CONOSCERE ARCHEOLOGICAMENTE IL TERRITORIO DELLA SARDEGNA

particolare visuale al "Su Nuraxi" a Barumini
particolare visuale al "Su Nuraxi" a Barumini

di Carlo Tronchetti

Avete presente che razza di patrimonio archeologico abbiamo in Sardegna, e come sia distribuito nel territorio? Sono sicuro che, pensando a tutti i nuraghi ancora non scavati che si vedono emergere nel paesaggio, a siti come Tharros, Nora, Barumini …., la maggior parte di voi, e anche  degli archeologi, risponderà di sì. Sbagliando! In realtà quella che tutti, me compreso, abbiamo in mente è solo l’immagine ideale di un numero rilevantissimo di resti archeologici sparsi un po’ dappertutto, talvolta con una densità assolutamente rimarchevole. Questo però non vuol dire conoscere archeologicamente il territorio, in modo da poterlo tutelare adeguatamente, e poter poi, su questa indispensabile base di conoscenze, valorizzarlo. Una tale ricchezza archeologica pone poi complessi problemi. Le Soprintendenze Archeologiche che hanno funzioni precipue di tutela (oltre che di ricerca e valorizzazione) per svolgere in modo corretto il proprio compito devono inviare i propri funzionari archeologi a percorrere e tenere sotto controllo il territorio, verificare la fattibilità di lavori (pubblici e privati) da eseguire, seguire i lavori in corso, controllare i siti già in luce per valutare la necessità di manutenzioni e restauri, e così via. Tutte cose che è ben difficile fare stando seduti dietro una scrivania. Cosa che è resa inevitabile dai sempre più drastici tagli, che abitualmente colpiscono con la propria scure in modo privilegiato le spese per la cultura, intesa evidentemente come un orpello ornamentale piacevole, ma in fondo superfluo (a parte i luoghi noti in tutto il mondo che portano turisti e danaro). Un atteggiamento, questo verso la cultura, che mi ricorda l’ottica dei ‘nuovi ricchi’ del dopoguerra, che compravano i libri a metro (possibilmente con copertine lussuose) per riempire le librerie. La carenza di fondi è tale che, ad esempio, la Soprintendenza Archeologica di Cagliari forse (ma solo forse) solo dal prossimo anno avrà a disposizione un automezzo di servizio, una delle famigerate auto blu, ripetutamente additate come una delle principali cause di tutti i disavanzi pubblici. Una si ripete, per il Soprintendente, sette archeologi, cinque assistenti tecnici agli scavi, un architetto ed un ingegnere. Senza contare geometri, fotografi e così via. L’indirizzo che viene dall’alto è “Usate i mezzi pubblici!” Ma provatevi ad andare a Tharros da Cagliari con i mezzi pubblici. Prima treno da Cagliari a Oristano. Poi bus sino a Cabras. Poi una bella passeggiata di una dozzina di chilometri fino a Tharros. Oppure andate nel nuorese a verificare un nuraghe arroccato sulla vetta di un colle, lontano qualche decina di chilometro da un qualsiasi centro abitato, sempre rigorosamente con mezzi pubblici! Così il personale è costretto ad utilizzare costantemente l’auto privata, finchè durano i fondi per i rimborsi. Dopo di ciò si viaggia a spese proprie, finanziando, con il proprio stipendio un servizio ineludibile. Forse in alto (a livello politico, non ministeriale tecnico-operativo) hanno così ben radicati nella mente alcuni peculiari modi di agire, a tutti ben noti, che pensano che i controlli debbano avvenire in questo modo: Funzionario ad Impresario edile “Devo controllare il suo cantiere per verificare l’eventuale esistenza di resti archeologici. Mi metterebbe a disposizione una sua auto con autista per poterlo fare, e, già che c’è, mi pagherebbe anche il pranzo?” Sarà che sono sempre stato un dietrologo, ma, secondo me esiste un preciso disegno. Rendere impraticabile o addirittura impossibile la tutela. Ovviamente sarebbero salvaguardate le emergenze più note ed importanti, e sopratutto che rendono di più economicamente (magari affidandone la gestione a qualche cricca di privati, amici o amici degli amici); tutto il resto, tutto il tessuto archeologico che unisce assieme le eminenze, caratterizza e ci fa comprendere la vita del territorio, ed è ricchissimo di dati scientifici, non interessa. Così tutto, non più controllato, diviene libero per ogni tipo di speculazione. Salvo poi, in casi di rovina eclatanti, mandare il Gabibbo a denunciare lo scempio, possibilmente in Regioni o Comuni governati dall’opposizione. E denunciando pubblicamente i Funzionari che non fanno il proprio dovere di controllo! Già si è visto, nella manovra finanziaria in discussione, riemergere inquietante, ma significativa, una nuova ipotesi di condono edilizio anche per abusi in zone vincolate. Sulla spinta dell’indignazione diffusa è stata subito tolta, secondo il ben collaudato metodo di questi individui, di tirare il sasso e nascondere la mano. Ci provano a mettere norme molto discutibili; se gli altri non se ne accorgono allora passano e ci fregano; se vengono presi con le mani nella marmellata allora smentiscono recisamente il tutto, incolpando la  stampa di sinistra e i media comunisti di diffondere false notizie. Come il nostro premier fa ogni volta che non gli controllano prima quello che dice e spara cose incredibili. Così il territorio italiano (e sardo nel caso specifico) diventa carne di porco da distribuire tra amici e complici. Cosa fare? A questo punto il discorso si farebbe troppo lungo, e conto di riprenderlo in altro successivo contributo. Posso solo anticipare che è indispensabile un progetto comune che veda insieme (realmente insieme) Regione, Soprintendenze ed Università per lo scopo condiviso di creare un sistema informativo territoriale degno di questo nome, evitando ideologiche chiusure e steccati, e senza ricadere in clamorosi errori del passato anche piuttosto recente (segno della assoluta mancanza di pianificazione scientifica adeguata), quando progetti di censimento territoriale indicavano preliminarmente ai ricercatori i nomi dei siti da censire e la quantità di documentazione da effettuare. Un bell’esempio di quella che non saprei chiamare in altro modo che ‘preveggenza asinina’. Come conclusione mi sembra adatto citare un passo del discorso alla Camera di Giacomo Boni, famoso archeologo italiano tra ‘800 e ‘900, in occasione della discussione della Legge di tutela del 1909: “I monumenti … sono più che ornamento, … sono meglio e più che patrimoni: sono l’Italia stessa. ….. Quando tutto fosse alienato, e il paese fosse ridotto a un trogolo, in cui tenesse permanentemente il grugno una mandria di porci, chi lo chiamerebbe Italia?”

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