Il Carnevale a Oristano si chiama "Sartiglia": il gioco d'arma cortese



di Massimiliano Perlato
 

Il Carnevale è, per tutti i paesi, una grande festa e tradizionalmente, ovunque, si festeggia con grandi balli, sfilate mascherate, carri allegorici. Sono rinnovi di tradizioni antichissime, non solo secolari, spesso millenarie. Una di queste, forse la più importante di tutta la Sardegna, è la Sartiglia di Oristano: grande giostra equestre, che si corre l’ultima domenica e il martedì di carnevale fin dal Medioevo. La ricorrenza ha radici profonde nella storia antica della gente e della terra di Sardegna, risale per i significati pagani a divinità protettrici, al periodo prenuragico. La storia ci dice che Oristano è stata fondata nel 1070, dai popoli abitanti di Tharros, che lì si fermarono sfuggendo agli attacchi saraceni provenienti dal mare. Con loro portarono ovviamente la cultura e le tradizioni che in parte ancora sopravvivono. Sopravvissero nel XIII e XIV secolo come residenti nella capitale del Giudicato d’Arborea, respingendo i tentativi di conquista da parte dei Genovesi e dei Pisani; sopravvissero nella fiera battaglia per l’autonomia contro gli Aragonesi e politicamente e culturalmente esistono tutt’oggi. Di questa fierezza del popolo oristanese ci parla il famoso canonico Giovanni Spano (1803-1878; storico, linguista e archeologo), che in un manoscritto, una sorta di diario datato 1859, ci racconta minuziosamente l’avvenimento della Sartiglia, inventata da un prelato, Giovanni Dessì, 500 anni prima: “Si volle istituire questa festa, la più bella, la più antica, la sola civile che la Sardegna possa vantare. Che da tutti dovrebbe essere conosciuta, ma al contrario è cosa da pochi. Tale festa, per mezzo della quale, sviluppando emulazione di valore e di maestria nel maneggiar le armi, rintuzzasse d’altronde la protervia e il malanismo delle parti, che tenean la città divisa, all’uopo e al nome delle due società fece bandire per la città tutta ed i villaggi che, chiunque fosse destro nel maneggiar spada e lancia, e l’arte del cavalcar non disconoscesse, presentarsi potea al gioco che in questa città si terrebbe l’ultima domenica e martedì del carnevale e qui disputando di maestria concorrere ai cinque premi istituiti…”. Sul sagrato della chiesa un banditore a cavallo, accompagnato del suono delle trombe e dal rullare dei tamburi, annunciò il “gioco d’arme cortese”, al quale tutti i giovani rampolli di Arborea parteciparono spinti dall’orgoglio cavalleresco (e ritualmente questo avviene ogni anno). Il prelato probabilmente prese spunto da un gioco spagnolo di origine aragonese detto “festa della stella”. Ma qui, nella Sardegna medievale, assunse un significato proprio, in un misto di sacro e profano, di abilità e fortuna, di odio e amore. I cavalli vengono lanciati al galoppo nello stridere degli zoccoli e nella tensione muscolare del cavallo e del cavaliere. Il cavaliere più abile è “su Componidori”. Figura simbolica nel rappresentare l’augurio per l’anno a venire di un buon raccolto nei campi: più stelle infilate sulla spada, più abbondanti le messi. Lui, simbolo di fertilità maschile, cavaliere androgino, semidio, per metà uomo e per metà donna, è il simbolo per eccellenza d’inizio primavera. È la figura preminente e centrale della festa, è in lui che la gente si identifica per l’auspicio positivo: è in lui che si ripongono le speranze. Su Componidori appartiene ad un gremio, risalente al periodo comunale, una sorta di corporazione di persone che compiono lo stesso mestiere. Esistono il gremio dei contadini e quello dei falegnami. Ogni gremio decide quali saranno i cavalieri che si sfideranno, nel giorno della candelora e della purificazione della Madonna. Si deciderà chi sarà il cavaliere che sarà la figura centrale della festa, con un rito d’investitura (da parte del presidente, del vice presidente e di un consigliere) che ha del magico e che consiste nella donazione di tre ceri benedetti ai tre capicorda della Sartiglia (su componidori, su secundu, su terzu). I ceri portano i nastri del gremio, rosso per quello dei contadini (il protettore è San Giovanni), che guideranno la corsa della domenica, e rosa e azzurro per il gremio dei falegnami (di San Giuseppe), protagonisti nella gara del martedì. Su Componidori, il protagonista principale del torneo, “subirà” la rituale vestizione; viene fatto entrare nel salone della sede del gremio e fatto salire su un tavolo sopra il quale è posta una sedia. Aiutato da due dame vergini, “is massaieddas”, e da “sa massaia manna” verrà fatto sedere e, immobile, subirà l’affaccendarsi di queste donne rigorosamente in costume, che lo vestiranno secondo la tradizione. Con gesti abili e estremamente lenti, le donne poseranno sul suo viso la maschera di legno che verrà fissata attorno al capo con lacci legati e cuciti insieme. Nel salone cala il silenzio, tutti osservano quei gesti simultanei che sembrano studiati apposta, per vestire su Componidori, che, con la camicia bianca ricamata e inamidata, la colletta di daino trapuntata e la cintura di cuoio, fissa il vuoto. Sul capo gli viene posta una pezzuola bianca anch’essa ricamata e gli viene fissata sulla fronte sotto il mento, tenuta insieme da un laccio legato sul collo. I nastri rossi attorno alle maniche, al collo e alla maschera che nasconde ogni sembianza umana, sono indispensabili. In ultimo un cappello nero a cilindro. Così vestito si leva dalla sedia; urla di gioia anticipando uno scrosciante applauso da parte dei componenti del gremio. Da questo istante egli non dovrà più toccare il terreno con i piedi fino a gara ultimata. Salito dal tavolo direttamente sul suo cavallo, gli viene affidata “sa pipia de maio”, una fascia di mazzi di violette e pervinche, una sorta di scettro per benedire la folla accorsa ad acclamarlo. Ora la Sartiglia è nelle sue mani. Egli dovrà dimostrare di essere in grado di rendere fertile la Madre Terra, con una corsa sfrenata per la stella da conquistare con il suo ardire. Aprono il corteo lungo le strade cittadine le trombe e i tamburi, la rievocazione delle famiglie nobili in abito dell’epoca, e il popolo con il vestito della festa (il costume). Segue la congregazione del gremio con i massimi esponenti, tra cui su Componidori, che con il cavallo al passo è posto al centro fra il vice componidore e l’aiutante di campo; di seguito i cavalieri sfidanti, anch’essi in costume e mascherati, poi, ognuno con il proprio stendardo, i membri di ogni gremio con le rispettive spade per i cavalieri. Un rito, prima d’iniziare, è l’appostarsi faccia a faccia con su sottocomponidori, avvicinarsi con i cavalli ed incrociare le spade in segno di sfida: il tutto pare un balletto equestre. Su Componidori deciderà poi in quale sequenza si deve svolgere la partenza di ogni cavaliere e per ultimo toccherà a lui. Lo scopo della gara è infilare con la spada una stella forata posta al centro del percorso ed appesa con un gancio ad un filo. A turno i cavalieri danno prova della loro bravura e destrezza; se infilano la stella sulla spada, la folla esulta con un boato di grida ed applausi. Se falliscono si ode un sommesso brusio di diniego. A torneo ultimato, su Componidori passa sul suo cavallo a galoppo nel percorso, ringraziando e salutando (“sa remada”) in cui la sua schiena è totalmente curvata a toccare quella dell’animale benedicendo con sa pipia de maio; scioglie le erbe ed i fiori sulla folla, di nuovo in atto di onnipresenza della sua magica divinità. Al ritmo dei tamburi i gremi con il popolo si recano nei rispettivi sobborghi per fare le corse coi cavalli “a s’impressada” (abbracciati) per ultimare i festeggiamenti. Su Componidori correrà con i due “cumponi” che l’hanno affiancato nella preparazione della gara. Le corse si svolgono a 3, 4 o 5 cavalieri alla volta che ora in piedi, ora seduti sul cavallo, ora a testa in giù, o sulle spalle dei compagni, si lanciano al galoppo sfidando la forza fisica e quella di gravità. Terminata la festa su Componidori viene riportato nel salone del gremio, fatto scendere dal cavallo direttamente sul tavolo da
dove è partito e fatto sedere sulla sedia. Come il rituale della vestizione anche la svestizione avviene con la stessa medesima lentezza, scandita dai minuti che passano silenziosi, rotti solo dall’applauso che segue lo scioglimento dei nastri della maschera. Ora su Componidori è tornato uomo, può salutare e ringraziare con baci e abbracci gli amici e i parenti, dissetandosi con un bicchiere di vino e cibandosi di buon pane. “…A su populu de Aristanis, se feza una mirabile giostra, ovvero Sartiglia”.

Una risposta a “Il Carnevale a Oristano si chiama "Sartiglia": il gioco d'arma cortese”

  1. Scrivere in giallo con sfondo bianco non è l’deale, non riesco a leggere niente. Usate bianco, ma con scritta nera.
    Ciao, bellissima la foto.

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