E' PASQUA, MA PENSIAMO A CHI SOFFRE PER LA MANCANZA DEL LAVORO. LA SARDEGNA NON LO FA.. E L'ALCOA SCAPPA

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di Maria Letizia Pruna *

Li chiamano Alcoans: sono i lavoratori degli stabilimenti Alcoa, i dipendenti, le loro famiglie e le comunità che ospitano gli impianti Alcoa in 35 Paesi del mondo. È la stessa Alcoa a definirli così. Qualche giorno fa la rivista americana Fortune ha assegnato ad Alcoa, anche per il 2010, il primo posto nella prestigiosa graduatoria delle aziende più apprezzate al mondo nel settore metallifero, le aziende con la migliore “reputazione”, misurata sulla base di fattori quali l’innovazione, la gestione del personale, gli investimenti di lungo termine, la qualità della gestione, la responsabilità sociale. L’azienda espone fieramente questo risultato sul proprio sito, e sottolinea di essere presente in questa prestigiosa graduatoria da 27 anni consecutivi: il riconoscimento di impresa industriale con la migliore reputazione “è un omaggio a tutti gli Alcoans”, ha dichiarato l’amministratore delegato e presidente di Alcoa, Klaus Kleinfeld. “Ventisette anni fa, quando Alcoa è stata inserita per la prima volta all’apice della lista delle aziende più apprezzate, avevamo dipendenti in 16 Paesi. Oggi il numero dei Paesi in cui operiamo è più che raddoppiato. Sono orgoglioso dei dipendenti Alcoa di tutto il mondo che ci hanno aiutato a raggiungere questo risultato nel corso degli anni. Si tratta di una testimonianza della loro dedizione nel vivere i Valori Alcoa (sic) e un omaggio allo spirito di Alcoa in tutto il mondo “, scrive Kleinfeld. Alla luce delle vicende recenti del Sulcis – non ancora risolte ma solo sospese – questo omaggio enfatico ai lavoratori di tutto il mondo suona quasi irridente, e cela un’idea di comunità aziendale artificiosa e rozza, usata strumentalmente per moderare le rivendicazioni sindacali e vincere la diffidenza delle comunità rispetto alle emissioni inquinanti, al degrado ambientale, ma anche alla possibilità che gli impianti vengano improvvisamente chiusi e abbandonati. Niente di più lontano dall’idea – semplice e forte – che una grande azienda debba assumersi grandi responsabilità nei confronti del territorio, e “pur sapendo fare, con tutto il rigore necessario, i conti sui rapporti costi/benefici, è disposta a farsi carico del fatto che la sua presenza in un luogo, protratta per un certo numero di anni, genera aspettative, permette di realizzare progetti, stabilisce relazioni nella comunità.” Così osservava Luciano Gallino, qualche anno fa, in una bella intervista su Adriano Olivetti. Klaus Kleinfeld ha dichiarato che Alcoa è in grado di assumersi la responsabilità di essere una industria leader anche in questi tempi difficili. È del tutto evidente che la responsabilità cui fa riferimento è quella verso gli azionisti e le loro aspettative di guadagno. Gli altri “portatori di interessi”, a cominciare dai lavoratori (che insieme ai fornitori, ai clienti, alle comunità rappresentano gli stakeholders, di cui sono pieni i documenti sulla responsabilità sociale delle imprese) non hanno mai avuto, né mai avranno, lo stesso peso degli azionisti nelle strategie aziendali: anzi, direi che questa è l’ennesima occasione per imparare che gli interessi degli stakeholders non contano, decidono gli interessi degli shareholders, gli azionisti. È per questo che gli Alcoans escono di scena silenziosamente in tutto il mondo. Klaus Kleinfeld ha assunto il ruolo di presidente e amministratore delegato di Alcoa nel maggio 2008, pochi mesi prima dello scoppio della crisi finanziaria americana. Fin dall’inizio del 2009, esattamente ai primi di gennaio, aveva annunciato e subito avviato una serie di interventi di ampia portata, come risulta dal Rapporto annuale 2008 di Alcoa, che ha un titolo eloquente: “Taking Decisive Action Through the Downturn” (occorre “approfittare” della recessione per definire azioni determinanti per l’impresa). Come spiegava Kleinfeld a marzo del 2009, l’intervento deliberato per Alcoa era effettivamente decisivo: “abbiamo avviato la riduzione del 18 per cento della produzione di fusione e del 13 per cento della nostra forza lavoro”. Dunque è certamente da almeno un anno che Alcoa aveva programmato di ridurre la produzione e l’occupazione, ben prima delle recenti vicende italiane (a loro volta un po’ meno recenti di quanto si dica). Anche The New York Times, il 6 gennaio 2009, annunciava i piani di Alcoa per la chiusura di alcuni impianti e la riduzione delle forze di lavoro. “La recessione globale ha avuto un impatto significativo sull’azienda – si legge nel Rapporto annuale di Alcoa – “e ci ha costretti a ridurre le operazioni in molte parti del mondo e prendere la decisione di vendere alcune imprese a valle. Nel 2008 abbiamo venduto le nostre imprese di imballaggio, con una riduzione di 10.000 dipendenti in tutto il mondo. All’inizio del 2009 abbiamo annunciato ulteriori dismissioni e ulteriori riduzioni di addetti, che entro il 2009 ammonteranno a 13.500 lavoratori interni e 1.700 negli appalti”.

 

Bisognava leggere per tempo i loro documenti e prenderli sul serio, visto che nei due anni precedenti – il 2006 e il 2007 – i dipendenti erano già stati ridotti di 36 mila unità, senza che ci fossero segni di crisi all’orizzonte. Alcoa non ha nascosto i numeri: come si ricava dal Rapporto annuale 2008, l’occupazione è stata progressivamente ridotta a partire dal 2007 in tutte le aree del mondo in cui la Società ha impianti e aziende, a cominciare dagli Stati Uniti, il Paese di appartenenza, dove produce il 53 per cento del fatturato (e dove gli scioperi contro le riduzioni di personale sono straordinariamente rari, come documenta Miriam Golden in un bella ricerca di qualche anno fa intitolata “Eroiche sconfitte”, pubblicata in Italia dal Mulino).
L’impatto della crisi su Alcoa – come sulle altre grandi aziende del settore – consiste in un abbassamento del prezzo dell’alluminio nel mercato mondiale: la speranza, come scrive il NYT, “è che se la produzione è drasticamente ridotta, il prezzo dell’alluminio salirà sopra i livelli attuali”. La questione, dunque, è che bisognerebbe avere sempre ben chiaro, per quanto non piaccia ricordarlo, che l’obiettivo delle imprese non è creare occupazione ma creare ricchezza. E purtroppo, come ha osservato Luciano Gallino, nel management internazionale è piuttosto diffusa la convinzione che l’industria “è in fondo solamente un’appendice fastidiosa della finanza, perché obbliga a faticare di più mentre fa guadagnare di meno”. Nell’industria, più che negli altri settori, la produzione di ricchezza può imporre tagli dell’occupazione anche molto pesanti.
Tanto più pesanti se si tratta di imprese di grandi dimensioni, che in Italia – e non solo in Sardegna – sono ormai sempre più spesso di proprietà straniera. Ciò implica che le decisioni relative ai livelli occupazionali, alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni e alle produzioni vengono prese lontano da qui. Nel caso di Alcoa le decisioni vengono prese a migliaia di chilometri di distanza (in Pennsylvania, lo Stato americano più ricco di carbone), e da quel punto lontano sono già state assunte decisioni che riguardano tutti gli stabilimenti di Alcoa nei cinque continenti, tra cui l’istituzione di un salario “globale”, il congelamento delle assunzioni, una serie di dismissioni di impianti e di lavoratori. Alcoa, Rusal e Rio Tinto Group – la prima americana, la seconda russa e la terza anglo-australiana – sono concorrenti nel mercato globale dell’alluminio, ma in effetti operano in regime di strettissimo oligopolio: si spartiscono e condividono i giacimenti di bauxite nel mondo (concentrati in Australia e nel Centro e Sud America) e gli stabilimenti per la produzione di allumina, alluminio primario e secondario, prodotti e componenti in alluminio per l’industria aerospaziale, automobilistica, imballaggi, edilizia, ingegneria. Possiedono praticamente tutta la materia prima disponibile nel pianeta, e in qualche caso godono perfino di concessioni minerarie che scadono quando si esaurisce il giacimento, come nel caso di Alcoa in Brasile. Rusal dichiara che la completa indipendenza da qualsiasi fonte esterna di approvvigionamento di materie prime garantisce la stabilità incrollabile (sic) della loro produzione; Alcoa dichiara di utilizzare per circa l’80 per cento la bauxite dei propri giacimenti (35 milioni di tonnellate di bauxite su un totale di 44,5 consumati nel solo 2008); Rio Tinto Group, una delle più grandi società minerarie al mondo, si definisce a sua volta la principale produttrice mondiale di bauxite e alluminio, ed è partner di entrambe le precedenti società in una serie di attività sparse nei continenti. Tutti e tre questi colossi industriali e finanziari sono passati di qui, più precisamente hanno prodotto alluminio, creato occupazione, inquinato e fatto affari nel polo industriale di Portovesme. E uno dopo l’altro se ne vanno. Del resto, la logica del “polo” industriale, ancor più se specializzato (come nel caso della produzione di alluminio), è proprio quella di abbattere i costi grazie al vantaggio della concentrazione di imprese, vantaggio che viene a mancare se una o più aziende chiudono o sospendono la produzione. Da questo punto di vista, i costi di Alcoa sono aumentati già per il solo fatto che Eurallumina (Rusal) ha sostanzialmente cessato di produrre dopo avere messo quasi tutti i lavoratori in cassa integrazione (da marzo 2009, proprio quando Alcoa annunciava a sua volta i tagli alla produzione e all’occupazione). La famosa telefonata di Berlusconi a Putin, dunque, se mai c’è stata non solo non ha salvato Eurallumina (come era ovvio) ma ha contribuito a indebolire le ragioni di Alcoa a restare. Il presidente Cappellacci ha dichiarato che il governo regionale farà qualsiasi cosa pur di salvare lo stabilimento Alcoa di Portovesme. È una prospettiva più inquietante che rassicurante. Quale prezzo si intende pagare per prolungare di qualche anno la produzione dello stabilimento di Portovesme? Quale prezzo si intende pagare per trattenere Alcoa giusto il tempo che le serve per costruire impianti nuovi e tecnologicamente più avanzati altrove, probabilmente in Arabia Saudita, piuttosto che investire nello stabilimento sardo? E quali condizioni vengono poste ad Alcoa per provvedere al disinquinamento della zona? Si dovrebbe riflettere se è più utile investire da subito risorse, idee ed entusiasmo in altre produzioni industriali, o in una seria opera di disinquinamento e rivalorizzazione del territorio in cui occupare i lavoratori espulsi.  Alcoa, Rusal & co. non lasceranno solo molti disoccupati ma anche un territorio devastato in cui sono compromesse le possibilità di avviare iniziative che rispondano alle vocazioni originarie della zona (come la viticoltura, l’allevamento, il turismo), ma anche una immediata attivazione di iniziative diverse, perché l’attrattività complessiva del territorio è pregiudicata.
L’industria non è solo questo, non è solo cassa integrazione, crisi ricorrenti e impianti chiusi; l’industria è lavoro organizzato, cultura produttiva, sforzo collettivo, innovazione. Quando si vuole indicare un’attività organizzata, qualificata, produttiva – insomma, di maggior valore – si usa il termine industria: così, quando il turismo assume il rigore organizzativo, professionale, produttivo che è proprio del lavoro industriale diventa “industria turistica”. L’industria non è solo inquinamento, perché non tutte le produzioni industriali hanno un forte impatto ambientale, ce ne sono anche scarsamente invasive. E l’industria non è neppure soltanto lavoro operaio poco qualificato e pericoloso, ma è anche specializzazione, tecnologia, ricerca.
Di tutto questo la Sardegna ha ancora molto bisogno: di una cultura del lavoro in senso lato e alto: cultura organizzativa e produttiva, capacità di collaborare per un fine comune, senso di appartenenza a una comunità che produce valore economico, benessere, sicurezza, promuove l’istruzione e la formazione, sostiene la ricerca, alimenta la fiducia nelle istituzioni.

* Sardi News

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