"Emigrazione e Turismo" nel convegno a Villa Olmo organizzato dal circolo "Sardegna" di Como

di Massimiliano Perlato (nella foto: Antonello Argiolas, Adria Bartolich, Romina Congera, Sara Paoletti, Sergio Pisano, Giuseppe Marci)

"Emigrazione e turismo": esperienze nel mondo e nuove opportunità di sviluppo occupazionale giovanile, le tematiche della conferenza voluta dal circolo "Sardegna" di Como presieduto da Onorio Boi, originario di Seulo presso la suggestiva Villa Olmo a due passi dal Lario. Gli interventi al tavolo dei relatori: dalla Sardegna son giunti il professor Giuseppe Marci; l’onorevole Sergio Pisano, capo di gabinetto dell’Assessorato al Turismo della Regione Sardegna; la dottoressa Romina Congera, assessore al lavoro nella giunta Soru. Gli onori di casa sono spettati all’onorevole Adria Bartolich, molto legata e sempre presente agli avvenimenti organizzati dal sodalizio sardo locale; Antonello Argiolas, rappresentante dei circoli sardi della Lombardia. Il coordinamento è spettato alla giovane Sara Paoletti. Tanti i temi trattati dal convegno che ha appassionato i presenti. La relazione di Sergio Pisano, supportato dalla Bartolich in un’analisi più ampia riguardante l’Italia, si è imperniata sul turismo visto come risorsa della Sardegna. Eppure, non si riesce a correggere l’inclinazione che convoglia il turismo sono nel periodo estivo. In Sardegna nell’ultimo anno ci sono stati 12 milioni di presenze e per il 95% si sono incentrate nel settore balneare. Il dato su cui riflettere è che tali presenze si raggruppano in 80 giorni all’anno, ovvero nel trimestre estivo. Il principale canale di distribuzione delle immagini allettanti del turismo in Sardegna è costituito dalle innumerevoli pagine patinate attraverso le quali i migliori tour operator nazionali presentano un’offerta completa, che parte dai residence per arrivare ai villaggi e agli hotel. Questo importante investimento pubblicitario, motivato dalla forte domanda individuale riferita al meraviglioso mare sardo, si concentra nei mesi più caldi dell’anno. Di conseguenza si determina un black out commerciale di nove mesi, nonostante che la Sardegna goda di ottime condizioni climatiche e disponga di risorse ambientali e culturali di grande valore, di siti archeologici unici e di un settore alimentare riconosciuto come tipico. Questa lacuna pone l’isola nella condizione di vivere il suo maggior business più come uno sfruttamento esterno delle risorse che come un suo strategico sviluppo economico. Pisano, aggiunge, che occorre fare di più a livello politico ed investire in cultura. Il modello sardo turistico, spiega, è quasi da sottosviluppo. I numeri lo confermano: il divario con il resto d’Italia lo quantifica. Il suo imperativo per il futuro è quello di creare destagionalizzazione con un minimo di organizzazione. I limiti legati alla scarsa funzionalità della macchina turistica nel suo complesso e pertanto alle possibilità di creare una bassa stagione più "viva" non sono facilmente superabili, se non con un progetto regionale coercitivo nei confronti dell’indotto: per questo è ragionevole pensare che un progetto fattibile di allargamento della stagione turistica in Sardegna deve principalmente coinvolgere il turismo sociale, cioè quelle realtà che gravitano attorno alle associazioni culturali, ai dopolavoro, alle parrocchie e soprattutto ai servizi sociali comunali che organizzano turismo di gruppo per soggiorni climatici, non disdegnando proposte culturali di varia natura. Questa realtà di turismo sociale sviluppa tour itineranti, mentre quasi la totalità della domanda è di soggiorni che possono già includere delle escursioni. Questo tipo di turismo è in grande espansione sia per motivi anagrafici dovuti alla costante crescita della fascia della terza età, che per la forte attenzione che il settore dei tour operator pone a questo segmento. Le destinazioni mediterranee, a differenza della Sardegna, hanno sviluppato il numero delle presenze dilatando la stagionalità alberghiera e di conseguenza l’attività economica dell’indotto, trasformando le aree turistiche in vitali località attive tutto l’anno.

Romina Congera, indimenticata Assessore al Lavoro che con il mondo dell’emigrazione sarda organizzata ha creato un bel feeling, ostenta grande preoccupazione per il futuro delle nuove generazioni in Sardegna. Di fronte all’attuale drammaticità economica che sta travolgendo tutto il Paese e ancor più l’isola, l’emigrazione è ricominciata anche di fronte all’impossibilità di fare nuova imprenditoria. A ritmo impressionante, spaventoso: ogni anno migliaia di giovani sardi fanno le valigie e vanno via. Partono per cercare lavoro, inseguire una speranza, dare un senso al futuro. Dal 1997 ad oggi hanno lasciato la Sardegna più di 50mila residenti. Una legione, una folla! L’isola si spopola e si conferma purtroppo terra di emigranti. Il saldo migratorio è negativo in tutte le province dell’isola. I picchi più alti nella provincia di Nuoro e nei comuni con meno di mille abitanti. Lo scenario è preoccupante anche se per comprendere il fenomeno dell’emigrazione non si può prescindere dalla comunità di provenienza. I primi che partirono dalla Sardegna negli anni Cinquanta, andarono nelle miniere del Belgio. Andare per tornare. Erano giovani ma non giovanissimi, spesso padri di famiglia. Partirono per guadagnare a sufficienza, per poter investire i soldi nella comunità di provenienza. Ci sono agricoltori, messi in crisi in quegli anni dal mercato in una Sardegna allora molto cerealicola. Quella degli anni Settanta, invece, diventa un’emigrazione classica, di massa. A Genova, Milano, Torino. Si emigra per cambiare vita, ci si sposa, si mette su famiglia. Si mantiene un rapporto con la comunità ma è più lento. Non tutti investono, chi lo fa torna dopo tanti anni, magari al momento della pensione. Mentre gli emigrati in Belgio sono tornati quasi tutti, coloro che emigrano nelle città del Nord Italia ci restano. Il loro legame con la Sardegna è diverso. In Sardegna le strade incerte dell’emigrazione non erano del tutto ignote, poiché già erano state percorse – già alla fine dell’Ottocento e nei primi due decenni del Novecento – da non pochi sardi che erano partiti per la Francia o, i più audaci, per le Americhe per cercarvi lavoro e fortuna. I più erano poi tornati portando con sé qualche risparmio e un fardello di speranze deluse. Qualche altro, che la fortuna aveva trovato davvero o, meno incline alla resa, continuava a cercarla, era rimasto lì dov’era. Se in passato l’emigrazione era stata vicenda individuale, negli ultimi decenni è diventata fenomeno massiccio che coinvolgeva migliaia di lavoratori, costretti dalla mancanza di lavoro a lasciare la Sardegna in numero crescente. Oggi la nuova emigrazione si definisce la fuga dei cervelli, ovvero di giovani studenti, magari laureati che cercano lavoro dove le possibilità sono maggiori. Che tipo di effetto ha sulla Sardegna che subisce questa fuga? E’ possibile e corretto affermare che un ricercatore è ormai definitivamente perduto per il suo Paese d’origine, quello (per intenderci) dove è nato e che ha investito denaro e competenze nella sua formazione nel caso in cui il flusso netto di capitale umano altamente qualificato &egrav
e; fortemente sbilanciato in una sola direzione e lo scambio non è più scambio, ma drenaggio, poiché rappresenta una perdita di risorse umane per il Paese di origine. La Congera, ribadisce fortemente, che è esattamente quello che sta accadendo in Sardegna. Il nostro problema è che non c’è nessuno scambio ma solo agognati addii di sardi verso il nord Italia e l’estero, le cui proporzioni si stanno aggravando fino a configurarsi come una perdita che coinvolge un’intera generazione di giovani laureati.

Esperienza di emigrazione, è stata quella che ha raccontato Giuseppe Marci, parlando del gesuita e missionario di Igliesias Antonio Maccioni, che nel XVII secolo raccolse in una pubblicazione la testimonianza di diversi sardi che hanno raccontato la loro esperienza di vita dopo essersi trasferiti per lavoro nella "terra promessa" d’Argentina. Maccioni, racconta Marci, fu rettore del collegio massimo di Cordoba in Argentina e procuratore delle province del Paraguay a Roma.

E’ spettato infine ad Antonello Argiolas spiegare il ruolo fondamentale dei circoli dei sardi nel mondo, che hanno la funzione morale di accogliere le nuove migrazioni e allo stesso tempo creare turismo, promuovendo la cultura isolana in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *