Al "Logudoro" di Pavia, commemorato Antonio Pigliaru a 40 dalla sua morte

di Paolo Pulina (nella foto Salvatore Tola e Paolo Pulina)

 

Nel pomeriggio del 24 ottobre, presso la sede sociale, il  Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia, in collaborazione con la Regione Sardegna-Assessorato del Lavoro e con la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), ha organizzato un convegno sulla "ricerca di Antonio Pigliaru sulla vendetta barbaricina", dedicato alla  memoria del grande filosofo sardo a 40 anni dalla morte (era nato a Orune nel 1922, è morto a Sassari nel 1969). Il presidente del circolo, Gesuino Piga,  ha dato lettura di alcuni messaggi di saluto delle autorità locali e sarde (tra cui quelli dell’assessore del Lavoro ad interim della Regione Sardegna, il presidente della Giunta Ugo Cappellacci, e del sindaco di Orune, Francesca Zidda, impossibilitata a essere presente per gravi motivi familiari) e, con commozione, dell’ampio scritto che la vedova del filosofo, Rina Fancellu,  ha voluto indirizzare ai partecipanti alla manifestazione di Pavia. Ha scritto la vedova Pigliaru: "Antonio era un uomo buono; col suo ottimismo cristiano del cuore, prima ancora che della volontà, argomentava sul significato di bontà, convinto come era che chi è intelligente è necessariamente buono e viceversa".  Il prof. Amedeo Giovanni Conte, dell’ Accademia Nazionale dei Lincei, docente di Filosofia del Diritto  nell’Università di Pavia, ha detto di aver incontrato un’unica volta Pigliaru, a Roma nel 1964, quando il giovane (42 anni) studioso sardo gli era già noto per fama e di essere rimasto colpito dal suo inquieto, febbrile fervore di ricerche, specie per la sua codificazione delle norme della vendetta barbaricina (1959). Conte ha chiarito che l’idea di codificare regole tramandate oralmente era già avvenuta in Germania e Albania ma che nuova, e squisitamente filosofica, è stata l’impresa di Pigliaru: affermare la giuridicità delle norme della vendetta barbaricina. Gesuino Piga, presidente del "Logudoro", ha svolto un’ampia  relazione in cui ha illustrato  sia le vicende biografiche di Pigliaru sia le tesi più importanti del suo lavoro sul codice della vendetta barbaricina ("L’offesa deve essere vendicata"; "Un’azione determinata è offensiva  quando l’evento da cui dipende l’esistenza di essa offesa è preveduto e voluto allo scopo di ledere l’altrui dignità e onorabilità"; "Il danno patrimoniale in quanto tale non costituisce offesa né motivo sufficiente di vendetta"; "La vendetta deve essere proporzionata, prudente e progressiva"; "La vendetta deve essere esercitata  entro ragionevoli limiti di tempo, ad eccezione dell’offesa del sangue che mai cade in prescrizione"). Purtroppo, per ragioni di salute, non ha potuto essere presente al convegno di Pavia il prof. Benedetto Meloni, docente della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari. Riportiamo il suo giudizio pubblicato nell’introduzione a una recente riedizione  del  "Codice della vendetta barbaricina" (Il Maestrale, 2006): "’La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico’ costituisce un’indagine di antropologia giuridica e di etnografia di comunità. Come argomento assume quello della vendetta, ma finisce per anticipare un tema oggi centrale nel dibattito delle scienze sociali: la regolazione sociale, ossia gli aspetti informali delle strutture di relazione, le componenti latenti e l’insieme delle regole non scritte che governano le relazioni tra gli individui all’interno di una società locale, che sono cruciali nel funzionamento di questa società. Tutto ciò è quello che Pigliaru chiama ordinamento giuridico". Salvatore Tola, pubblicista, autore del volume "Gli anni di ‘Ichnusa’: la rivista di Antonio Pigliaru nella Sardegna della rinascita" (1994), ha messo in evidenza il ruolo propulsivo svolto in campo culturale dalla rivista cui Pigliaru ha legato il suo nome anche se il primo numero, uscito il 27 novembre del 1949, aveva come  direttore Salvatore Piras. I 56  numeri della rivista, che fu pubblicata per 15  anni fino al 1964, recano la testimonianza del profondo rinnovamento intellettuale, culturale e politico che Pigliaru riuscì ad imprimere, con il suo gruppo di lavoro e con il complesso delle sue intense iniziative, nel tessuto di una società chiusa: compito impegnativo  che avrebbe scoraggiato chiunque, non quel pensatore e organizzatore culturale inesausto che è stato, nonostante la salute cagionevole, Antonio Pigliaru. Oltre che da una folta rappresentanza di soci l’incontro è stato seguito da  autorevoli personalità scientifiche: per l’Università di Pavia il prof. Carlo Grassi, che pubblicò un contributo sulla tubercolosi sull’ultimo numero di "Ichnusa" (dal 1962 al 1969 è stato docente di Tisiologia e Malattie dell’Apparato Respiratorio nell’ Università di Sassari; oggi è professore emerito di malattie respiratorie nell’Università di Pavia), l’ex rettore Alberto Gigli Berzolari, il prof. Renato Garibaldi (che è stato anche senatore), i proff. Antonio Faucitano e Giovanni Spanu, il ricercatore di Filosofia del Diritto Stefano Colloca; per l’Università Statale di Milano due dottorandi in Filosofia del Diritto: Olimpia Giuliana Loddo e Jakub Martewicz (di origine polacca). La FASI era rappresentata dal presidente onorario Filippo Soggiu.

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