Trent'anni fa il boom. Adesso è tempo di crisi: l'agonia delle cave di granito

di Massimiliano Perlato

 

Non era il Klondike, e solo perché non c’era l’oro, ma la Gallura, allora, era qualcosa di molto simile. La corsa all’apertura di cave di granito dagli anni 70 alla fine dei 90, era stata talmente frenetica da cogliere tutti di sorpresa. La fila interminabile dei rimorchi al porto di Olbia, tanti padroncini coi camion che andavano e tornavano dalla penisola a ritmi pazzeschi, davano l’idea di un settore la cui espansione sembrava non dovesse mai fermarsi. Centinaia di cave in attività, migliaia di addetti e fatturati di assoluto rilievo da motivare la creazione di un distretto del granito in Gallura. Erano gli anni delle vacche grasse. Alla Regione, che all’epoca mostrava di credere nell’estrazione dei lapidei, qualcuno pensò che bisognava anche lavorare il prodotto in loco e non limitarsi a estrarre i blocchi ed esportarli in Toscana, dove, specie a Massa e Carrara, c’erano le segherie in grado di trasformarlo in lastre. Nacquero così diverse aziende. I segnali del cedimento hanno cominciato a manifestarsi sul finire degli anni 90. La Cina in primis – ora anche Vietnam, Corea, Brasile e Argentina – ha iniziato a invadere il mercato europeo e quello statunitense (un tempo appannaggio di sardi, spagnoli e portoghesi) con dei prezzi incredibilmente bassi. Concorrenza imprevista e devastante che ha determinato una crisi drammatica. Oggi sono un centinaio le cave in attività e il volume complessivo dell’estrazione è passato dai 400mila metri cubi del 1998 a 70mila e le migliaia di posti di lavoro ridotti ad appena 500. La Sardegna produce il miglior granito al mondo ma soffre dell’aumento dei costi dell’attività estrattiva e nei grandi appalti, dove serve il prezzo, spesso rimane fuori. Nel settore si avverte la mancanza di affermazione del "made in Italy" o del "made in Sardinia". Eppure grattacieli di Tokyo, New York e di altre grandi città del mondo, per non parlare dei pavimenti di moltissime piazze in ogni angolo del pianeta, sono stati realizzati con granito isolano. Anche se l’economia è fatta di cicli positivi e negativi e la capacità di produrre è rimasta intatta, gli imprenditori sardi sono disillusi e molto difficilmente investono al buio senza aver certezze. Esistono e sono solidissime, sotto ogni punto di vista, alcune aziende, ma sono poche rispetto alle potenzialità. Ed è un peccato, perché le nuove generazioni sono più colte, hanno una sensibilità maggiore per l’ambiente e non vengono ascoltate comunque. Soprattutto ora, in un periodo in cui l’aumento dei costi per l’estrazione tocca indistintamente tutti e il gap dell’offerta va riducendosi. Senza supporti legislativi ne di alcun genere, resta la difficoltà degli operatori ad accrescere la produzione e a esportare anche solo il blocco grezzo.

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