La storia dell'emigrazione sarda in Argentina. Dai dati ufficiali alle microstorie

a cura di Maria Luisa Gentileschi

Per anni gli italiani all’estero sono rimasti in zona d’ombra e sono stati poco considerati. E’ vero che sono una popolazione in via di invecchiamento, peraltro meno dell’intera popolazione italiana, e questa è un’altra sorpresa. Ed è anche una collettività che avrà un processo di ringiovanimento, senza perciò necessariamente diminuire, perché si emigra di più, in tutto il mondo, e perché molti oriundi italiani chiedono il riconoscimento del loro diritto alla cittadinanza, ma non necessariamente decidono di rimpatriare. A testimonianza della rinnovata attenzione verso i concittadini all’estero, anche la Regione Sardegna ha promosso una ricerca per sapere quanti sono i sardi nel mondo, dove sono e di cosa hanno bisogno. Nel 1971, secondo i dati censuari per luogo di nascita e paese di presenza, su un totale di 238.161 sardi all’estero, 21.825 erano nelle Americhe, e di questi il gruppo più numeroso (16.180) era in Argentina. Dagli studi effettuati negli anni Ottanta risulta che, secondo il Ministero degli Affari Esteri, i sardi in Argentina nel 1983 erano 34.116, o anche 37.084, se si aggiungono i "non classificati". Ma questi erano i dati delle statistiche consolari. Nel corso dell’inchiesta promossa dalla RAS negli anni 1983-88 il gruppo di ricerca recepì il totale di circa 33.000 sardi in Argentina, stando al Ministero Affari Esteri. In quegli anni, qualcuno spingeva il totale, cumulando gli individui di tre generazioni e quindi includendo gli oriundi, fino a 60.000. Il dato oggi disponibile relativo ai soli sardi in possesso della cittadinanza italiana e registrati come residenti all’estero (Fondazione Migrantes, 2007, quindi dati dell’AIRE, l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), è di 92.346, di cui in Argentina appena 2.413, cosicché questo Paese, pur ospitando la collettività emigrata più numerosa fuori d’Europa, verrebbe solo al settimo posto quanto a destinazione dei sardi, dopo Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi e Gran Bretagna. Su tale cifra sono stati espressi dubbi da parte degli esperti del settore. Certo però i dati riprodotti dalle fonti degli anni 80 erano fortemente sovradimensionati. Grazie a più precisi controlli, i dati AIRE sono diventati molto più credibili, con un conseguente ridimensionamento delle collettività oltreoceano, mentre hanno acquistato maggiore evidenza quelle dei diversi Paesi dell’Unione Europea. La crescente europeizzazione dell’emigrazione italiana ha reso i Paesi europei serbatoi sempre più importanti di emigrati italiani e sardi. Su un totale di 3.568.532 italiani fuori d’Italia – coloro cioè che hanno conservato o che hanno acquisito la cittadinanza italiana – l’Argentina invece, con i suoi 503.223 italiani, è il secondo Paese d’insediamento, dopo la Germania (579.144), e prima della Svizzera (496.002) e della Francia (348.057). Questi quattro Paesi da soli raccolgono un po’ più della metà degli italiani all’estero. Si stima che nel mondo ci siano poi circa 60 milioni di oriundi italiani e che la metà della popolazione argentina sia originaria dell’Italia. I sardi all’estero, come si è detto 92.346, sono pari al 5,6% della popolazione della Regione, una misura non lontana dalla media italiana che è del 6%, ma restano in ogni caso ben al di sotto dei valori relativi alle altre regioni meridionali. Il primo Paese per presenza di sardi è la Germania, con 26.965 emigrati, un terzo di tutti i sardi all’estero. Comunque, resta alto il numero di sardi che nel tempo è stato interessato all’esperienza argentina, nonché di coloro che, pur consapevoli delle loro origini e desiderosi di mantenere il contatto con la cultura dell’Isola, più che una collettività emigrata formano una diaspora, in quanto si riconoscono un’origine comune, sentendosi tuttavia pienamente cittadini del Paese dove vivono.

 

IL PERIODO DELLA GRANDE EMIGRAZIONE

Storicamente, l’emigrazione in Sardegna inizia in ritardo per vari motivi che vanno dal suo persistente isolamento ad una ritardata spinta della transizione demografica. Com’è stato da tempo rilevato, una certa maggior gravitazione sull’Argentina in passato ha tuttavia dato all’emigrazione sarda un carattere più "settentrionale" in confronto alle altre regioni meridionali, le quali solo più tardi hanno alimentato grossi flussi verso il Sudamerica. Ancor oggi l’Argentina è il primo Paese per le collettività all’estero dei liguri, dei friulani, degli abruzzesi e il secondo per i lombardi, i toscani, i laziali, i molisani, gli emiliani. Sono le Marche la regione con una maggior concentrazione di emigrati in Argentina, mentre la Calabria presenta il numero assoluto più alto di iscritti in questo paese. Pur con un modesto flusso di partenze, tuttavia l’Argentina ha rappresentato una destinazione relativamente importante per la nostra regione. Insignificante nei primi anni, l’emigrazione sarda verso questa destinazione subì un’impennata tra il 1901-05 e il 1916-20, attingendo il massimo negli anni 1906-10. Francesco Coletti riferiva per l’anno 1909 un totale di 1.836 sardi partiti per l’Argentina, pari al 33% del totale degli emigrati di quell’anno dalla Sardegna, una concentrazione non trascurabile. Questi tratti sono la conseguenza della peculiarità dell’emigrazione sarda, la cui evoluzione nel tempo è sfasata rispetto all’insieme dell’Italia e al resto delle regioni meridionali. Una "emigrazione tardiva", in cui si è manifestato lo storico ritardo di tutte le forme di mobilità in Sardegna, da porsi in rapporto anche con i caratteri della sua dinamica demografica e della sua modernizazzione. Mentre nella provincia di Cagliari prevaleva il flusso verso il Nordafrica, in quella di Sassari l’emigrazione per l’Argentina fu assai più diffusa, a motivo della presenza di Porto Torres e quindi del collegamento diretto con Genova, il cui porto, secondo la legge del 31 gennaio 1901, era uno di quelli abilitati all’imbarco degli emigranti, allora soprattutto diretti verso il Sudamerica. Proprio nelle vicinanze ai porti d’imbarco, avvertiva il Coletti, l’emigrazione si diffondeva precocemente, a motivo della maggiore facilità con cui le località abitate venivano raggiunte dagli agenti delle compagnie di viaggio. Così fu per la provincia di Sassari.

Mario Lo Monaco iniziava così il suo saggio su "L’emigrazione dei contadini sardi in Brasile negli anni 1896-97":"La partecipazione dei Sardi al grande flusso emigratorio che, dal 1870 al 1913 portò gli Italiani alla costituzione di numerose comunità nelle Americhe, è stata tardiva e modesta", e proprio questa constatazione, paradossalmente, ci guida a meglio capire questa ondata migratoria. La bassa partecipazione dei Sardi infatti mal si concilia con le condizioni di miseria in cui allora viveva la popolazione rurale dell’Isola. I motivi del ritardo dell’emigrazione Lo M
onaco li indicava, da una parte, in una psicologia sociale temprata alle durezze della vita e nella capacità di tener duro di fronte alle difficoltà, aspetti che hanno trattenuto le persone dall’emigrare, segno di fuga e di resa. Dall’altra, egli li individuava nelle modalità con cui l’informazione sull’emigrazione veniva trasmessa e diffusa, anche riguardo ai risultati negativi che la rallentavano o la fermavano. Da geografo, Mario Lo Monaco ravvisava le condizioni della partecipazione al movimento di emigrazione dei sardi nel peso di alcune variabili locali – insularità, bassa densità di popolazione, distanza dai centri principali, trasporti, disponibilità di informazioni da agenti di emigrazione, da

amici o parenti, attraverso i giornali, ecc. – che potevano limitare la diffusione dell’informazione, privilegiando le località meglio collegate. In secondo luogo, egli poneva le condizioni economiche delle aree dalle quali partirono gli emigrati, le quali, producendo maggiori o minori difficoltà, potevano persino rendere la partenza impossibile. Dai risultati del suo studio, l’influenza dell’isolamento – a livello sia esterno che interno – appare essere stata di notevole portata. Inizio tardivo, rapido sviluppo, polarizzazione delle destinazioni, concentrazione delle partenze, sono tratti che vanno spiegati. All’isolamento della regione rispetto alle grandi vie di comunicazione si doveva certamente il ritardo con cui giungevano le informazioni, cui si sommava l’isolamento interno, responsabile di un modello di diffusione a partire dalle maggiori città che sono anche i porti d’ingresso, e che si propaga lungo le ferrovie e le strade principali, trovando un fulcro nei punti nodali del traffico. Una volta penetrata la prima informazione sulle possibili destinazioni e le condizioni di lavoro e alloggio, la sua diffusione si attuava attraverso la rete della catena di richiamo e dell’informazione amicale e parentale, cosicché si producevano forme di concentrazione sia nelle aree di partenza che in quelle di arrivo. Le modalità con cui la partecipazione si attuava cambiarono via via, nel tempo e nello spazio geografico. L’entità delle partenze venne poi condizionata dalla situazione economica, diventando espressione della disoccupazione, della povertà e infine della miseria più profonda. Le conclusioni di Lo Monaco collimano con certe intuizioni di Francesco Coletti a proposito dell’emigrazione italiana dell’inizio del secolo. Dopo aver ricordato che la Sardegna figurava quasi sempre in coda quanto a incidenza dell’emigrazione, il Coletti notava che l’Isola, sotto questo riguardo, si era distinta per certe peculiarità: una volta iniziata, la "grande emigrazione" crebbe rapidamente, più che nelle altre regioni centro-meridionali, precorrendo in ciò uno sviluppo analogo avutosi nella "nuova" emigrazione dopo la seconda guerra mondiale; i flussi erano polarizzati su alcune destinazioni: il Nordafrica e l’Argentina, oltre al breve episodio del Brasile studiato da Lo

Monaco. Analogamente, una polarizzazione accentuata si avrà poi nella nuova fase postbellica dell`emigrazione, con un maggior peso della Germania federale rispetto alle altre regioni meridionali. In varie regioni italiane Francesco Coletti rilevò che nelle aree più remote, in montagna o nelle zone interne, l’emigrazione era cominciata tardi, nonostante più pesanti vi fossero le condizioni di miseria. L’isolamento esterno della Sardegna è da lui espressamente chiamato in causa per spiegare il ritardato inizio dell’emigrazione. Senza nulla togliere a quelle che furono le cause generali delle partenze massicce, da vedersi nella rovina dell’economia familiare agricola legata all’abbassamento del prezzo del grano, alla difficoltà di continuare ad esportare il bestiame, cui si univano le conseguenze della crisi occupazionale nelle miniere sarde, egli sottolineava l’importanza degli studi locali per cogliere il ruolo svolto in concreto dalle condizioni economiche anche riguardo alla permeabilità all’informazione. Riprendendo un’idea del professore di statistica Augusto Bosco, il Coletti infatti invitava a scrivere monografie regionali dell’emigrazione, lavorando cioè ad una scala alla quale si potevano far emergere sia il ruolo delle condizioni economiche locali sia quello di rapporti di distanza, comunicazione e accessibilità.

 

VERSO L’ARGENTINA, NON SOLO SARDI

Nella prima metà dell’Ottocento gli emigrati registrati come sardi erano in realtà per lo più provenienti dalle parti continentali dell’allora Regno di Sardegna. Si trattava soprattutto di liguri, che però richiamarono anche piemontesi e lombardi. Abbiamo notizia che navi intere di sudditi sardi emigranti lasciavano i porti liguri anche in forma clandestina. L’impegno del governo argentino per favorire l’immigrazione inizia dal 1853, anno in cui il Paese diventò una repubblica federale. Da allora, società private di colonizzazione subaffittarono terreni a famiglie provenienti dall’Europa. In particolare i liguri presero in mano l’emigrazione di massa dall’Italia. Essi presentavano al governo veri e propri progetti di colonizzazione da realizzare con la manodopera proveniente dall’Italia. Le società anticipavano le spese di viaggio e di primo impianto e pertanto l’immigrazione aumentò soprattutto a partire dal 1865. Fu principalmente la legge del 1876 sulla colonizzazione e l’immigrazione ad attirare molti contadini dall’Italia meridionale, poiché essa apriva la possibilità di assegnazioni gratuite di terreno, o anche di lotti pagabili a rate: chi li riceveva doveva impegnarsi a risiedere sul posto e a coltivare la terra. Secondo il censimento del 1895, su un totale di 407.503 proprietari agricoli, più di un quarto erano di nazionalità straniera e di essi 62.975 erano italiani. Di coloro che arrivarono alla fine dell’Ottocento un buon 60% erano italiani, soprattutto provenienti dal Nord, cioè dal Veneto, dal Friuli – Venezia Giulia e dal Piemonte. Coloro che giunsero nel 1882 ottennero concessioni di terre più vicine alle coste (da Santa Fe a Buenos Aires, da Corrientes a Entre Rìos). I sardi arrivarono più tardi e non poterono cogliere queste opportunità. Nell’Ottocento la Sardegna infatti era presente soprattutto nelle correnti dirette verso il Nordafrica e verso la Francia. Tuttavia negli anni 1876-1925, pur essendo basso il numero assoluto, l’incidenza del flusso diretto verso l’Argentina sul totale in uscita portava la Sardegna al sesto posto tra le regioni italiane. Siamo in quelli che Alberto Merler ha chiamato secondo e terzo momento dell’emigrazione sarda, che prende forma e cresce tra la fine degli anni Novanta dell’Ottocento e la prima decade del Novecento. Guardando alla cartografia dell’emigrazione verso

l’Argentina proveniente dalle diverse regioni italiane, costruita da Domenico Ruocco, si apprezza il ritardo con cui iniziano le partenze dalla Sardegna: nel 1881-85 l’Isola è ancora quasi assente e il Meridione partecipa assai poco
, mentre sono invece le regioni settentrionali le più importanti L’emigrazione verso l’Argentina cominciò a crescere dal 1905, raggiungendo il massimo tra il 1910 e il 1913, un po’ in tutte le regioni e così pure in Sardegna. Erano gli anni in cui "un esercito di uomini, donne, bambini attraversò l’Oceano Atlantico alla ricerca del lavoro": mentre la metà dei sardi si recava in Argentina, la maggior parte degli altri meridionali raggiungeva gli Stati Uniti. Più tardi, dopo un calo di vari anni, una piccola ripresa si ebbe tra il 1919 e il 1924. La componente argentina acquistò un peso non trascurabile sul flusso in uscita dall’Isola, con 1.042 emigrati nel 1901-10 e 1.896 nel 1911-14. Almeno ufficialmente, nei 15 anni anzidetti, l’Argentina accolse più immigrati sardi di qualsiasi altro Paese. Come dato d’insieme per gli anni 1907-25, risulta che la Sardegna fosse al quarto posto tra le regioni italiane dopo le Marche, la Calabria e la Basilicata, per concentrazione dell’emigrazione verso l’Argentina. In confronto alle altre regioni italiane, tuttavia, secondo i dati assoluti, l’Isola alimentava poco il flusso argentino, distanziandosi sia dal Nord che ancora forniva grossi contingenti, sia dal Meridione, a livelli più bassi ma in crescita.

 

L’EMIGRAZIONE POST BELLICA

La "nuova" emigrazione prese avvio intorno al 1953 e proseguì fino ai tardi anni Settanta, con caratteri poco variati: tra il 1953 e il 1971 i saldi anagrafici iscrizioni/cancellazioni facevano stimare in Sardegna un deficit di circa 180.000 unità. Il picco – negativo – si registrò nel 1962, in parte come effetto delle cancellazioni comportate dalle operazioni censuarie del 1961. Prevalse la corrente europea, mentre quella transatlantica, pur rimanendo al di sotto, si rafforzava alquanto tra il 1955 e il 1962. In quegli anni in cui l’emigrazione verso l’Argentina si era più meridionalizzata, ancora qualche sardo prese questa via. Si ha così conferma che l’emigrazione oltre Atlantico in Sardegna ha avuto caratteri propri, non accompagnandosi né al Nord, a motivo del ritardato inizio, né al Meridione, per le diverse direzioni prese. Tuttavia, sostanzialmente, nei tempi e nelle caratteristiche professionali fu un’emigrazione di meridionali. Peraltro la forte concentrazione in un ristretto numero di anni del flusso verso pochi Paesi, cioè l’Argentina e il Brasile, è tipica delle piccole popolazioni e della dominanza dell’informazione proveniente da pochi selezionati punti, cioè gli agenti dell’emigrazione e le città portuali. La provincia di Sassari dette un contributo precoce e consistente rispetto a quella di Cagliari, con la conseguenza che in essa si ebbe una precoce perdita demografica. L’incidenza del numero di sardi tuttora in Argentina resta superiore alla media della Sardegna, restando inferiore solo alla provincia di Oristano, da dove le partenze furono numerose.

Partita più tardi, l’emigrazione sarda in Argentina fu più spesso un’emigrazione temporanea, mentre in precedenza i viaggi attraverso l’Atlantico avevano prodotto principalmente emigrazioni di lunga durata o definitive. La numerosità degli italiani e dei sardi in Argentina tuttavia si lega molto alla possibilità di conservare il passaporto di origine e anche di acquisirlo come seconda nazionalità, per chi vi è nato e quindi gode per nascita della nazionalità del posto, essendo vigente lo jus loci. Chi può dimostrare la propria ascendenza italiana, avrà il riconoscimento di nazionalità dall’Italia. La continuità nel tempo del flusso migratorio è dipesa anche dal fatto che si sono create catene migratorie forti, intergenerazionali. Una prima fase della catena emigratoria fu impostata negli anni 1906-14, cui si collegheranno in seguito le altre due fasi di più pronunciata emigrazione verso il medesimo Paese, nel periodo tra le due guerre e nel secondo dopoguerra. Pur se sembrano fatti lontani nel tempo e ormai esauriti, permane ancor oggi una maggiore numerosità della collettività sarda in Argentina. Come condizione che facilita i contatti e l’inserimento dei sardi, si è dimostrata importante la lingua che in Sardegna conserva così tante locuzioni ispaniche. Nella fase di prevalenti ritorni tra il 1971 e il 1979, si assiste ad un rovesciamento del movimento migratorio, con un bilancio positivo per l’isola, per quanto debole. I rientri riguardano soprattutto i comuni più popolosi e le province dalle quali si era emigrato di più, ma in anni recenti, per cui i comuni che erano più presenti nei momenti delle partenze verso il Brasile e l’Argentina passano in sottordine. La maggior parte dei ritornati proviene dalla Germania, dalla Francia e dalla Svizzera, ma tra i paesi extraeuropei ai primi posti vengono gli Stati Uniti e l’Argentina. Dal quadro della presenza italiana in Argentina per regione d’origine, si ricava che il peso delle diverse Regioni sul totale (registrati all’AIRE nel 2007) è assai diverso: la Calabria è al primo posto, seguita dalla Sicilia e dal Piemonte. La Sardegna si colloca tra le meno presenti, appena prima dell’Umbria, del Lazio e della Val d’Aosta, che è il fanalino di coda. I sardi non rappresentano che lo 0,5% della collettività italiana nel Paese, mentre incidono per il 2,8% sulla popolazione italiana. Infatti, l’Argentina viene al primo posto per ben otto regioni. La comunità sardo-argentina dev’essere stata scremata dai ritorni forse più di quella italiana in genere. Pur non disponendo di dati disaggregati, lo si deduce dal fatto che negli anni 1987-2002, i ritorni dall’America Latina in Italia hanno rappresentato appena l’1,6% dei ritorni in Italia, mentre sono arrivati in Sardegna al 5,5%. Certamente i Paesi che vi hanno contribuito di più sono stati l’Argentina e il Brasile, dove i sardi sono più numerosi. Insomma, la collettività sarda in Argentina è un po’ una miniatura, un cammeo, al quale guardiamo con interesse, non tanto per il suo peso quantitativo, ma per la sua storia e per il modo in cui è stato lavorato e incastonato.

 

GLI ANNI SETTANTA E L’EMIGRAZIONE "VAI E VIENI"

Dopo gli anni Settanta, l’emigrazione, di dimensioni ridotte, prende i caratteri di una mobilità vai-e-vieni, difficile da quantificare. I flussi degli italiani con l’estero continuano ancora oggi ma in misura modesta. Dai dati ISTAT sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche risulta che dal 1996 al 2003 i rimpatri – quindi le iscrizioni dall’estero di soli cittadini italiani – sono stati, in media, 65.000 all’anno, mentre gli espatri sono stati 43.000. Per l’Italia il saldo complessivo del periodo è positivo, pur con un saldo negativo 5 anni su 8. Per la Sardegna invece il saldo del medesimo periodo è in perdita e in ben 7 anni su 8 è stato complessivamente negativo: ogni anno l’Isola ha perso mediamente oltre 500 cittadini per questo motivo, oltre ad av
ere un deficit attraverso il bilancio nati/morti. Solo l’immigrazione straniera tiene da qualche anno la popolazione sarda di nuovo in crescita, dopo alcuni anni di leggero declino.

Stanti i numeri modesti, chi studia l’emigrazione proveniente dai paesi sardi è preparato a leggere le piccole storie degli emigranti e dei loro familiari e a ricercare – nelle vicende dei singoli – le linee di fondo dei movimenti collettivi. Per gli emigrati in Argentina, alcune storie si sono potute ricostruire in Sardegna, altre direttamente sui luoghi di arrivo oltreoceano. Nel periodo 1908-1910, in cui l’emigrazione verso l’Argentina dominava il quadro delle partenze dall’Isola verso le Americhe, si nota che i comuni dai quali vi si dirigevano gli emigranti erano soprattutto nei circondari di Ozieri, di Sassari e di Tempio Pausania, con incidenza più sensibile in piccoli paesi quali Mara e Mòdolo. Si rileva altresì una certa sovrapposizione con quei comuni che, alcuni anni prima, erano stati interessati dalla breve ondata dell’emigrazione verso il Brasile. Almeno per uno dei comuni del Sassarese – quello di Mara – si è potuta approfondire la conoscenza dell’emigrazione sarda in Argentina attraverso un’indagine su un gruppo di famiglie che ne erano state protagoniste. Appunto a Mara si ritrova oggi un quartiere che è cresciuto ai lati della Via Buenos Aires, la cui costruzione, iniziata con i risparmi degli emigrati degli anni Venti, è poi proseguita con l’integrazione degli emigrati delle generazioni successive. Simile è il caso della vicina Ittiri, dove le case costruite con i risparmi dell’emigrazione formavano il cosiddetto "villaggio americano". Le condizioni economiche precedenti la partenza, quelle che hanno causato o accompagnato il ritorno, l’impiego dei risparmi, le vicende successive della famiglia, ivi comprese eventuali ulteriori migrazioni, sono stati ricostruiti attraverso le storie migratorie familiari. Una volta individuate, partendo dall’anagrafe comunale, le famiglie che hanno avuto almeno un membro rimpatriato dall’Argentina, si è seguita la storia di vita di questa persona e dei suoi discendenti diretti fino al momento attuale attraverso il racconto dei familiari o in alcuni casi degli stessi protagonisti. Si è constatato come l’emigrazione avesse riguardato per lo più giovani maschi e la durata dell’assenza fosse stata in genere breve, di pochi anni, ma sufficiente spesso per accumulare un risparmio bastante all’acquisto di un piccolo lotto, o a costruire una casetta di 50 mq, o magari soltanto per un giogo di buoi da lavoro, in definitiva migliorando quindi la condizione del giovane emigrante al suo ritorno. Anche dall’esame dell’andamento delle partenze confrontate con i rientri, si vede che al picco in uscita del 1925 corrisponde un picco di rientri nel 1930. Cinque anni infatti è la durata dell’emigrazione che più ricorre nelle testimonianze raccolte. Attraverso questo caso si dimostra tuttavia che l’evento migratorio dei nonni, conclusosi con il ritorno, non è riuscito a modificare sostanzialmente le condizioni familiari dei nipoti, ma ha avuto solo un effetto – di per sé non trascurabile – di tenuta demografica. Comunque, il debole successo delle esperienze argentine ha rapidamente seminato lo scoraggiamento di altre partenze nel piccolo mondo in cui l’informazione si diffondeva rapidamente, contribuendo a chiudere la società locale ad ulteriori avventure oltreoceano. Anche questo caso quindi supporta la conclusione amara di Giovanni Maria Lei Spano, che cioè gli emigrati sardi della Grande Emigrazione avessero tratto pochi o nulli vantaggi economici dalla loro esperienza. L’emigrazione argentina fu un episodio che non servì a mutare il destino della seconda generazione di maresi nati qui, i numerosi figli degli emigrati ritornati, tra i quali la ricostruzione delle storie familiari indicava frequente l’emigrazione in Germania e nel Nord Italia. Nella medesima Via Buenos Aires, diventata strada importante della parte moderna del paese, non poche case il cui pianterreno era stato costruito con i risparmi dell’emigrazione degli anni Venti, furono infatti poi sopraelevate con i risparmi dell’emigrazione in Germania. Le storie degli emigrati in Argentina provenienti da paesi della Sardegna meridionale sono state ricostruite anche attraverso testimonianze dei diretti interessati o dei loro parenti nel corso una recente inchiesta condotta da un gruppo di ricercatori sardi in Argentina. In mancanza di fonti scritte, sono le schede anagrafiche dell’AIRE, ma soprattutto i racconti degli stessi emigrati e dei loro parenti a far luce sulle circostanze che precedevano e accompagnavano le partenze, ed eventualmente i ritorni. Se ne traggono informazioni su fatti e comportamenti significativi: intanto, è interessante apprendere che spesso la decisione di fare il grande passo, attraverso l’Oceano, era preceduta da un’intensa mobilità all’interno della Sardegna, tesa a trovare una soluzione sul posto, poiché malvolentieri ci si rassegnava alla partenza. Poi si nota il cambiamento del lavoro svolto, che molto spesso nel Paese di arrivo è nell’edilizia, in fabbrica, alla costruzione di ferrovie, o comunque in attività non agricole, per quanto anche lì ci fosse stato qualche tentativo nel lavoro dei campi. Colpisce il caso di chi, non trovando più da fabbricare carri da trasporto – ormai obsoleti – al proprio paese, si ritrova a farne in Argentina; però, dopo che i posti nelle miniere cominciano a sparire, i sardi si dimostrano pronti in ogni caso a cambiare tipo di lavoro, a intraprendere vie nuove, prendendo su gli attrezzi di lavoro o, addirittura il mezzo di trasporto, come Francesco Troncia di Pabillonis che si portò appresso, nella traversata, la fida motoretta Vespa. Quasi sempre si è di fronte ad un’emigrazione singolarmente moderna, pur essendosi svolta tra gli anni Venti e i Cinquanta: migranti che non esitano a caricarsi di appalti e subappalti, a mettersi in società con i nativi, e ad "industriarsi" in mille situazioni. Il quadro appare molto più variegato di quanto il grande pubblico sia portato a pensare: emigranti che compiono più viaggi, in qualche caso seguono anche corsi di formazione in vari paesi, che lavorano in regioni turistiche dinamiche e in piena espansione, che persino promuovono mostre d’arte. Quasi sempre si tratta di attività che li portano a vivere nei grandi centri urbani, soprattutto sulla costa, e che, consentendo maggiori contatti reciproci, favoriscono lo sviluppo dell’associazionismo. In conclusione, i sardi non poterono cogliere le opportunità legate alla distribuzione di terre, ma si trovarono a vivere in luoghi dove era più facile il collegamento tra emigrati e pertanto la nascita di associazioni, numerose tra gli italiani. Già alla fine dell’Ottocento si ha notizia del formarsi di leghe, di associazioni di mutuo soccorso e infine, proprio in Argentina, nel 1936, del primo circolo sardo. Tuttora l’associazionismo vi è molto diffuso, riuscendo a raggiungere un alto numero di soci. Infatti, proprio nei paesi più vasti e lontani l’associazionismo sardo ha fatto proseliti, dall’Australia al Brasile, all’Argentina, al Canada, e, in misura minore, anche negli Stati Uniti.

 

DA PAESE DI EMIGRAZIONE A PAESE DI IMMIGRAZIONE

L’Italia nell’insieme è passata da Paese di emigrazione a Pa
ese di immigrazione – si è scritto – ma la medesima affermazione non vale se si considerano le sue diverse ripartizioni. Le regioni meridionali infatti vedono una ripresa della mobilità in uscita che coinvolge i cittadini e gli stessi stranieri. Anche in Sardegna, questi non sono infatti due fenomeni sfasati completamente nel tempo. E’ meglio dire, con Enrico Pugliese, che l’Italia è un paese "anche di emigrazione", ma solo per alcune regioni. Le partenze dalla Sardegna continuano e gli stessi stranieri che si iscrivono alle anagrafi dei comuni sardi si spostano successivamente nell’Italia del Centro o del Nord. A volte si sente dire che gli stranieri che vengono qui dovrebbero prendere la cittadinanza italiana, rinunciando a quella di origine. Ma un desiderio analogo non lo esprimiamo per i sardi all’estero. La presenza numerosa di cittadini italiani (e sardi) in Argentina dipende dal fatto che è stato loro permessa la doppia nazionalità. Così bisogna fare anche per gli stranieri in Italia. La doppia nazionalità consente infatti un progetto di rientro. Nel caso degli italiani che non l’avevano è stato necessario – in anni recenti – pensare ad una quota speciale di permessi di soggiorno per coloro che volevano tornare in Italia in seguito alla dolorosa crisi economica del Paese. In quegli anni (2001-02), avevano più peso i fattori push che spingevano a uscire dall’Argentina che i fattori pull che attraevano verso l’Italia. Tale quota privilegiata riguardò l’anno 2002, riservando 4.000 unità al flusso proveniente dall’Argentina, limitatamente agli oriundi italiani, su un totale di 79.500 ingressi programmati per cittadini extracomunitari. Era la prima quota per consistenza, poiché le quote degli albanesi erano di 3.000 permessi e quelle dei tunisini e dei marocchini di 2.000 per ciascuna nazionalità. Gli oriundi in Argentina ne profittarono poco, tanto che l’anno successivo la quota fu ridotta ad appena 200, su un totale sempre di 79.500. Il movimento d’opinione per facilitare il ritorno degli emigrati e dei loro discendenti si è espresso anche in altre iniziative. Le associazioni per gli italiani all’estero si sono mobilitate e hanno ottenuto diversi provvedimenti in loro favore, specialmente in Veneto, dove la provincia di Padova ha aperto un Ufficio Rientro Emigrati, che raccoglie i curricula degli emigrati cittadini italiani che desiderano rientrare. Questo è avvenuto un po’ in tutto il Nord e anche nel Centro, in Umbria per esempio. A un certo punto, è persino sembrato che il ritorno degli italiani – oriundi e non – poteva forse sostituire l’immigrazione. Tra i Paesi di provenienza degli immigrati soggiornanti in Italia, l’Argentina figurava solo al 35° posto ed era preceduta da altri 4 Paesi latinoamericani (dati 2003). Gli italo – argentini in fuga dal proprio Paese si sono diretti di preferenza verso la Spagna, che li ha incoraggiati e dove per la conoscenza linguistica e le prospettive economiche si trovano più a loro agio. Nei siti internet di associazioni umbre, venete, romagnole, ecc., ci si imbatte quindi in un ricco panorama di richieste e anche di offerte, che scaturiscono le prime dalla base dei migranti, le seconde dalle amministrazioni locali. Per chi è rimasto in Argentina, le richieste più frequenti sono i corsi di formazione, il sostegno all’associazionismo, i programmi radiofonici, i corsi di lingua e cultura italiana, gli interventi di sostegno degli anziani di fronte all’emergenza sanitaria dovuta allo scarso supporto delle istituzioni sudamericane. Le regioni meridionali invece sono state meno presenti, anche perché non hanno una domanda di lavoro da proporre agli emigrati italiani. Lo sforzo più importante e più realistico è forse quello nella direzione culturale, per mantenere il senso di identità, nel nostro caso la sardità, se le persone lo desiderano, impegnando risorse umane e finanziarie per lo studio, la documentazione, il mantenimento e la diffusione della cultura sarda, consentendo così di salvare l’appartenenza identitaria, in un mondo soggetto a dinamiche che tendono a cancellare le diversità.

Una risposta a “La storia dell'emigrazione sarda in Argentina. Dai dati ufficiali alle microstorie”

  1. Caro Max,

    Come al solito, vedo che ti sei affezionato a noi, sardi, figli e nipoti di sardi in Argentina. Innanzitutto ti ringraziamo a nome del ns. Circolo Radici Sarde per le pubblicazioni sulle ns. attività che comunque sono sempre aggiornate sul ns. blog. Quest’ultima settimana abbiamo realizzato una delle ns. attività più importanti: la solidarietà verso i bambini malati che oggi (Giornata del bambino in Argentina) possono avere un giocattolo in mano. Il ns. Circolo, sin da 9 anni, organizza questa raccolta di giocattoli che sono distribuiti tra i bambini ricoverati all’Ospedale Materno Infantil di San Isidro. È una opera che ci fa sentire a fianco dei più desiderosi e di dimostrare un ringraziamento a quanto ci ha dato e ci continua a dare l’Argentina.

    Considero che noi giovani discendenti di sardi siamo privilegiati di poter continuare essendo testimoni della storia dei ns. nonni e genitori.

    Un caro saluto, e buone vacanze a tutti, soprattutto a quelli che si stanno godendo il mare sardo!!!!!!!

    Pablo Fernandez Pira (San Isidro, Buenos Aires)

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