Libro e documentario "Oltre la sbarra" al circolo sardo di Milano

di Sergio Portas (nella foto Pj Gambioli, Pierangela Abis, Nicolina Carta)

Non fosse che i quotidiani di questo periodo hanno in prima pagina questioni che si riferiscono al nostro sistema carcerario, dal numero oramai esorbitante  degli ospiti che vi si soffocano , al problema dei suicidi che drammaticamente vi si verificano, ai "massacri" che le guardie carcerarie usano a mò di  ordine pubblico, verrebbe da dire che Nicolina Carta e Pj Gambioli hanno scelto uno strano soggetto quale contenuto del loro lavoro artistico. Tutte due nuoresi, la prima ha scritto un libro che si intitola :"Oltre la sbarra", la seconda ha girato un documentario, e quindi volto in CD e venduto insieme al libro, sul carcere sardo di Maimone . Mai sentito nominare, direte voi, e lo credo bene se neanche la regista che vi dicevo ne ha mai saputo nulla, anche se detto carcere si trova a pochi chilometri di distanza da Nuoro. Da casa sua. Chi lo conosceva da una vita era  la Carta, che si può ben dire ci sia se non proprio nata almeno cresciuta fino all’età delle scuole superiori. Le elementari(le medie a Bitti con pulmino) le ha fatte nella scuola del carcere, un’unica classe in cui i bimbi di ogni età (figli degli agenti di custodia) imparavano mischiandosi in un orgia didattica sicuramente stimolante. Anche per il maestro che doveva portare avanti il processo di apprendimento di cotante diversità, all’unisono. Carcere speciale dunque, e il  documentario ne offre ogni peculiarità. In primis i detenuti lavorano, lavoravano è meglio dire, per la maggior parte del tempo fuori dalle celle. Coltivando orti, badando alle bestie, ricavando formaggi e vino. Piantando olivi e alberi da frutto. Insomma facendo i contadini e i pastori. Seppur sorvegliati da guardie armate, che il più delle volte imbracciavano un piccone e davano una mano a sbancare terra o pulire il cimitero dai rovi. Il babbo di Nicolina era guardia carceraria, di quelle che consideravano il proprio lavoro una missione. Tenete conto che il carcere è stato inaugurato intorno agli anni trenta del novecento ed è arrivato ad avere più di mille detenuti. Oggi sono quattrocento. E già qui viene da fare un appunto agli attuali reggitori delle cose che attengono alla giustizia nell’ Italia nostra: visto che col recente varo di una scellerata legge che considera i non aventi  permesso di soggiorno tutti potenziali futuri carcerati, stante il numero degli extracomunitari che comunque entrano nel nostro paese causa fame, guerra, massacri e quant’altro di turpe si inventa l’umana stirpe quando perseguita i suoi simili, dove si troverà il posto nell’attuale sistema carcerario nazionale per queste "new entry"? Ora che già le carceri stanno scoppiando egli attuali  65.000 detenuti occupano spazi che dovrebbero contenerne 45.000. Ho sentito il ministro Alfano bofonchiare di un prossimo "piano carceri". Bubbole, verrebbe da dire che ci vorrebbero i soldi di tre finanziarie, messi tutti  in quel capitolo. Senza contare che la vera priorità della giustizia in questo paese è notoriamente scandita dai processi che inseguono il presidente del Consiglio. Altro che carceri! E allora perché lasciare Maimone nello stato che è, perché non riportarlo ai fasti dei suoi inizi, visto che trattasi di una prigione "aperta", dove finalmente il dettato costituzionale che impone una pena tesa al recupero del "cittadino che ha sbagliato"viene, una volta tanto, pienamente rispettato. Mi pare non ci sia bisogno di sottolineare quanta differenza faccia per un qualsiasi detenuto passare l’eterne ore della sua detenzione in una cella di pochi metri quadrati, assieme ad altri dieci suoi consimili, letti a castello, bugliolo e doccia, fornello per il caffè, e la possibilità di uscire all’aperto, ogni giorno, tornando in cella solo per dormire. Non occorre aver letto Goffmann (imperdibile il suo:"Asylums che dice delle istituzioni totali e parla dei meccanismi dell’esclusione e della violenza) o Michel Foucault che col suo "Sorvegliare e punire. Nascita della prigione"ha svelato i meccanismi che sottintendono a una scelta così radicale di punizione quale è la perdita della libertà, per comprendere  quali vantaggi abbia la società tutta nel ritrovare, una volta scontata la pena, un cittadino che torna a inserirsi in essa senza risentimenti. Che non è, parole testuali di Pj Gambioli: "incazzato nero!" Insomma il carcere non dovrebbe mai essere l’università della delinquenza per chi ha la sfortuna di capitarci, e alla faccia di tutti i forcaioli che non sanno citare altro luogo comune che "i delinquenti hanno anche il televisore", io penso invece come Voltere che la civiltà di una nazione si misura, anche, dalla qualità del suo sistema carcerario. Non sarà un caso che il ministro leghista Castelli , ai tempi del suo dicastero di grazia e giustizia, se ne veniva al carcere di Is Arenas, sulla spiaggia di Scivu per intenderci, per passare le sue vacanze estive. E non gli è mai passato per la testa di andare a S. Vittore invece. Queste due nuoresi, oggi al centro culturale sardo di Milano, sono una coppia di razza: una ha lasciato il suo cuore nei luoghi dell’infanzia, si ricorda le nevicate del ’56 quando la neve arrivava alle finestre e i detenuti spalavano per liberarle, gli stessi detenuti che tenevano d’occhio i figli più piccoli delle guardie carcerarie, e con una certa severità anche, visto" tutti i delinquenti che ci sono in giro!". E la natura risvegliata dalle mani operose dei detenuti si riflette nell’ambientazione del libro, che pure racconta una storia romanzata, in cui il carcere è Maimone come poteva presentarsi nel 1935. Pj Gambioli si è innamorata della storia e  ne ha fatto un cortometraggio, con le infinite difficoltà che incontra chi tenta di superare il sospetto che l’amministrazione carceraria nutre per i giornalisti in generale. Tutte "anime belle" che non si rendono conto quanto sia difficile reggere una situazione di perenne emergenza, che deriva da una sottovalutazione , questa sì criminale, delle difficoltà di controllare una popolazione carceraria in costante crescita con un organico sempre più ridotto. E malissimo pagato. La Gambioli è fervida collaboratrice dell’associazione culturale Janas che, copio dal suo sito: "nasce con una precisa finalità: sostenere e realizzare progetti ed eventi culturali di cinema, teatro, musica e danza, che abbiano come filo conduttore i giovani, la cultura , la lingua e le tradizioni sarde".  Non a caso i suoi "corti" si ispirano alle arti e ai mestieri di Sardegna, da quello del pastore a quello della massaia,da quello dell’orafo a quello della tessitrice. L’anno scorso col suo "Underwater" si è aggiudicata il "Fedic d’oro 2008",indetto dalla Federazione cineclub italiani, sbaragliando la concorrenza di oltre cento autori . Del resto Nicolina Carta, che è al suo terzo libro, viene da esperienze pittoriche di successo, ha da vent’anni una boutique in largo Corridoni a Nuoro dall’improbabile nome di  "Appunti di Viaggio". Insomma queste due janas sanno fare cento mestieri diversi e hanno certo trovato la pietra filosofale ch
e fa apparire facile ottenere il successo delle loro iniziative. Una tenacia feroce nel perseguire lo scopo. Senza chinare il capo davanti ad "autorità" di sorta, burocratiche o politiche che siano. Ora fanno il tifo a che Maimone si risollevi dal degrado in cui è precipitato e possa tornare quel carcere modello che era sessanta anni fa, quando ancora era ai primi posti delle colonie agricole italiane. Portano il loro libro e il loro CD in giro per l’Italia e la Sardegna. Due Antigoni moderne capaci, come

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