LA SACRA SINDONE E L'OSTENSIONE A TORINO: PER RIFORMULARE UNA NUOVA VISIONE DELL'UOMO

sindone
di Cristoforo Puddu

Il Santo Padre, con la sua visita all’Ostensione della Sacra Sindone, ne ha rilanciato il significato di “icona che interpella l’umanità oscurata”. Anche il moto “Passio Christi Passio Hominis”, filo conduttore e di riflessione proposto per l’Ostensione a Torino (10 aprile – 23 maggio) dal Cardinale Severino Poletto, Custode pontificio della Sindone, sottolinea il legame del Crocifisso con le sofferenze dell’intera umanità e la visualizzazione del “dolore di ogni uomo” nel segno “della carità reciproca tra fratelli”. I segni della sofferenza interrogano e mobilitano i cuori di milioni di persone per riformulare una nuova visione dell’uomo. La Sindone è un telo di lino a forma rettangolare (spessore di circa 0,34 millimetri e dimensioni di circa 442×113 centimetri, peso complessivo del lenzuolo di circa 2,450 chilogrammi, escludendo il telo di supporto su cui è cucito) con l’immagine di un uomo segnato dalla crocefissione, straziato da maltrattamenti e torture; secondo la tradizione s’identifica in Gesù. Nel 1898, con l’ultima ostensione ottocentesca, l’avvocato Secondo Pia esegue la prima fotografia del lenzuolo di lino che rivela la figura impressa e la sua immagine in negativo, aprendo la strada alla “storia scientifica” della Sindone. E’ infatti l’oggetto al mondo più studiato da svariati rami della scienza e dalle attualissime tecniche informatiche. Tuttora alimenta costantemente dibattiti, controversie, teorie discordanti sull’autenticità ma anche profonda e diffusa fede popolare verso la tradizionale raffigurazione del Cristo. La controversa storia della Sindone si ritiene ampiamente documentata dalla metà del XIV secolo, quando il lenzuolo risulta essere a Lirey (diocesi francese di Troyes) in possesso del cavaliere crociato Goffredo di Charny, con ascendenti familiari tra i cavalieri della quarta crociata e templari. Nel 1453 Margherita di Charny, discendente di Goffredo, consegna la Sindone alla duchessa Anna di Lusignano, consorte del duca Ludovico di Savoia, che risiedeva a Chambèry, allora capitale di Casa Savoia. La nobile famiglia ne tenne la proprietà sino al 1983, quando per volontà testamentaria di Umberto II passa alla Santa Sede e con il perfezionamento dell’atto di donazione, avvenuto il 18 ottobre dello stesso anno, affida la custodia “pro tempore” all’Arcivescovo metropolita di Torino. La Sindone fu trasferita a Torino dal duca Emanuele Filiberto nel 1578, per evitare il viaggio in Francia all’ormai vecchio vescovo di Milano, Carlo Borromeo, che vuole venerarla per sciogliere un voto espresso in occasione della peste che aveva interessato la città ambrogina. Nel 1694 il lenzuolo è collocato definitivamente  nella Cappella del Guarini, dove quasi ininterrottamente  vi rimane per circa trecento anni; nel periodo bellico del secondo conflitto mondiale, dal 1939 al 1946, è  invece messo al sicuro e custodito a Montevergine (Avellino). Riferimenti alla Sindone sono contenuti, con la ricostruzione della deposizione dalla Croce e sepoltura di Gesù, nei quattro vangeli canonici. Proponiamo i passi evangelici che riferiscono specificatamente di “lenzuolo”, “bende” e “sudario”: “Giuseppe, preso il corpo di Gesù lo avvolse in un candido lenzuolo.” (Mt 27,59); “Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro.” (Mc 15,46); “Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto.” (Lc 23,53); “Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei.” (Gv 19,40); “Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in luogo a parte.” (Gv 20,6 – 20,7). Ulteriori richiami alla Sindone sono contenuti in tre vangeli apocrifi:  Vangelo degli Ebrei (II sec.), Vangelo di Nicodemo e negli Atti di Pilato. Svariati i riferimenti al sudario e alla sindone presenti a Gerusalemme, tra il III e VI secolo, e successivamente a Edessa, Costantinopoli e Atene. L’immagine del volto di Gesù venerata a Edessa (odierna Urfa in Turchia), chiamata Mandylion, afferma dal VI secolo l’iconografia bizantina sulla caratteristica tipologia del volto di Cristo. Lo stesso Concilio di Nicea (787) sancisce la venerabilità del Mandylion. Il Novecento  ha conosciuto ben cinque Ostensioni pubbliche (1931, 1933, 1978, 1998 e 2000) ed una televisiva nel 1973; all’attuale, che fa registrare oltre due milioni di pellegrini, farà seguito quella programmata per l’aprile del 2025. Prosegue intanto il lavoro di un’ampia comunità di ricercatori, per dare uno “squarcio” sulla straordinaria immagine custodita nel lino, anche se la veridicità è da ricercare nella fede di ogni credente. Diversi pontefici hanno espresso il loro convincimento sull’autenticità della Sindone di Torino e lo stesso Giovanni Paolo II ha voluto significativamente esortare gli scienziati “ad affrontare lo studio alla Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono” ed invitati come Chiesa “ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti”.

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