"Violenza e Sacro", il saggio scritto da don Giuseppe Pani, direttore de "L'Arborense"

di Paola Perria (nella foto don Giuseppe Pani)

 

"Che cos’è l’invidia, se non il guardare all’altro dispiacendosi per quello che  possiede – e noi no – e sperando che gli capiti qualcosa di brutto? E’, appunto, uno sguardo cattivo, che non si limita a desiderare ciò che non si ha ma che rovescia, sull’altro, tutto il rancore che genera il non sentirsi alla pari con lui".

Certo che la copertina non manca d’impatto – le mani di un uomo che imbracciano un fucile, ma attorno alla destra si arrotola un rosario – sotto all’emblematico titolo, in rosso: Violenza e Sacro. La bella foto in bianco e nero, realizzata da Enrico Curreli e scelta per la copertina dalla photo editor Alessandra Chergia, sembra quasi voler fungere da avvertimento: Attenzione! Da qui in avanti, terreno minato. Non si tratta dell’ultima fatica letteraria di Dan Brown, e, invero, neppure di un romanzo – uno dei tanti thriller di fosca ambientazione ecclesiastico/clerical/monastica e chi più ne ha, più ne metta – bensì di un saggio. Al di sotto della foto, il sottotitolo giunge all’occhio per chiarire e, in un certo senso, per rassicurare: Un’analisi antropolgico-religiosa del contesto barbaricino. Il libro è edito dalla PTM di Mogoro.  Incontro il suo autore in un luogo che ben conosco – la redazione del L’Arborense – perché a vergare di proprio pugno questo libro che tengo in mano è proprio il mio Direttore, Don Giuseppe Pani, parroco di Villanova Truschedu e barbaricino doc, essendo originario di Tonara.

Come ti è venuto in mente di scrivere un saggio sulla "violenza e sacro" in Barbagia?

Mi interessava proporre un’analisi del fenomeno della violenza – dal banditismo in avanti, superando anche il Codice di Pigliaru e arrivando ai giorni nostri – in modo non puramente descrittivo ma cercando di andare a fondo, alle radici psicologiche e antropologiche del fenomeno. L’idea, però, era di farlo utilizzando degli strumenti argomentativi che andassero "oltre" la Barbagia e la Sardegna stesse.

Così, incontri Renè Girard… (filosofo e antropologo francese che ha proposto una tesi, piuttosto dibattuta e sulla quale si basa Don Pani per il suo lavoro, che vede, da parte di ogni cultura umana, l’utilizzo del sacrificio come strumento di superamento della violenza di origine mimetica (imitativa) tra rivali convogliandola su un unico capro espiatorio. N.d.R)

Incontro Girard, qualche anno fa, e mi appassiono alla sua opera e al suo pensiero perché mi giunge in un momento della vita in cui avevo necessità di risposte. Da un bisogno molto privato e personale, sono poi approdato all’idea di questo saggio, quindi ad un discorso più "in grande" circa il tema della violenza.

Era un argomento che, quindi, ti ha sempre attratto?

Decisamente sì. E’ curioso perché io, da piccolino, ero davvero affascinato dalla figura del "bandito", anzi, volevo proprio  fare il bandito! Scappai di casa più volte, in cerca di avventure, tant’è vero che i miei genitori mi lasciarono quasi un giorno intero fuori di casa (nel pianerottolo, ma bastò) per farmi "rinsavire". E poi sono diventato prete! Violenza e sacro, appunto. Ci tengo a chiarire che la Barbagia è ben altro. In questo saggio scelgo di analizzare la parte cattiva tralasciando tutto il buono, che invece c’è ed è straordinario in termini di creatività e di qualità umane.

L’origine di tutto – della violenza antica e moderna in territorio barbaricino – è l’invidia. Ne parli ampiamente facendo riferimento, per esempio, al malocchio (s’ogu malu)…

Che cos’è l’invidia, se non il guardare all’altro dispiacendosi per quello che  possiede – e noi no – e sperando che gli capiti qualcosa di brutto? E’, appunto, uno sguardo cattivo, che non si limita a desiderare ciò che non si ha ma che rovescia, sull’altro, tutto il rancore che genera il non sentirsi alla pari con lui. E cos’è il malocchio, se non una sorta di giustizia soprannaturale? Tu hai una cosa che io vorrei e che non meriti, tuttavia, siccome non mi hai fatto nulla, non posso, a mia volta, farti del male. Mi limito a sperare che ti capiti qualche disgrazia, e magari agevolo il destino con una bella fattura, così l’equilibrio verrà ristabilito. E semus pari.  L’invidia blocca le persone di una comunità, le spinge a non mettere pienamente a frutto i propri talenti.

L’invidia, però, non è solo un problema della Barbagia…

E’ un problema globale e ancestrale, ma nei territori isolati attecchisce meglio. Girard fa l’esempio della Bibbia, che, da testo ispirato, probabilmente era già stato in grado di evidenziare delle caratteristiche presenti dalle origini nelle prime comunità umane. Pensiamo alla Genesi: da Adamo ed Eva a Caino che uccide il proprio fratello Abele perchè invidioso del suo rapporto privilegiato con Dio. Pensiamo ai comandamenti (non desiderare=non guardare con occhio invidioso). In tutta la Bibbia l’invidia tra gli uomini  sfocia in un omicidio o un tentato omicidio. Significa che è la miccia che fa esplodere la violenza dell’uomo contro l’uomo. La violenza in Barbagia è questo. Ma è la stessa che puoi trovare ovunque.

La terza parte del tuo saggi
o è una pastorale che propone un superamento di questo meccanismo malato.

E’ una pastorale molto concreta, che si rivolge non solo alla chiesa, ma all’intera comunità. Il sardo tende alla passività, è incline al fatalismo e all’inerzia, invece bisogna puntare sull’aggregazione, sul sentimento di solidarietà, far incontrare ed interagire le persone, aiutarle ad essere positive e costruttive.

Hai dedicato questo libro "alle tue vittime e ai tuoi carnefici". Che significa?

E’ un messaggio evangelico. Dedico il saggio alle mie vittime, affinché mi perdonino, ai miei carnefici, per dir loro che li ho perdonati.

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