IL PASTORE, MITO ROMANTICO DELL'UOMO SOLO TRA CIELO E TERRA: E' UN MESTIERE PER SARDI

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di Michela Murgia

Sardi e pastori, fieri e silenziosi detentori di sapienze tramandate a voce. Così vuole lo stereotipo dell’Arcadia mediterranea, il mito romantico dell’uomo solo tra cielo e terra, ruvido come l’orbace che lo veste e regalmente padrone del suo orizzonte selvaggio. Questa poetica bucolica, per la verità poco aderente alla realtà durissima della vita del pastore, ha indubbiamente avuto un suo prosaico fondamento ovunque ci fosse una terra con uomini e bestiame a calpestarla. Ma immaginare ancora il pastore in questi termini è oggi un falso narrativo, funzionale giusto alle illustrazioni sulle etichette dei prodotti di gourmanderie, o a quelle particolari agenzie di viaggio che negli ultimi anni si sono specializzate in pranzi all’ovile con annessa gita in fuoristrada, non di rado introdotti da tour operator multilingue che indicano allusivamente le grotte naturali della Sardegna interna come imprendibili avamposti dove “un sequestrato non sarebbe mai ritrovato”. In un turismo fatto di visite guidate dentro lo stereotipo sardo, formaggio con brividi e granito noir potrebbero rivelarsi per l’armentizia dell’isola prodotti molto più promettenti del latte crudo di pecora, che in un contesto debole fatto in gran parte ancora di piccolissimi produttori, non riesce a raggiungere nemmeno il prezzo minimo di un euro al litro. Ma di questi tempi neanche lo stereotipo è un bene rifugio di qualche conforto, perché la pastorizia sarda convive con la crisi da molto prima che la crisi cominciasse a riguardare tutti. Le malattie hanno decimato le greggi e le condizioni di mercato sono distanti dalle regole centenarie che hanno da sempre modulato i ritmi di lavoro dei pastori tradizionali. Solo nell’ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori, incoraggiati dagli stessi genitori a cercare condizioni di lavoro meno incerte, a dispetto di una tradizione millenaria. Ma forse non sarebbe sufficiente a capire, perché non può sparire da un giorno all’altro una cultura produttiva che gestisce comunque quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell’economia sarda. Nonostante i suoi problemi, tra le regioni italiane la Sardegna resta la regina della produzione zootecnica, e il pecorino prodotto sull’isola vince su parmigiano e gorgonzola come formaggio di gran lunga più esportato all’estero. Per capire la matrice dell’abbandono della professione del pastore occorre investigarne soprattutto le ragioni sociali, quelle che possono aiutare a distinguere tra la complessità del pastoralismo come cultura e la durezza della pastorizia come attività di allevamento. C’è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra “l’essere pastori”, che era un modo di percepirsi al mondo che solo in parte aveva a che fare con il pascolo, e il “fare il pastore”, un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto. A me la cesura tra il pastoralismo come dimensione identitaria e la pastorizia come semplice attività produttiva apparve chiara per la prima volta un paio d’anni fa, durante una mia visita ad un circolo sardo del Lazio. I circoli sono associazioni di sardi emigrati sorte negli anni del boom economico, che hanno svolto una importante funzione di accoglienza e mediazione con il territorio di migrazione, in Italia o all’estero che fosse; soprattutto sono stati luoghi dove le dinamiche comunitarie dell’isola si sono declinate secondo una forte componente solidale; grazie a questi luoghi, persone che nella madre patria si sarebbero identificate a vicenda solo per differenza, finivano affratellate in nome del comune esodo per necessità. Oggi il ruolo dei circoli dei sardi – centotrenta nel mondo – è più vicino a quello di un’ambasciata, con calendari fatti soprattutto di scambi culturali con i territori di cui gli emigrati sono ormai parte integrante. Il giorno della mia visita al circolo laziale era anche quello del riepilogo della sua attività annuale, e mi incuriosì molto sentire elencare, accanto a presentazioni di libri e concerti di musica etnica, anche il rito della tosatura delle pecore, consumato come attività aperta al pubblico in un parco poco fuori Roma. Per trovare una spiegazione alla celebrazione di quell’evento così carico di significati nel mondo pastorale, chiesi chi tra di loro allevasse il bestiame; mi fu risposto che non lo faceva nessuno, a parte il padrone del gregge che era stato tosato nell’occasione, ma che molti erano figli di pastori, o erano stati servi pastori da ragazzi prima di emigrare, anni addietro. Presi atto del paradosso insito in quel gioco di ruolo – pastori per un giorno – vissuto attraverso la messa in scena di uno dei riti più connotativi dell’essere pastore, un mestiere che però quelle persone se ne erano andate proprio per non dover continuare a fare. Fu in quella occasione che l’esorcismo dell’essere mi apparve per quello che era: un rito collettivo consumato nello spazio che passa tra tradizione e folklore, tra il fare le cose per sè stessi e il farle perché altri le vedano. Se il pastoralismo come sistema sociale, con tutti i suoi riti e i suoi codici alternativi, è ormai materia per antropologi, corroso da forme culturali più invasive, o anche solo più adatte ai tempi, il puro fare della pastorizia sopravvive a sè stesso, adattandosi alle nuove regole e, quando serve, cambiando i giocatori. I nuovi pastori, appresso alle pecore al posto dei figli degli allevatori locali, hanno la faccia scura o insoliti occhi chiari, l’accento morbido dell’est europeo o quello spezzato del nord Africa. Si chiamano Fatmir, Khalid, Vasile, Adrian, Kostia. Sono centinaia, diffusi soprattutto nel sud dell’isola, e provengono in prevalenza da paesi a vocazione zootecnica, dove la tradizione dell’allevamento è antica quanto quella sarda. Sono loro a condurre al pascolo le greggi che punteggiano ossessivamente l’orizzonte, ma a stupirsi della loro esistenza sono per primi proprio i sardi, quelli che del mondo pastorale conoscono solo il prodotto finito, schiavi anch’essi della retorica del tipico. Sembra loro surreale che la Sardegna, eterno molo di partenza per qualche altrove con più prospettive, possa essere diventata nel frattempo l’approdo finale delle speranze di qualcun altro. Il dato più rilevante di questo moto migratorio è l’alto tasso di integrazione in cui sembra in grado di risolversi. Molti di questi migranti vivono qui con le famiglie che li hanno nel frattempo raggiunti, formando gruppi etnici anche molto consistenti all’interno di comunità locali numericamente piccole; è l’esempio di Sédilo, duemila e quattrocento abitanti, sessanta dei quali albanesi, in un rapporto che altrove sarebbe senza dubbio rubricato come bomba sociale. Ma in Sardegna la reazione al lavoro straniero ha un volto molto diverso da quello che si è visto nelle cronache di Rosarno: questi pastori migrati dall’oltremare sembrano essere stati accolti dalle comunità dove lavorano con una facilità che vista dall’Italia della Lega ha qualcosa di stupefacente. Lo stesso Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nel report sull’immigrazione dello scorso anno, ha preso atto del fatto che, in rapporto alle condizioni economiche della popolazione locale, era la Sardegna la regione italiana con le migliori possibilità di accoglienza per gli stranieri. I pastori stranieri che lavorano sull’isola sono tutti regolari, anche perché le aziende zootecniche sono sottoposte a più controlli di qualunque altro settore produttivo, ma a fare la differenza è soprattutto la collaudata attitudine dei sardi a integrare la diversità pacifica. Per questo non stupisce che i nuovi pastori abbiano case modeste e salubri, siano pagati secondo giustizia e frequ
entino gli stessi spazi sociali dei sardi. Di circoli apposta per loro, i pastori venuti da oltremare non sembrano sentire la necessità.

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