Tottus in Pari, 274: patrimonio planetario

LODE ALL’ISOLA E ALLA MADONNA DI BONARIA A BUENOS AIRES

OMAGGIO AI SARDI DELL’ARGENTINA

La Argentina ha representado un destino relativamente importante para los sardos. Aunque hay registros de sardos venidos a este país desde el año 1800, la inmigración sarda, tuvo dos grandes flujos migratorios, que van del 1901 al 1920 y después de la segunda guerra mundial, desde el 1948 al 1965 y con menor intensidad hasta 1971.L’Argentina è stata una destinazione relativamente importante per i sardi, anche se ci sono state segnalazioni di sardi venuti in questo paese fin dal 1800. L’immigrazione sarda, ha avuto due grandi flussi migratori, che vanno dal 1901-1920 e dopo la Seconda Guerra Mondiale 1948-1965 e, in misura minore, fino al 1971.Apenas llegaban al país, muchos se establecían en el Hotel de los inmigrantes y contaban con alojamiento y comida por los primeros días. Appena arrivati nel paese, si sistemarono in molti nell’Hotel degli immigranti dove  avevano vitto e alloggio per i primi giorni.Otros, sobretodo en la segunda hola migratoria, en la que seguramente vinieron todos ustedes, ingresaron al país, llamados por parientes o amigos que ya se habían establecido con anterioridad. Altri, soprattutto nella seconda ondata migratoria, chiamati da parenti o amici che si erano già stabiliti in precedenza, ed altri che venivano già con un contratto di lavoro. Lógicamente que partir y dejar lejos la tierra y muchas veces la familia, no era cosa fácil.Naturalmente, partire e lasciare la terra lontana e la famiglia,  non era  facile, Es por este motivo que los sardos se han refugiado en los Círculos, porque allí hablaban su idioma y comían sus comidas típicas y festejaban al modo en que lo hacían en su tieessendo questo il  motivo per il quale i sardi hanno trovato rifugio nei circoli, perché lì, parlavano la loro lingua e mangiavano il cibo tipico ed anche celebravano a modo loro come lo facevano in patria. Tantas cosas unen a Buenos Aires ya "Sardegna", ya que esta ciudad debe su nombre a su patrona máxima, la Virgen del Buen Ayre.Tante cose uniscono a Buenos Aires e la Sardegna, persino questa città argentina deve il suo nome alla sua patrona massima, la Madonna di Bonaria. Con el nombre Santa Marìa del Buen Ayre, fundò Don Pedro de Mendoza a esta ciudad en el año 1536, ya que era devoto a esta Virgen de los Navegantes.Con il nome di "Santa Maria del Buen Aire" (Santa Maria di Bonaria), Don Pedro de Mendoza fondò la città capitale della Argentina, nel 1536, in onore alla Vergine dei navigatori. En el año 1968, una sarda, esposa del entonces Presidente del Club de Leones, hace traer desde Cagliari, la estatua de la Virgen, hoy llamada de los Buenos Aires.Nel 1968, una sarda, moglie dell’allora Presidente del Lions Club di Belgrano, ha fatto portare da Cagliari, la statua della Madonna. En la ceremonia en que la estatua llegaba a esta ciudad estaban presentes, Fausto Falchi y Cosimo Tavera, en representación de la colectividad sarda, ambos ex presidentes del círculo sardo de Buenos Aires. In occasione della cerimonia in cui la statua venne a questa città erano presenti, Cosimo Tavera e Fausto Falchi, che rappresentavano la comunità sarda di Buenos Aires, entrambi ex presidenti del circolo Sardi Uniti di Buenos Aires. No podía ser de otro modo, que la plaza donde se encuentra la dicha estatua se llame Piazza Sardegna, acorde al convenio de padrinazgo firmado por el representante del Gobierno de la ciudad autònoma de Buenos Aires, el Ingeniero Comerio y el Ministro del trabajo de "Sardegna" de aquel entonces, Dr. Matteo Luridiana.Non potrebbe essere altrimenti, che la piazza dove la statua è oggi, si chiami Piazza Isola di Sardegna/Madonna di Bonaria, secondo l’accordo firmato dal rappresentante del Governo della Città Autonoma di Buenos Aires, Ingegnere Comerio e l’Assessore del Lavoro della Regione Sardegna, in quel momento, il dottor Matteo Luridiana. Este homenaje es brindado a todos los emigrantes sardos que ayudaron a hacer grande este país, que vinieron a trabajar buscando un futuro mejor para ellos y para sus familias.Questo tributo, fu dato agli immigranti sardi per la loro contribuzione a rendere questo paese grande, venuti a lavorare alla ricerca di un futuro migliore per se stessi e per le loro famiglie. La mayoría ya hace más de 50 años que han dejado su tierra, pero esta es la primera vez que se les hace realiza un evento en su honor y es por ello que los sardos de segunda y tercera generación, a pocos días de la Navidad, quisieron celebrar este evento en homenaje a tantos años de esfuerzo y de trabajo.La maggior parte dei sardi nativi, sono venuti nella seconda ondata migratoria e quindi, sono già più di 50 anni che hanno lasciato la loro terra, ma questa è la prima volta che si è organizzato un evento nel loro onore, e proprio per questo motivo, che i sardi di seconda e terza generazione, pochi giorni prima di Natale, hanno voluto celebrare questo omaggio a molti anni di sforzi e di sacrifici. Questo importante evento, realizzato nella Piazza "Isola di Sardegna" a Puerto Madero, di fronte all’Hotel degli immigranti, nella città Autonoma di Buenos Aires, è stato organizzato dall’Associazione Sardi Uniti di Buenos Aires, con la collaborazione della Federazione Sarda Argentina e il Governo della città di Buenos Aires. Erano presenti, il Presidente di Sardi Uniti, prof. Cesare Meridda; il Presidente della Federazione Sarda, Margarita Tavera; il Presidente del Circolo di La Plata, Giovanna Signorini; il Vice-Presidente del Circolo di Villa Bosch, Rodolfo Bravo Masala; il Presidente Onorario della Federazione sarda, Cav. Cosimo Tavera; rappresentanti della prefettura navale argentina; rappresentanti del Governo della città di Buenos Aires, l’Ing. Comerio e la Sig.ra Irma Rizzuti; rappresentanti della collettività italiana e due amici del Circolo Sardo di Melbourne, SARDINIAN CULTURAL ASSOCIATION, che si trovavano di visita nella città. La Sig.ra Irma Rizzuti, rappresentante del Governo della città, consegna al Circolo SARDI UNITI di S.M. 50 libri realizzati dal giornalista e scrittore Vittorio Galli, intitolato "ITALIA EN BUENOS AIRES", in omaggio alle associazioni mutuali della città, tra le quali è presente anche la brevissima storia del circolo sardo di Buenos Aires. Il Presidente, Cesare Meridda, ricambia con la consegna di una targa riguardante il bicentenario in nome della Regione autonoma della Sardegna, SARDI UNITI di S.M. e la Federazione Sarda Argentina. Nella cerimonia, La Sig.ra Irma Rizzuti, la Sig.ra Angela Solinas e Sig.ra Margarita Tavera, consegnano, agli onorati, il diploma rilasciato dalle autorità della "Direzione Nazionale di Migrazione, Ministero dell’interno". Dopo, si consegnano dei fiori in onore alla Madonna di Bonaria e si conclude con la premiazione al Dott. Hugo Puddu, figlio di genitori nati a Cuglieri, nato nel 1922 in Arge
ntina, con la medaglia  "Eleonora D’Arborea", in riconoscimento al suo lavoro in favore della collettività sarda di Buenos Aires, già che è stato il medico "ad honorem" dei soci di Sardi Uniti di Buenos Aires, durante gli anni ’60 e ’70. Finita la cerimonia nella Piazza, il gruppo si riunisce nella Sede di Sardi Uniti, per la celebrazione della festa di NATALE.
Cesare Meridda

LA GRANDE FESTA AL CIRCOLO "SALVADOR DA HORTA"

BARCELLONA ACCOGLIE LA MADONNA DI BONARIA

Un ritorno alle origini. Era dal lontano 1370 che la  Madonna di Bonaria mancava dalla sua città natale, che abbandonò per un lungo e miracoloso viaggio in mare con il Golfo di Cagliari come destinazione finale. La leggenda racconta di una cassa contenente il simulacro della Vergine, naufragata nelle acque del capoluogo sardo, che ebbe il merito di purificare con la sua "buona aria" una zona in quei tempi insalubre ed infestata dalla piaga della malaria. Per contro, la storia racconta del nobile sardo Carlo Catalano che nel ‘300 si recò nella capitale della Catalogna per portare alcuni messaggi, rimanendone talmente affascinato da divenire padre mercedario e, una volta tornato a Cagliari, fondarvi il santuario di Bonaria. A rafforzare la rievocazione storica si aggiunge il principe Alfonso d’Aragona, il condottiero della spedizione per la conquista della Sardegna, che nell’ anno 1323 costruì intorno al  santuario di Bonaria una cittadella fortificata dove si accamparono le sue truppe. Infine, il fondatore dell’ Ordine dei Mercedari, Pietro Nolasco, iniziò proprio a Barcellona a dedicarsi alla redenzione degli schiavi deportati nelle terre saracene. Il primo centenario della proclamazione della Vergine a patrona della Sardegna ha rappresentato l’occasione ideale per portare a termine il ricongiungimento della Madonna di Bonaria con la sua terra d’origine, attraverso un pellegrinaggio che ha visto implicati, dal 21 al 28 maggio scorso, oltre 800 fedeli, che hanno accompagnato il simulacro nel suo viaggio in mare verso il porto della capitale catalana. Sono stati giorni di intensa devozione: dopo lo sbarco, la Madonna è stata portata in processione da oltre mille fedeli nella Basilica Gotica di "Santa María del Mar", dove é stata officiata la Santa Messa dal responsabile dei Padri Mercedari Giovannino Tolu assieme al cardinale di Barcellona Lluís Sistach. Successivamente, il simulacro è stato custodito presso la Basilica dedicata alla patrona della Catalogna, la Virgen de la Mercé,  destando la curiosità dei numerosi fedeli catalani, per poi trasferirsi nuovamente al Porto, dove le funzioni religiose culminarono con la messa all’aria aperta ed allietata dal suono delle launeddas. Nonostante l ‘aspetto religioso sia stato prevaricante, il pellegrinaggio è stato anche l’occasione per favorire uno scambio di conoscenze tra la popolazione sarda e quella catalana, da sempre legate da profonde affinità storiche e culturali. Numerose manifestazioni folcloristiche hanno avuto luogo durante il soggiorno barcellonese della Vergine e dei suoi devoti fedeli, così come sono state organizzate alcune mostre mercato di prodotti tipici sardi e l’esibizione dei "fassonis", le antiche imbarcazioni di origine preistorica tipiche della zona di Oristano. La delegazione dell’ Associazione degli Emigrati Sardi a Barcellona " San Salvador da Horta", composta dal suo fondatore ed attuale presidente onorario, l’avvocato Raffaele Melis, e dalla neopresidentessa Lucia Scanu, ha collaborato attivamente al programma del pellegrinaggio, soprattutto grazie ad un’ intensa attività di passaparola dei propri soci che ha permesso di far conoscere l’evento alla comunità catalana, presente numerosa alle funzioni religiose e agli altri momenti di contorno del pellegrinaggio: tra questi, si contano oltre un migliaio di catalani che visitarono il museo allestito all’ interno della nave denominato "Villaggio Sardegna Barcellona", un’ ampia esposizione di prodotti artigianali e lavori tipici sardi. L’Associazione ha inoltre fatto da collante tra le varie istituzioni, favorendo gli incontri tra le diverse personalità politiche presenti all’ evento  ( tra questi, il sindaco di Cagliari Emilio Floris ed il Presidente della Provincia Graziano Milia) con le autorità locali, gettando le basi per la creazione di  sinergie con una città che gode di un posizionamento consolidato e di un marchio turistico apprezzato in tutto il mondo, un modello di sviluppo che Cagliari cercherà di carpire e mettere in pratica per poter esercitare finalmente il ruolo di protagonista nel Mediterraneo che da sempre gli compete. Spiritualità, Festa, Meditazione, Confronto tra due città con molte cose in comune ma dalla mentalità differente: sono questi gli attributi principali del ritorno della "Mamma della Sardegna" agli "iberici lidi". In ogni caso, rimarrà per sempre, a noi tutti emigrati sardi a Barcellona, cattolici e non, l’emozione di aver potuto ricevere la visita dell’icona più rappresentativa della nostra Isola, la Madonna di Bonaria.

Giorgio Catolfi Salvoni

 

DALLA MADONNA DI MONTENERO ALLA MADONNA DI BONARIA

IL LEGAME DEGLI EMIGRATI SARDI DI LIVORNO CON L’ISOLA

Un legame saldo quello tra la provincia di Livorno e la Sardegna. Un legame fecondo di tante tradizioni comuni tra cui la devozione alla Madonna, per entrambi protettrice dei naviganti. L’Associazione culturale sarda " Quattro Mori " di Livorno, guidata dal presidente  Giorgio Canu e dai V. Presidenti Lino Derosas e Anna Acciaro, e in particolare la loro corale, diretta dai maestri  Mauro Ermito e Patrizia Amoretti, in collaborazione con la Provincia di Livorno, rappresentata da Luca Lischi Capo di Gabinetto del Presidente Kutufà, hanno reso omaggio alla Madonna di Montenero a Nuoro e alla Madonna di Bonaria a Cagliari. A Nuoro la delegazione è stata accolta dal Vescovo,  Monsignor Pietro Meloni, che ha celebrato la Santa Messa  nella chiesetta dedicata  alla Madonna di Montenero  presso Su Monte Ortobene, la "montagna sacra" dei nuoresi, alta circa mille metri,  su cui spicca la statua benedicente del Cristo Redentore. Monsignor Meloni ha ricordato la storia del piccolo e umile santuario sottolineando come Su monte ha conservato le tracce di una religiosità popolare che si rinnova anche oggi nella fede. Fede necessaria per sostenere e guidare la vita delle
persone alla concordia e all’amicizia. Quell’amicizia che nasce anche dal canto che i pellegrini di Livorno hanno voluto lasciare su quel monte ricco di fitti boschi di lecci e grandi massi di granito dalle multiformi sagome, intonando canti in " limba " (lingua sarda) per ancorare la propria storia ai luoghi di origine e per raggiungere con la preghiera del Babbu nostru ogni vita vicina e lontana, quale segno di una amicizia eterna che travalica ogni tempo e ogni spazio. Ma come nasce una chiesa dedicata alla Madonna di Montenero sul Monte dei nuoresi? Come viene riportato nel libro di Caocci "Nostra Signora del Monte" nel 1608 il nuorese Melchiorre Pirella, insieme ai fratelli Pietro Paolo e Giovanni Angelo, "rientravano da un pellegrinaggio compiuto al Santuario della Vergine di Montenero in quel di Livorno. Si erano appena profilate all’orizzonte le coste della Sardegna quando un’improvvisa tempesta travolse la nave, ponendo a repentaglio la stessa vita dell’equipaggio e dei passeggeri. I tre fratelli, allora invocarono la Madonna perché li salvasse: se la loro vita fosse stata loro risparmiata, si sarebbero impegnati a dedicare alla Vergine una chiesa sulla cima di un monte. Il fortunale si placò….." I fratelli Pirella, come è riportato nella lapide  datata 26 aprile del 1608 sull’architrave della porta laterale del piccolo santuario,  in trenta giorni eressero la chiesa sul Monte Ortobene. La chiesetta del Monte Ortobene diventa ancor più importante anche per come viene presentata da Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871 e Premio nobel per la letteratura nel 1926. Così viene descritta nel romanzo autobiografico Cosima la Chiesa dedicata alla Vergine del Montenero: "Sopra la piccola città  (Nuoro) che già era a seicento metri sul livello del mare, sulla cima del monte sovrastante, fra boschi  di lecci e rocce di granito, poco distante dalla proprietà della famiglia di Cosima e dove per la prima volta ella aveva veduto il mare lontano sorgeva una piccola chiesa detta appunto della Madonna del Monte, su uno spiazzo sollevato e recinto di massi. Piccole stanzette erano addossate alla chiesa, sotto lo stesso tetto, e una specie di portichetto si apriva davanti alle due porte, una a mezzodì, l’altra a ponente, con sedili in muratura intorno. Nelle stanzette dimoravano i fedeli, durante il periodo della novena e della festa della piccola Madonna". A Nuoro, inoltre, i pellegrini hanno fatto visita al museo Deleddiano allestito nella casa natale di Grazia Deledda. E’ stata un’esperienza appassionante e ricca di emozioni. L’incontro con una scrittrice attraverso l’ambiente nel quale ha vissuto, i suoi oggetti, i suoi libri. Le mura di casa e i suoi arredi e soprattutto la possibilità di cogliere l’ambiente sociale e culturale nuorese degli inizi del 900. A proposito di Nuoro scrive la Deledda: "E’ il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. E’ il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola". Ed ancora sottolinea in un altro scritto:"Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo…ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne…e così si è formata la mia arte. (Grazia Deledda, La mia Sardegna). E poi ancora a Nuoro l’incontro con monsignor Salvatore Ferrandu, Vicepresidente della Fondazione Migrantes della Cei. Un segno di amicizia che lo lega  a tutti i migranti sparsi in tutto il mondo. Eterna necessità di "prendere ed andare" alla ricerca di un lavoro, di una terra che possa ospitare le proprie vocazioni. E poi comunità che trovano il loro giusto spazio, il loro appropriato inserimento. Crescita nel dialogo e crescita delle culture. Tutti in un unico creato, sparsi in tante terre pur sempre abbracciate da un unico cielo. Un’amicizia calorosa tra la terra di Sardegna e la terra di Livorno, resa ancora più forte nella semplicità della tavola tra gustosi piatti tipici e contornata dai festeggiamenti, a sorpresa, per i sessant’anni di sacerdozio di Monsignor Ferrandu. Sessant’anni di fedeltà al Vangelo, nella missione sacerdotale a servizio dei migranti per essere continuamente pellegrino e provare quotidianamente la fatica del radicarsi. Dell’ancorarsi ad una terra, la propria terra. Da Nuoro a Gavoi, nella Barbagia, tra un paesaggio fatto solo di natura. Alberi sparsi, da un verde oscuro e prati bruciati dal sole. Gavoi, paese Bandiera Arancione per la sua particolarità ambientale e architettonica, arricchito in questi giorni dal Festival letterario della Sardegna. Parole che raccontano storie. Libri che raccolgono parole di scrittori affermati ed esordienti. Tutti capaci di soffermarsi ad ascoltare, a leggere, a comprendere attraverso la scrittura di più se stessi e di più gli altri. La corale ha accompagnato con canti di tradizione sarda la Santa Messa celebrata da Don Salvatore Patteri, che nella sua omelia ha fatto riecheggiare più volte la necessità di non aver timore di quando Dio ci mette in crisi…. "Occorre lasciare farsi mettere in crisi da Dio per comprendere la sua profondità, la sua grandezza, la sua eterna necessità". Una folla commossa ha riempito la grande Chiesa di Gavoi  e con grande partecipazione ha ascoltato e cantato le melodie in lingua sarda, ormai lasciate ai ricordi di anni passati ma pur sempre vitali nella mente e nel cuore delle persone. Un particolare  e impietosito ricordo  in memoria del caro amico Giovanni di Gavoi, sepolto nel cimitero del caratteristico paese, membro attivissimo dell’Associazione, è stato espresso dal presidente Canu a tutta la comunità di Gavoi, dal Sindaco al parroco, a tutti i fedeli,  alla vedova e alle sorelle che hanno desiderato donare all’Associazione una targa  a ricordo della visita. E infine dalla Barbagia a Cagliari per celebrare la Madonna di Bonaria. Per contraccambiare il pellegrinaggio a Livorno nel maggio 2008 che ha visto Nostra Signora di Bonaria pellegrina nella città labronica. Il Vescovo Monsignor Simone Giusti domenica 5 luglio ha celebrato la Messa solenne di mezzogiorno alla presenza del Sindaco di Cagliari Emilio Floris, e del Capo di Gabinetto del Presidente della Provincia di Livorno, Luca Lischi. Una presenza delle Istituzioni che hanno voluto sottolineare la vicinanza alla partecipazione religiosa dei tanti fedeli Sardi e Toscani, legati da saldi rapporti di amicizia. La corale di Livorno, diretta dal maestro  Mauro Ermito, all’organo il maestro Patrizia Amoretti hanno fatto echeggiare canti e musiche sarde nella bellissima basilica di Bonaria, retta dai Padri Mercedari. Monsignor Giusti, vescovo di Livorno, con un linguaggio semplice e incisivo ha parlato al cuore delle persone sottolineando l’importanza dell’Amore ancorato alla fede in Dio. E ha ribadito l’importanza di Maria, Madre esemplare capace di guidarci a Dio "Fate quello che egli vi dirà". E’ l’amore che muove la vita, che fa superare qualsiasi sacrificio, che aiuta a crescere, a cogliere la bellezza di Dio. L’Amore della Madonna costituisce un  esempio fondamentale per la nostra vita. E’ a lei che bisogna attingere per comprendere quello che Dio desidera da noi, è lei la Madre che ascolta e invita all’ascolto… "Fate quello che egli vi dirà". Al termine della celebrazione
i fedeli hanno salutato calorosamente il Vescovo Giusti con uno scrosciante applauso e un gruppo di bambini in costumi tradizionali sardi gli ha donato un ricco assaggio di prodotti tipici della Sardegna.. Segno che il messaggio ha raggiunto il cuore, l’anima della gente. L’amicizia tra Livorno e la Sardegna si è consolidata. La religiosità popolare rappresenta un valido contributo per realizzare più sinergia tra le persone, tra i territori. Che il vento e il mare siano un mezzo sempre più incisivo per far circolare l’aria, quella "buon aria" necessaria ai nostri popoli per essere sempre più solidali e coesi. Per essere sempre più legati da un’amicizia civica e religiosa capace di realizzare una società più giusta, più vitale, più capace di dialogare  anche attraverso il canto….con la gente e con il cielo. E come Grazia Deledda possiamo anche noi dire per la nostra vita: "Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino. Ma, grande sopra ogni fortuna, la fede nella vita e in Dio".

Luca Lischi

UN 2009 DI GRANDE IMPEGNO PER IL "RADICI SARDE" DI SANT’ISIDRO

ALL’INSEGNA DELLA SARDITA’

Quest’anno è stato molto speciale per tutti i soci del ns. sodalizio: un’anno siglato da innumerevoli attività sociali e culturali, che hanno servito per consolidare la ns. presenza nella importante zona nord della provincia di Buenos Aires e per realizzare una promozione senza precedenti della ns. cara Sardegna. Le attivitá hanno iniziato nel mese di marzo con il Congresso della Federazione Sarda Argentina, nel quale é stata eletta la nuova Presidente Margarita Tavera. Un giorno prima di quell’elezione é stata realizzata quella del Consultore, per la quale si é presentato (insieme agli altri candidati) il Presidente del ns. Circolo, Pablo Fernández Pira. Nell’ambito del Congresso, l’ATM Emilio Lussu (tramite Bonaria Spignesi) ha  organizzato un incontro con i giovani di tutti i Circoli dell’Argentina, nel quale il Presidente Fernández Pira ha tenuto un intervento su "I rapporti commerciali fra l’Italia e l’Argentina. Possibilitá di cooperazione con aziende della Regione Sardegna". Nello stesso mese abbiamo realizzato l’Assemblea dei soci a San Isidro.  Ad aprile abbiamo avuto la visita di un gruppo di professionisti sardi arrivati a Buenos Aires (Zona Nord) nell’ambito di uno scambio di lavoro organizzato dal Rotary Club di Martinez insieme al Distretto 4825 – Lazio / Sardegna. Lo stesso mese hanno iniziato i lavori di ripresa delle attivitá del coro (totalmente rinnovato) e del Gruppo di Teatro Radici Sarde. Nel mese di maggio abbiamo avuto la notizia della menzione speciale nel Concorso di cortometraggi per il ns. progetto "Destinu Argentina" che verrá realizzato tra pochi mesi. A giugno abbiamo partecipato dei festeggiamenti della Giornata dell’Immigrante italiano a San Fernando ed a Tigre. Ad agosto per festeggiare la giornata del bambino abbiamo organizzato una commedia per i piú piccoli: "Los Juan Mondiola" presso il Teatro Martin Fierro. Abbiamo realizzato azioni di solidarietá per i piú bisognosi come ogni anno, con la consegna di giocattoli per i bimbi ammalati dell’Ospedale Materno Infantile di San Isidro. Il 31 agosto é stato realizzato il "Concerto per due continenti" con la nostra Eliana Sanna, la giovane soprano sardo-argentina che abita da alcuni anni in Italia. Ottobre é stato un mese molto particolare: il debut del Coro, l’anteprima della nuova rappresentazione teatrale "Un momento magico" (prima opera realizzata in sardo logudorese) nonché la ns. presenza presso il ciclo "Teatro por la Diversidad" insieme a 11 collettivitá di Buenos Aires con la commedia "Gris de Ausencia". Siamo stati gli unici rappresentanti della collettivitá italiana in questo ciclo. Novembre é stato il mese della premiazione per il ns. caro Direttore di Teatro con l’onorificenza "Podestá" il massimo premio per gli attori argentini. A dicembre abbiamo partecipato dell’inaugurazione della Statua per la Madonna di Bonaria a San Pedro (viaggio organizzato dalla locale Federazione Sarda). Il 22 dicembre il Coro ha partecipato ad una Gala di Natale molto bella a Beccar, mentre il 26 dicembre abbiamo organizzato un brindisi per festeggiare un’anno di amicizia e di cultura sarda a Buenos Aires. Durante tutto l’anno il ns. Comitato di Turismo ha organizzato n. 4 viaggi: a Mendoza, Merlo (San Luis), la Penisola di Valdés nonché una visita alla fattoria "Los Naranjos", tutti con uno straordinario sucesso di visitatori. Vogliamo ringraziare tutti i "massmedia" per la diffusione che avete realizzato delle ns. attivitá, ed augurare un inizio 2010 all’insegna della cultura sarda nel mondo. Per noi sará un anno molto importante: i primi 10 anni del ns. sodalizio ed il "Bicentenario della Repubblica Argentina" che sará pieno di festeggiamenti. Un caro saluto a tutti e FORZA PARIS!!!

Pablo Fernandez Pira           

LA XIV EDIZIONE DE "L’ARTIGIANATO IN FIERA" A MILANO

VIAGGIO FRA I PICCOLI IMPRENDITORI SARDI

Sebbene spalmati su sette giorni (dal 5 al 13 di dicembre) tre milioni di persone sono un numero che si commenta da sé. E se gran parte di costoro sono convinti che risolveranno il problema dei "regali di natale" qui alla fiera dell’artigianato di Milano, li si può considerare come generalmente orientati alla spesa, disponibili cioè ad allentare i cordoni dei borsellini, che sono rimasti sin qui  ben serrati seguendo pari pari  l’andamento degradante della crisi planetaria che tutti (o quasi) fa più poveri. E previdenti. Altra irrinunciabile dote di cui non si può fare a meno (la previdenza salva dai fallimenti del bilancio familiare) se si vuole uscire vivi dall’esperienza totalizzante di dover scegliere tra tremila espositori-artigiani, è la chiarezza d’intenti: di quale articolo si è in cerca. Diversamente ci si imbatterà in quello che  Umberto Eco chiama "Vertigine della Lista", l’ultimo suo libro uscito da Bompiani, di cui l’autore ha parlato con Fabio Fazio a "Che tempo che fa", aumentandone quindi automaticamente il numero delle ristampe, nonostante il prezzo di 39 euro non sia proprio allettante. Per darvi un’idea di quest
a "vertigine" vi farò anche io un piccolissimo elenco delle cose qui esposte cosciente che "una cultura preferisce forme conchiuse e stabili quando è certa della propria identità, mentre fa elenchi quando si trova di fronte a una serie disordinata di fenomeni di cui cerca un criterio". Di molti articoli occorre consultare un buon vocabolario: occhiali a fori stenopeici (da Sondrio), sculture, batik, strumenti musicali (Senegal), djembe, tamburi, cesti (Ghana), presepi in gesso decorato a mano, angioletti decorati in oro e argento foglia (Lucca),artigianato tipico nepalese ed abbigliamento in pashmina e feltro (Kathmandu), artigianato malesiano: vestiti, spade, servizi in porcellana (Kuala Lampur), oggettistica in osso, corna, terra cotta (Nairobi), tazzine da caffè, abbigliamento per la danza del ventre, soprammobili in cristallo incisi a laser, tamburi, vetro soffiato, statuette egiziane, essenze, mobiletti intarsiati in madreperla, pouff (Cairo), e sciarpe, cappelli, oggettistica per la scrittura in piuma d’oca o di struzzo, pannelli decorativi, lavori in vetroresina,ombrelli e bastoni, gioielli in osso, legno, perle, case prefabbricate, salotti, poltrone, divani, Katane da collezione, boomerang da lancio, nani da giardino. Eccetera. Per tacere del cibo e delle leccornie offerte in assaggio ad ogni visitatore incauto. Tocca imbucarsi in territori conosciuti, e i nostri sono come sempre  presidiati dalle bianche bandiere crociate di rosso, coi quattro mori a tenere tesa la bandana. Svicolo dai coltellinai di Guspini e dai gioielli che Andrea Cadoni mutua dalle pietre dure di Montevecchio  e cerco di barcamenarmi tra offerte di mirto e torrone. Il fatto è che tutti hanno il "miglior mirto di Sardegna", il "Lussomirto" di Lusso Franca (Di Villasalto) prevede una "degustazione e prezzi a KM zero con prova dell’etilometro", che non si capisce bene se l’etilometro serva a determinare il giusto grado alcoolico del liquore  o a garantire i degustanti che possono ritornare a casa con la macchina senza tema  di venir fermati per manifesta ubriachezza. A sentire quelli di Cabras, di bottarga che venga dai muggini dello stagno non se ne trova quasi più e gli stabilimenti che la "producono"usano prodotti d’importazione africana o greca. Cosa che fa sganasciare dalle risa quelli di Alghero che invece si vantano  di avere ancora stagni ricchi di pesce. Salvatore Troncia, di Masullas, si auto incensa quale "maestro del torrone sardo", ce l’ha con "quelli del Medio Campidano", che, a suo dire, non sono produttori ma solo commercianti, fa torrone di noci e di mandorle, torrone di mirto e al miele di corbezzolo, per i celiaci l’ostia che usa è fatta con fecola di patate e olio di palma, niente glutine. E allora vediamoli questi del Medio Campidano, i primi due sono di Gonnus  (Gonnosfanadiga ndr):Giorgio Saba che fa miele in località "Rienatzu" e Roberto Lisci che nella sua azienda agricola produce olive da tavola e pomodori secchi, e naturalmente vende olio . Anche l’azienda agricola di Barbara Deias seleziona la pregiata qualità della "Nera di Gonnos" (hanno 4500 piante) per il suo olio extravergine "Deas" e il sapore è davvero "delicatamente fruttato, con sentore di oliva fresca e carciofo".  Quelli del pastificio Polese, madre padre e figlio che si mettono in posa come nel presepe, sono di Morgongiori e fanno paste tradizionali lavorate a mano, tra le quali spiccano le famosissime lorighittas, l’azienda artigiana di giovane costituzione nasce per il volere di Claudia e Caterina Polese, nel loro ricettario del monte Arci le fanno cuocere con sugo di agnello, con zafferano con bottarga e zucchine  ma il meglio sono, a mio avviso, le lorighittas con asparagi selvatici, cosparse di pecorino. Imprenditoria sarda giovanile e femminile, come l’azienda agricola di Valentina Saba: "Oro Rosso" di San Gavino, l’oro è naturalmente lo zafferano e loro lo commerciano rigorosamente in pistilli. Valentina è laureanda in architettura ma è determinata a buttarsi nell’avventura imprenditoriale, nonostante le difficoltà che il Comune di San Gavino non sembra intenzionato a semplificarle. Il fatto è che deve dotarsi di un laboratorio e la sua casa è sita nel centro storico, dove non si può chiudere una parete di un garage neanche se dà all’interno del cortile. Anche lei mi regala due ricette, in cui lo zafferano è re e signore. Quelli dell’apicoltura "Isca ‘è Mulas" sono di Barumini, oltre al miele offrono propoli, pappa reale, cera, caramelle. Con un imprenditore lombardo (tale Ottolina di Seregno) hanno una serie di prodotti di cosmesi naturale a base di miele. Il loro miele di corbezzolo è amarissimo e dolcissimo allo stesso tempo, hanno attestati di qualità recenti per la sulla e l’eucalipto, per trovare i corbezzoli tocca portare gli sciami verso Estersili e Sadali. Hanno imparato il mestiere da Albino Simbula di Sini, mio fornitore di fiducia, lui le api se le scorazza sull’Arci, dove i corbezzoli si specchiano nella giara dei cavallini. Col suo miele fa il torrone Rinaldo Pranteddu, di Tuili, "superchiuso" che non prenda umidità e conservi  le qualità organolettiche come fosse appena fatto. Discende da una famiglia di torronai, già lo erano il babbo e il nonno. Mi accompagna da un artigiano che fa coltelli per la "Is Lunas" di Beatrice Tuveri e C., di Villanovaforru. I coltelli, mi dice, si vendono a un tanto al centimetro, secondo la tipologia. Una pattadese che misuri più di 15 centimetri non è facile da mettere insieme, che il difficile è nel trovare un corno adatto per il manico. Lui stesso deve approvvigionarsi in Marocco, Grecia e Tunisia, che la Sardegna nostra non è in grado di stare dietro alle ordinazioni. Si dovrebbe poter usare le corna che perdono i cervi delle riserve. Che diversamente rimangono inutilizzate. Mi mostra un gioiello di coltello uguale a quello regalato a Sergio Marchionne, patron FIAT, in corno di zebù. Che pare abbia molto apprezzato (Marchionne non lo zebù). Francesca Foddi, gonnesa pure lei, mi dice del frantoio oleario che gestiscono in quattro fratelli, tutto computerizzato, con spremitura a freddo a meno di 28 gradi. Una delle sorelle, ingegnere, ha progettato l’impianto. Anche loro trattano la "Nera di Gonnos" e fanno 8/10.000 litri l’anno fra olio extravergine fruttato e uno più "tradizionale".I noccioli delle olive sono venduti come pellet (bio-combustibile) e l’acqua di risulta è usata come fertilizzante. Antonio Calloni mostra orgoglioso la sua targa ONAOO, organizzazione nazionale assaggiatori olio  di oliva, e mi dice delle diverse caratteristiche che deve avere un olio a seconda del piatto che si sta gustando. E’ entusiasta della  scommessa di qualità dei Foddi col loro frantoio alle falde del Linas. Più ancora si dilunga nel magnificare (a me!) le qualità delle donne sarde (lui ne ha sposato una). Sulla questione so tutto da una vita, che mamma è guspinese doc.

Sergio Portas

 

COMINCIA IL QUARANTESIMO ANNO DI ATTIVITA’ DEL CIRCOLO AMIS DI CINISELLO BALSAMO

COME DA TRADIZIONE, IL PRIMO APPUNTAMENTO E’ PER I BAMBINI

Il circolo AMIS di Cinisello Balsamo, comincia come da tradizione l’attività culturale e ricreativa nei saloni di via Cornaggia, dedicando ampio spazio ai bambini nel giorno dell’Epifania. Giochi, presenti e tanti sorrisi da dispensare ai piccoli, figli dei soci e dei simpatizzanti del sodalizio guidato dalla Presidente Carla Cividini. Questo appuntamento è sempre stato di buon auspicio per il prosieguo dell’attività che anche in questo 2010 sarà indirizzata come sempre alla valorizzazione della Sardegna sotto tutti i punti di vista. Il programma messo a punto dal direttivo prevede diversi situazioni importanti anche frutto della collaborazione stretta ed efficace sia con le istituzioni locali, sia con le altre associazioni presenti sul territorio di Cinisello Balsamo con un calendario fitto di appuntamenti che prevedranno presentazioni di libri, convegni culturale e rappresentazioni teatrali. Inoltre, è opportuno ricordare, che l’associazione degli emigrati sardi, festeggia quest’anno il quarantesimo dalla sua costituzione.

Massimiliano Perlato

 

TRADIZIONALE APPUNTAMENTO CON L’EPIFANIA DEL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI BIELLA

L’ASSEGNAZIONE DI OTTO BORSE DI STUDIO

Da oltre trent’anni il Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella inizia l’attività sociale del nuovo anno con i più piccoli della comunità, premiando il loro impegno nello studio, condividendo con loro e con i loro familiari un importante momento di gioia collettiva. Dopo il saluto e gli auguri del presidente, prima della proclamazione dei vincitori e della consegna dei premi, il prof. Roberto Perinu, ha parlato del "nuovo" sistema valutativo numerico reintrodotto nelle scuole, illustrando, poi, le modalità adottate dalla Commissione esaminatrice, formata dalla prof. Anna Taberlet Puddu e dalla maestra Elena Garella, per la scelta, sempre difficile, dei migliori candidati. Vincitori delle Borse di studio 2010 sono: Valeria Cannas, Adelaide Foglia Balmet, Elisa Lazzarotto, Alex Lecca, Francesca Mezzano, Alessandra Tarello, Federica Tarello e Stefano Vanoli.

Battista Saiu

 

RIPRENDONO LE LEZIONI DI CINEMA DEL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI BIELLA

NASCONO LE COLLABORAZIONI CON L’I.S.R.E.

L’edizione 2010 di Su Nuraghe Film si avvale della collaborazione dell’ISRE, l’Istituto Superiore Regionale Etnografico, che ha messo a disposizione i filmati per la prossima rassegna cinematografica, consentendo di presentare le lezioni di cinema proposte da Sardi di seconda e di terza generazione, giovani di entrambi i generi, nati fuori dalla Sardegna. L’importante Ente, istituito nel 1972 dalla Regione Autonoma della Sardegna, ha sede a Nuoro ed è nato come centro di ricerca per "promuovere lo studio della vita dell’Isola nelle sue trasformazioni, nelle sue manifestazioni tradizionali e nelle relazioni storicamente intrattenute con i popoli dell’area mediterranea". Persegue lo scopo istituzionale di raccogliere la documentazione idonea alla conservazione, allo studio, alla divulgazione delle attività produttive, della vita popolare della Sardegna e del suo patrimonio etnografico; di promuovere la conoscenza della lingua, delle tradizioni e della storia della Sardegna, attraverso iniziative e manifestazioni culturali (convegni, seminari, stages, nazionali ed internazionali, inchieste sul campo, ecc.) da esso ritenute idonee; favorisce, con iniziative adeguate, i rapporti con Istituzioni nazionali ed internazionali aventi come finalità la salvaguardia dei patrimoni regionali nei processi di aggregazione internazionale di fronte ai fenomeni di rapida trasformazione. L’Ente agisce attraverso un’articolata serie di attività, tra cui la gestione e la cura del "Museo regionale della Vita e delle Tradizioni popolari sarde" e quella di una Cineteca e di un Archivio fotografico d’antropologia visuale. La sezione dell’archivio dedicata alle immagini in movimento comprende i documentari provenienti da Rassegne Internazionali di cinema etnografico promossi dall’Ente, quelli di produzione propria e i filmati reperiti attraverso i normali circuiti commerciali. Attualmente, il Fondo delle videocassette, su diversi formati, è costituito da circa 2000 titoli. Il Fondo delle pellicole, proveniente da acquisizioni e da produzioni ISRE, è costituito da lavori inerenti a feste e attività lavorative della Sardegna tradizionale. I filmati messi a disposizione del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella provengono da questi fondi e sono frutto di studi e ricerche costanti, promossi dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico: un importante patrimonio museale che, varcando i confini dell’Isola, viene proposto ad un pubblico più vasto attraverso i Sardi di "su disterru" per conoscere ad amare la grande Isola.

Battista Saiu

 

IL MONDO DELL’EMIGRAZIONE SARDA PIANGE BRUNO LOCCI

LA MORTE DI UN ARTISTA, FOTOGRAFO E STILISTA

Fotografie e pittura. Ma anche moda, negozi, stile. Realtà distinte ma che formavano un itinerario comune nella vita di Bruno Locci, forse il più avanguardista degli artisti savonesi contemporanei, di certo tra i più conosciuti all’estero in virtù di un percorso nato con la fotografia negli anni Cinquanta e poi proseguito in mille forme diverse, tra foto, quadri, frame digitali. Era tutto questo Bruno Locci, figlio di Tullio decano del mondo dell’emigrazione sarda organizzata e fondatore del circolo "Su Nuraghe" di Savona e fratello di Luciano, attualmente nell’esecutivo FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia). Nato a Cagliari, come tutta la sua famiglia, e mancato a Savona dove viveva, stroncato da un male micidiale. Aveva 72 anni. Maestro d’eleganza nel vestire, una creatività unica che manifestava in ogni cosa, aveva da poco sfondato anche tra il grande pubblico grazie al prestigio della galleria d’arte "Orler" di Venezia che l’aveva inserito nell’olimpo degli artisti italiani che meritavano una ribalta internazionale. Bruno Locci era conosciutissimo oltre che per l’arte anche per il suo passato da commerciante-stilista. Con la moglie aveva gestito per
anni la boutique "Equipe 84", un ritrovo e un simbolo della Savona anni Ottanta. E poi aveva fatto il grande salto a Genova aprendo un negozio omonimo "Bruno Locci" nel salotto più prestigioso del capoluogo, divenuto in pochi anni ritrovo e riferimento per la Genova che conta. Qui Bruno Locci era un marchio oltre che un nome e ancor oggi ci sono clienti che possiedono felpe e capi "griffati" da lui. Già in quegli anni, comunque, il più estroso dei Locci aveva fatto decine di mostre e personali in mezza Europa. La passione folgorante era scoccata mezzo secolo fa con le fotografie e non a caso oggi il suo nome si trova su alcune delle riviste di foto più prestigiose del mondo, a fianco ai mostri sacri della fotografia di sempre. È invece del 1961 la prima mostra di opere nel Circolo degli Artisti di Albisola, la casa di tutti gli artisti. Da lì in poi un crescendo di mostre in Italia, Francia, Belgio, Germania.

Massimiliano Perlato

SUGGESTIVA UNIONE FRA CANTO, TEATRO E ARTE PITTORICA A BARCELLONA

LO SPETTACOLO "JANAS E DIMONIUS" CON SIMONA SALIS

Presso i locali della Residencia d’investigadors del CSIC-Generalitat de Catalunya, nella via Carrer de l’Hospital 64, si è tenuto lo spettacolo "Janas e Dimonius" con la cantante sarda Simona Salis, la pittrice varesina Daniele Nasoni e l‘attrice catalana Sandra Caggioli Anieva. "Janas e Dimonius" rappresenta una suggestiva unione tra canto, teatro e arte pittorica. Un viaggio ispirato a leggende e racconti sardi chiamati "is contus de foghile", i racconti del focolare. Storie antiche e moderne vengono raccontate attraverso il canto e la musica di Simona Salis, a cui si unisce la narrazione dell’attrice catalana Sandra Caggioli Anieva. Lo spettacolo ha proposto una travolgente esperienza artistica, dove la musica sposa il teatro, in un’opera musicale moderna e molto originale. Cantante ed attrice accompagnate nella loro performance da quattro talentuosi musicisti italiani: Ivan Ciccarelli (batteria), Santi Isgrò (chitarra), David Florio (flauto) e Lucio Fasino (basso).  I quattro sono molto conosciuti nell’ambiente musicale italiano per via di collaborazioni artistiche importanti, come quella con la cantante Antonella Ruggiero. Il progetto ‘Janas e dimonius’ è una "voce senza tempo", capace di trarre dalle antiche leggende insegnamenti attuali e utili per una convivenza saggia e pacifica. In alcune di queste leggende sono molto evidenti quelle che possono essere definire caratteristiche precise del "carattere sardo": comportamenti ed usi curiosi, talvolta macabri, dietro ai quali si nascondono millenni di invasioni e mescolanze tra culture differenti. Accanto alla musica ed al teatro, il progetto "Janas e Dimonius" comprende inoltre i suggestivi dipinti della pittrice Daniela Nasoni. Quindici lavori astratti di grande valore che rappresentano visivamente i racconti compresi nello spettacolo. Simona Salis, cantautrice di origine sarda, vive e lavora tra Varese a Milano, ma la sua storia a la sua musica, profondamente radicate alla sua regione di nascita, hanno percorso non solo le regioni italiane e l’Europa, ma l’Australia e la Tasmania.

Raffaele Melis

PER RICOSTRUIRE IL CAMMINO MUSICALE E CREARNE UN SITO

CERCO MATERIALE SU TONINO CANU

Salve, mi rivolgo a voi perché sicuramente tra voi ed i vostri associati ci sono tanti appassionati di canti sardi a chitarra. Sono alla ricerca di qualsiasi registrazione che contenga brani cantati da Tonino Canu o dal gruppo che componeva con Giuseppe Chelo e Pietro Fara, denominato "Terzetto sardo" o "Trio Logudoro". Cerco ma soprattutto acquisto dischi (33, 45, 78 Giri), audiocassette o quant’altro contenga registrazioni di Tonino Canu. Qualsiasi altro tipo di materiale lo riguardi è bene accetto anche sotto forma di copia; parlo di registrazioni di gare, fotografie ed altro materiale in genere. Tutto ciò potrà tornare utile per la realizzazione di un sito internet dedicato a Tonino Canu che ho in progetto di realizzare col tempo, dopo aver raccolto sufficiente materiale. Nel frattempo sto cercando di ricostruire una sorta di discografia di Tonino Canu raccogliendo per esempio le scansioni delle copertine di dischi e cassette, tutto da utilizzare per il sito di cui parlavo prima. Spero in un vostro aiuto e confido nella vostra collaborazione. Vi ringrazio anticipatamente e vi saluto.

Pierfranco Canu (piffo@hotmail.com)

 

LA STORIA MILLENARIA DELL’ABBIGLIAMENTO MASCHILE E FEMMINILE IN SARDEGNA

IL COSTUME TRADIZIONALE

La Sardegna, è storia nota, fu dominata dagli Spagnoli per quasi tre secoli, anni in cui fu imposto un sistema feudale capace di deprimere qualsiasi prospettiva di crescita, economica e sociale. Furono i grandi viaggiatori dell’800 che la riscoprirono, dei quali il più famoso fu Alberto La Marmora. Nei loro racconti si leggeva lo stupore per le meraviglie naturali, per gli imponenti nuraghi e per le Principesse Barbare, agghindate nei loro vestiti, poveri nei materiali, ma ricchi nei ricami, nei tagli e nelle cuciture. I costumi sardi furono scoperti in uno stato notevolmente avanzato della loro evoluzione, con tutta probabilità, il vestito tradizionale femminile ha seguito un’evoluzione che parte da migliaia d’anni avanti Cristo. Nella sua forma originaria si pensa che il vestito era formato da un unico pezzo, a parte il fazzoletto che copriva il capo (su mucadori). La divisione in una lunga gonna (sa gunnedda) e la camicia bianca (su ‘entone) arrivarono in seguito, sicuramente con l’affinarsi delle tecniche di tessitura. Un importante accessorio, che arricchiva notevolmente l’eleganza dei vestiti, era il corpetto (su corittu). Tutti questi capi, nel corso dei secoli, sono stati oggetto di correzioni ed abbellimenti, così in alcuni paesi il fazzoletto è raccolto sulla testa, in altri è stato trasformato in un capo d’abbigliamento pesante e poco pratico, quasi una mantella, ma con preziosi ricami e rifiniture. In altri paesi la gonna e il fazzoletto sono diventati un pezzo unico, ma qualsiasi variante si trovasse
, il risultato doveva essere lo stesso: un’eleganza raggiante che accompagnasse una bellezza altrettanto solare. Gli studiosi del costume isolano, sono certi che chi ha datato questa tradizione ai tempi della dominazione spagnola, ha commesso un errore grossolano. Non si sarebbe potuta creare una tale diversificazione di costumi in così breve tempo. Tutti i vestiti hanno ricami e motivi che possono essere considerati come le bandiere del paese. Inoltre esistono molte varianti di uno stesso costume, per le diverse fasi della vita: nubile, sposa, vedova. E’ innegabile, tuttavia, un’influenza degli Aragonesi sulla moda delle città più grandi. Il successo dei vestiti locali fu ben evidente durante il regno dei piemontesi. Infatti tra le nobildonne della casata Savoia era di moda indossarli durante le visite. Si è convinti che questa usanza abbia dato una spinta al rinnovamento ed al miglioramento di alcuni abiti. E’ da precisare che tale evoluzione non va interpretata come una riverenza verso i reali, piuttosto per dare mostra della maestria nel cucito e per esaltare le tradizioni del paese di appartenenza. Il costume maschile conserva molti più caratteri comuni nell’intera Sardegna ed in generale, è molto semplice sia nei materiali che nel taglio. Il copricapo dell’uomo era "sa berritta", una sorta di sacco che era lasciato cadere lungo la spalla. Proprio nel copricapo si nota la maggior variabilità: a Cagliari e Sassari è stato introdotto un corto e rigido sacchetto di probabile origine ligure; gran parte dei paesi del cagliaritano indossano una berritta libera o raccolta. In altri paesi dell’isola si è preferito estromettere questo capo di vestiario, indossato quasi esclusivamente dagli anziani. I pantaloni (bragas) sono bianchi nella quasi totalità dei casi confezionati in lino o cotone. Dalla vita, i calzoni scendevano larghi fino alle ginocchia, dove le "cartzas" o "crazzas", coprivano il resto della gamba e le scarpe. In alcuni costumi si ritrova una sorta di gonnellino che ricopre il pantalone all’altezza della cintola, generalmente nero come il calzare. Le camicie, di lino o cotone, si differenziavano, seppur di poco, per via dei ricami nel collo o nelle maniche. La vera differenza la facevano i corpetti, arricchiti con pregiati ricami. Molto famosi quelli indossati dagli uomini di Orgosolo ed Oliena. Un altro indumento diffuso quanto il corpetto, è "su collettu", una sorta di giubba che arriva fin sotto la vita, che poteva essere in orbace o in pelle. A completamento del vestito, per i periodi invernali o le fresche serate primaverili ed autunnali, s’indossava un lungo cappotto (su gabbanu) oppure la famosa "best’e peddi" o "sa stebeddi" che è il capo più antico del vestiario sardo. In italiano questa veste è indicata come "mastruca", la cui importanza storica è legata ai riferimenti che Cicerone diede dei sardi: "pelliti" o "ladruncoli mastrucati". Il capo è formato da pelle di pecora, conciata all’interno, mentre sull’esterno è lasciata grezza. In termini d’utilità, si pensa che questo tipo di confezione potesse concedere un isolamento migliore, mentre molti anziani raccontano di camuffamenti utilizzati per le imboscate o per sfuggire alla giustizia. La più famosa mastruca attualmente utilizzata è quella nera dei Mamuthones di Mamoiada. In generale, si può affermare che il denominatore comune del vestito maschile è l’orbace, tessuto ricavato dalla lavorazione della lana, apprezzato per le caratteristiche di tener caldo e far respirare la pelle, anche se definito alquanto "pungente". Le variazioni nei costumi sono tante quanto i paesi della Sardegna: alcune singolarità come "su sereniccu", un mantello che si gettava sulle spalle unito da due fibbie ed una catenella, furono importate in tempi relativamente recenti, magari nello stesso periodo in cui furono introdotti i cappelli a larghe tese. Nel costume femminile i capi più appariscenti sono il velo e la gonna o in alcuni casi "su devantali" (il grembiule). Ma gli accessori più preziosi sono i gioielli. Le più antiche gioie isolane sono quelle in argento, mentre quelle in oro e filigrana compaiono solo di recente. Nei gioielli, a fianco delle figure religiose nate con il cristianesimo, si possono ritrovare amuleti molto antichi, con funzione di protezione contro il malocchio. Inoltre sono comuni anche le fogge di animali stilizzati che si rifanno, molto probabilmente alle fattezze dei bronzetti nuragici. I gioielli potevano essere adoperati per reggere il corpetto, un grembiule, un velo, o poteva anche capitare il contrario, cioè che accessori comuni come i bottoni, nei costumi della festa, diventassero dei prezzi pregiata dell’arte orafa. Molti studiosi delle usanze popolari tendono a dare lo stesso significato alla tradizione ed al folklore, mentre altri tendono ad usare i due termini per differenziare le usanze o come strettamente correlate all’identità di un popolo o quelle realizzate ad hoc per l’industria turistica. Quando si pubblicizza l’uso del costume tradizionale nella quotidianità di molti centri barbaricini, si fa un chiaro esempio di folklore a scopo pubblicitario. La realtà sulle aree più tradizionaliste è che le donne di una certa età usano ancora il velo, gonne molto lunghe e castigate. A volte portano il vestito del lutto che è punitivo quasi come un burqa dell’Afghanistan, ma non il costume tradizionale, utilizzato esclusivamente durante le feste. Quindi, chi vuole fare una scorpacciata tra gli abiti più belli che il Mediterraneo può offrire, può partecipare alla Sagra del Redentore di Nuoro, a quella di Sant’Efisio a Cagliari, oppure alla Cavalcata Sarda di Sassari: sono veri e propri tributi alla bellezza del costume sardo.  

a cura di Massimiliano Perlato

ESSERE ISOLANI IN UN MOMENTO DI FORTE CRISI D’IDENTITA’

SARDI PLURALES

Alla fine di un anno che ha visto crescere i segni del razzismo e della xenofobia in tutta l’Europa mi sembra utile proporre alcune brevi riflessioni sul nostro essere sardi in un’isola, oggi, in forte crisi di identità. Riflessioni che nascono all’interno di un percorso di ricerca sul meticciato nella Sardegna antica. Tutti siamo venuti da altrove, tutti siamo arrivati qui, prima o poi, nella nostra isola. Tutti ci siamo inseriti e mescolati con chi è venuto prima di noi: non esistono "autoctoni di immacolata concezione", come giustamente ha osservato l’antropologo francese Marcel Detienne, nel suo libro sull’autoctonia. Siamo tutti "autoctoni venuti da fuori", migranti, che è poi l’altra faccia del clandestino. Sempre Detienne ha fatto notare come il termine "autoctono", in realtà, non significa "nato dalla terra stessa", ma, più precisamente "che possiede sempre la stessa terra". Detto in altre parole i Sardi erano, e sono, quelli che stanno in Sardegna, Sardi per la terra non per il sangue. E questo è il confine chiaro e manifesto con il razzismo. Di questo si discute anche a livello europeo, italiano e, perché no, sardo nel momento in cui si pone il diritto di cittadinanza
. Perché un archeologo si occupa di questo, al di là dell’impegno civile che ogni persona ha? Nella consapevolezza generale, anche e soprattutto qui da noi, il meticciato è visto come un problema moderno, mentre nell’antichità la purezza culturale era lo strumento dello scontro di civiltà. Per cui la storia della nostra isola era (è) raccontata come un susseguirsi di invasioni, massacri, deportazioni da parte dell’invasore di turno; i Sardi nobili, valorosi e guerrieri ma inevitabilmente sconfitti, ovvero il miraggio della "costante resistenziale sarda" che attraversa le nostre riflessioni. Una immagine che non è imposta dall’alto ma è inglobata in noi, come mostrano le immagini proposte in continuazione, come quella della guida del Touring Club Italiano, scritta da autori sardi: "Nonostante il succedersi di invasioni di popoli stranieri, l’isola si è mantenuta largamente immune da contatti e influenze esterne […] Fauna, flora, tradizioni, linguaggio: arcaismo dell’ambiente naturale e arcaismo di un prodotto degli uomini, fatto per comunicare tra gli uomini". Oppure quella di Antonio Marras, stilista, nell’ultimo numero di Alias "La nostra è stata terra di conquista, di passaggio e siamo stati sempre pronti a ricevere la corda di chi arrivava per legare la sua nave alla bitta". L’antichità, come l’epoca moderna, è stata in realtà un insieme di incontri di Culture, anche violenti, ma noi siamo questo. La nostra stessa lingua, quella sarda è una lingua meticcia. Noi Sardi parliamo una lingua originale, e usando la nostra lingua parliamo in tante lingue, nuragico, fenicio, latino, catalano, spagnolo, italiano. E allora, chi erano, chi sono i Sardi? Il termine "sardi" indica già in origine una realtà meticcia, di migranti e di autoctoni venuti da fuori. Lo racconta la storia di Sardo, eroe che viene dalla Libia, Sardo figlio di Maceride, il Melqart di Tiro, la città fenicia per eccellenza. Guida i Libici in Sardegna a stabilirsi con gli abitanti della Sardegna. Da qui inizia la storia dei Sardi, i meticci di Sardegna, dall’incontro tra tutto quello che c’è stato prima e quello che viene dopo, un processo continuo. È qui che nasce questo nome che ci accompagna da allora, figlio di tutte le straordinarie esperienze vissute dalla nostra isola fino a oggi. Un periodo nel quale sono molteplici le identità, non divise, ma condivise. Ce lo racconta, ad esempio, la storia di Urseti di Macomer che nel primo secolo della nostra era seppellisce il marito Nispeni, dedicandogli un affettuoso ricordo in latino, lei che era di origine nuragica come lui, chiamandolo coniugi benemerenti, e affidandolo, nel momento supremo, agli Dei Mani, le divinità romane che accompagnano i defunti. Questa struggente testimonianza è il segno della presa di distanza netta dalla visione marcatamente dualista della Sardegna: quella che vedrebbe contrapposte una Romània civilizzata, alfabetizzata, di pianura e una Barbària analfabeta, resistente e montanara; l’un contro l’altra armate, fino alla presa di potere della superiore civiltà romana, come gli antichi autori coloniali ci hanno tramandato. Uno scontro di civiltà nel quale a soccombere furono quei "Sardi", ovviamente pelliti, barbari (anzi barbaricini), che ovviamente abitavano in caverne e non seminavano le terre seminabili, che ovviamente depredavano gli altri (la mistica delle bardane) e che inevitabilmente vivevano "senza pensieri e travagli, contenti dei cibi semplici", beati loro. È lo strumentario del bravo etnologo colonialista con i suoi stereotipi che abbiamo acquisito e scambiato per le nostre virtù. In realtà quello sardo è un popolo meticcio, fatto di comunità dinamiche che, sebbene provate anche dai lunghi anni della repressione violenta, partecipano attivamente ai nuovi tempi senza rinunciare alle proprie affiliazioni, senza rinchiudersi in "riserve indiane" resistenti. Sono in sostanza i portatori di una molteplicità di identità che è poi la Sardità. Ce lo racconta anche la storia di un cittadino romano di Sedilo, Quintus Volusius Nercau che con i suoi tre nomi di origine latina e nuragica esemplifica la complessità dell’identità di questa comunità sarda di età romana. Così come Cariti di Borore che dà il nome Valerius al figlio, Tamucar, sardo di origine libica da Samugheo, che dà al figlio un nome romano, Senecio, o il caso inverso di P. Manlius di Austis che al figlio dà il nome Nercaus. E allora a cosa serve questa ricerca? Serve a dare un volto a quelle donne e uomini, certamente Sardi, qualunque fosse la loro provenienza originaria, sicuramente non barbari, portatori di un reticolo di identità culturali, come i Sardi attuali. Ognuno dotato di quella che Amartya Sen ha chiamato: la "natura plurale delle nostre identità" che si esprime con diversi codici di comunicazione, compreso l’affidarsi agli Dei mani come fa Urseti di Macomer quando perde il marito. Una riflessione finale ci può venire da alcune istruzioni per l’uso contenute in un "dialogo a una sola voce" con il quale Marcel Detienne, ancora lui, fa iniziare il suo libro. "Dunque, Lei è …? Che cosa, per l’esattezza? Indigeno, nativo, aborigeno – le cui orecchie esercitate fin dall’Australia sentono crescere un albero -, oppure autoctono? Che a volte suona greco, persino troppo greco per i miei gusti, con una sorta di enfasi sul fatto di essere ‘nato dalla terra stessa’, un Auto-Stesso per grecisti di altri tempi. Dunque, Lei è…? E come le è capitato? Un bel mattino? Con il cielo azzurro? Oh! Dalla nascita? Perbacco!".

Alfonso Stiglitz

 

Una risposta a “Tottus in Pari, 274: patrimonio planetario”

  1. Salve, ho letto l’articolo sull fiera agroalimentare di Milano. E’ scritto con molta simpatia, si fa leggere volentieri ma sopratutto mi ha fatto conoscere piccole realtà sarde che non conoscevo, pur vivendo da 30 anni in Sardegna, e di cui invece bisognerebbe andare fieri. Siamo quattro gatti e non ci conosciamo…ci vorrebbero più eventi, più possibilità di scambio, più momenti di condivisione.
    Ci vorrebbe tutto un sito web o un catalogo di aziende sarde serie che producono i lorto prodotti autentici e legati alla nostra terra.

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