei dal cielo il sole e le stelle e formerei un mondo bellissimo per te per poter dispensare ogni bene”. I due si abbracciano, si baciano, accompagnati dalla colonna sonora del pubblico, che come ha detto Andrea è stato per me “la migliore medicina”.

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