L'ENI chiude e i sindacati mestamente s'allineano. Addio alla Petrolchimica in Sardegna?

di Marco Ligas

 

L’ENI ha fatto sapere che intende chiudere in via definitiva lo stabilimento petrolchimico di Porto Torres. Il vecchio sito verrebbe trasformato così in un grande deposito per prodotti petroliferi. L’ENI lo ha dichiarato senza mezzi termini e le segreterie di categoria di CGIL, CISL e UIL, prive del consenso dei lavoratori e delle amministrazioni comunali del territorio, hanno sottoscritto la decisione. È un atteggiamento grave, arrogante quello dell’ENI, ma è preoccupante anche quello dei sindacati dei chimici perché alimenta la divisione tra i lavoratori che in Sardegna sono impegnati in una lotta durissima per la difesa del lavoro, e perché esclude le popolazioni interessate dalle scelte dell’industria petrolchimica. L’impressione che si ricava da questa vicenda, nonostante i sindacati confederali abbiano successivamente respinto le decisioni assunte dai loro dirigenti di categoria, è che stia per chiudersi l’epoca della grande industria chimica e che si delinei quella dei servizi di stoccaggio. Se questo progetto andrà avanti è evidente come la presenza di un deposito per prodotti petroliferi avrà un impatto pesantissimo in tutto il territorio del nord Sardegna. Il mare che circonda l’area interessata sarà sottoposto ad un degrado perché crescerà il traffico delle navi inquinanti. E le stesse attività produttive subiranno i contraccolpi di questi nuovi flussi. Non ci sarà neppure il vantaggio della crescita occupativa, sempre usata per giustificare le iniziative industriali più contaminanti. L’arroganza dell’ENI avviene ancora una volta in perdita per la Sardegna, considerata come sempre la pattumiera che deve raccogliere i rifiuti dei processi produttivi realizzati altrove. E come sempre la classe dirigente sarda non solo non ostacola queste operazioni ma cerca di convincere i sardi della bontà dei suoi comportamenti servili. In questo modo il grande evento degli anni ’60,  l’arrivo della SIR in Sardegna, che ha modificato profondamente l’intera area di Sassari e della sua provincia, scompaginandone gli assetti economici e sociali, entra nella fase più critica. Agli inizi di quegli anni, non solo prese il via un forte movimento migratorio dai comuni dell’hinterland verso la città ma cambiarono le aspettative e gli stili di vita di tante famiglie: la prospettiva di un lavoro nella grande industria, la possibilità di accesso ai beni di consumo prima irraggiungibili, tutto ciò alimentò comportamenti che ebbero forti ripercussioni in tutti i settori produttivi, compresi quelli dell’indotto (attività commerciali, bancarie, vari servizi, trasporti). Naturalmente, come sempre è successo in Sardegna, le risorse per gli insediamenti della grande industria derivarono soprattutto dai finanziamenti agevolati concessi dallo Stato attraverso gli istituti di credito speciale. La Regione svolse un’ottima azione di complemento; la vicinanza a snodi importanti come il porto e l’aeroporto risultò molto importante e garantì l’affermazione e la crescita della SIR. Ma la crisi petrolifera del 1973 segnò una svolta profonda provocando l’aumento del costo delle materie prime e il crollo della domanda: gli investimenti effettuati per incrementare la produzione non trovarono più un riscontro soddisfacente nelle richieste del mercato. La stagnazione del settore aggravò la situazione e avviò la fase di riflusso con la conseguente ritirata di Rovelli; il polo petrolchimico di Porto Torres subì diverse vicissitudini e infine passò  sotto il controllo dell’ENI, che avviò una decisa ristrutturazione bloccando e smantellando numerosi impianti. Oggi siamo all’epilogo. Naturalmente la crisi che investe Porto Torres non si può capire se non si tiene conto che un insediamento altamente inquinante come il petrolchimico è destinato a provocare una devastazione del territorio. Anche per questa ragione è cresciuta tra la popolazione una sensibilità ambientale che ha contribuito a contenere le iniziative a rischio di inquinamento. Ciò è successo dopo alcuni ritrovamenti sotterranei di rifiuti industriali risalenti agli anni sessanta  e dopo che l’analisi delle acque del mare ha messo in evidenza un grave inquinamento. Il degrado del territorio è andato avanti per decenni tanto è vero che recentemente alcune aziende, nate in seguito alla frantumazione della SIR (Syndial, Ineos e Sasol), sono sotto inchiesta per disastro ambientale. Tutto ciò ha acceso il dibattito sulla necessità di rivedere l’impatto della grande industria e di cercare un nuovo sviluppo economico compatibile con l’ambiente e il territorio. È preoccupante però che nel corso di questi anni non sia stato avviato un processo per la riconversione industriale e per la produzione di energie alternative. Continuiamo così a subire i ricatti relativi agli insediamenti delle centrali nucleari o delle pale per l’energia eolica mentre occorre un forte impegno per individuare autonomamente le linee di sviluppo necessarie per garantire la crescita della nostra isola.

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