L'enogastronomia nella lingua e cultura popolare sarda: nuova realtà per l'interno della Sardegna

di Tonino Bussu

Grazie prima di tutto a Raffaele Sestu, presidente dell’UNPLI, per l’organizzazione di questo convegno. Ma ringrazio Raffaele in modo particolare per la sua continua attenzione e sensibilità nella valorizzazione dei nostri prodotti e anche perché ha partecipato, come relatore, ad uno de numerosi eventi sulla enogastronomia organizzati dall’Associazione PARIS nell’Agriturismo Palai. Ma un sentito ringraziamento va alla Pro Loco di Ollolai, al Comune di Ollolai, oltre che alla Provincia di Nuoro, all’Assessorato Regionale al Turismo e alla Camera di Commercio di Nuoro che mi permettono di dare questo mio modesto contributo.

Il tema che debbo svolgere è abbastanza singolare all’interno del turismo enogastronomico. Debbo infatti parlare della enogastronomia nella lingua e nella cultura popolare sarda. E di questo parlerò. Si sa che ogni comunità o popolo ha elaborato una sua specifica pratica gastronomica frutto della terra in cui vive, condizionata dal clima, dagli strumenti a disposizione, dalla conformazione geografica, dalla flora e fauna presenti nel territorio. La cucina dei nostri progenitori e dei nostri nonni o bisnonni era abbastanza frugale, direi essenziale, quasi vegetariana tranne che nei giorni di festa importanti o nelle ricorrenze o cerimonie speciali. Eppure anche la gastronomia faceva parte integrante della cultura del popolo sardo, di questa comunità per cui ogni pasto, ogni cibo, ogni pietanza aveva sì significati letterali, specifici, culinari, ma era soprattutto termine di paragone per descrivere modi di fare, comportamenti, costumanze e regole da rispettare rigorosamente. Il pane era  ed è un elemento comune ed essenziale ancora oggi, più prezioso di quel che si pensi ieri, ma aveva molti significati metaforici che permettevano di capire le regole, le tradizioni, l’identità stessa di un popolo. E infatti attorno al pane sono nati modi di dire o proverbi che sono alla base dell’educazione e della formazione del cittadino barbaricino e non solo. Anzi i significati metaforici del pane certe volte erano più importanti ed essenziali del pane stesso, nonostante la sua sacralità nell’uso. Basta pensare al detto: Menzus manchet su pane chi non sa Zustissia Qui il pane, come dicevo, come alimento non conta molto, passa in secondo ordine perché alla base dell’esistenza, del rapportarsi con gli altri, vi è un’etica, una legge superiore: la Giustizia con la G maiuscola, sa Zustissia, non nel senso di forze dell’ordine, ma nel significato più profondo del comportasi in modo giusto, equilibrato, senza far torti, senza compiere sopraffazioni  che possano umiliare un cittadino, che possano privarlo della libertà, che è l’ingiustizia più grande, tanto è vero che anche per esprimere l’alto valore che la  libertà ha, si dice che ‘non b’est dinare chi la pacat, non ha prezzo, non si può acquistare con i quattrini, anzi. Ma torramus a su pane, ritorniamo al pane Son tre gli alimenti che esprimono e esprimevano una buona soddisfazione alimentare.  Questi elementi sono su pane, il pane, su casu, il formaggio e su vinu, il vino. Infatti uno dei desideri comuni era proprio sintetizzato in queste tre parole unite insieme: pane e casu e binu In omaggio alla privacy però non si chiedeva mai: cosa avete mangiato oggi? Tanto la risposta era generica e misteriosa: istrufulos pintos o perdas de rivu. Ma il pane era sempre presente, altrimenti significava che si soffriva la fame che a lungo andare indeboliva il corpo e portava la persona alla morte per denutrizione. La fame in Sardegna era su famine, da noi sa gana, e aveva addirittura un nome, si chiamava Mastru Jubanne, e si ricordavano annate particolari in cui su famine la faceva da padrona perché erano anni di carestia, de su cadicu, le persone apparivano con un aspetto cadaverico, e su cadicu era anche un vento, che spirava da nord ovest, la tramontana, chiamato da noi anche ventu ‘e Oroteddi che portava carestia, fame e isperdissiu. Le annate di fame, di carestia erano note e ben ricordate, l’ultima chi gli anziani ricordano è quella del ’45, s’annu de su thilipirche, che aveva letteralmente divorato i raccolti. Ma si riuscì a superare anche quel brutto periodo grazie all’ingegno e agli sforzi e sacrifici delle popolazioni. Ogni tanto qualche anziano minaccia e quasi si augura che possa ritornare su ’45 in modo che i giovani possano capire e apprezzare meglio il relativo benessere odierno, perché se paragonato a quelle tragiche e drammatiche situazioni, oggi c’è benessere, nonostante la crisi. La fame, quindi , su famine, sa gana. C’era differenza anche tra gana e gana, la peggiore era a gana netta, quando non si aveva proprio nulla da mangiare, quando non si possedeva proprio niente, neanche l’acqua. Infatti la povertà estrema era dipinta col detto: non tenet mancu abba in brocca, non ha nemmeno acqua nella brocca. Ma la persona saggia e virtuosa doveva sopportare con dignità la fame, sa gana, ingegnandosi per superare quei momenti difficili per arrivare a migliorare la propria condizione economica. E come si doveva sopportare con dignità la fame, lo stesso si doveva fare per la sazietà; un altro detto infatti recitava: bisonzu de aguantare sa gana e s’abrentru. Non bisognava mai esagerare, né in un senso né nell’altro, ci voleva e ci vuole sempre moderazione. Ma abrentu viene usato anche in senso metaforico. Quando due persone che non si incontravano da tempo, si vedono, si salutano e parlano a lungo e in modo disteso, si dice che s’an dau un abrentu de chistione, s’an fattu una bella faveddada. Qualche volta si usa anche la parola thathu, sazio, soddisfatto, unu thathu de chistione. Thathu ha anche altri significati, indica pure grande soddisfazione, a volte indica una rivincita. E per indicare il massimo di questa soddisfazione si utilizza sì il termine thathu, ma c’è di mezzo il lardo, altro alimento prezioso, indispensabile un tempo. Il lardo era il metro per misurare la prosperità de su porcu mannale, il maiale da ingrasso di un tempo, mannale, per il maiale,mannalitha per la capra domestica che ogni famiglia aveva in casa per la provvista del latte. Quando si uccideva il maiale da ingrasso, in genere nel periodo intorno all’Immacolata, Sas Virgines, ai primi di dicembre dunque, si faceva la festa che si chiamava da noi sa gaitza, altrove s’isaladura, perché il maiale veniva diviso in due parti, lados, isaladura, o sa cochina de su porcu, ecc.

Quando si squartava su mere misurava con le dita, a poddiches, lo spessore del lardo ed era motivo di vanto se questo era spesso quattro o cinque dita. Ma il lardo serviva anche per misurare la soddisfazione, la rivincita, come dicevo prima, ma allora non si misurava a dita, a poddiches, ma addirittura a palmi, a pramos.

Per cui chi aveva avuto la soddisfazione esclamava dicendo: mah!, ah!, ah!, ah!, unu pramu ‘e lardu m’at postu! oppure duos pramos che era il massimo, quindi il mas
simo della soddisfazione se la rivincita era grande. Torniamo a sa gana. Chi non sopportava sa gana e quindi non si ingegnava né impegnava a superare la sua condizione di indigenza,veniva chiamato ganosu, mentre chi non si sazia mai viene bollato come cane de isterzu o isterzare. E il mangiar troppo o il credere di poter mangiare in abbondanza non è segno, indice di saggezza, sia perché può far male, sia perché quella persona dimostra di non aver il senso della misura. E allora ecco pronto e subito appioppato un altro detto: est istraganau, non t’as a irtzoffare no, oppure: at mandicau a su puntu chi che l’est issinde in sos ocros. Quindi ecco sempre l’educazione alla moderazione, alla giusta misura. Erano le continue  avvertenze dei genitori soprattutto per i piccoli che spesso pretendevano razioni che poi non riuscivano a consumare, las deudavan, lasciavano gli avanzi nel piatto e si era a malincuore costretti a ch’imbolare sa grassia ‘e Deus. E allora se non riuscivano a mangiare ciò che avevano richiesto con insistenza si diceva: Juchet s’ocru prus mannu de sa brente. Ma il termine gana indica anche appetito, tenzo una gana chi non so biende prus, non ci vedo più dalla  fame, quando invece c’è l’inappetenza si dice est dirganau,o quando deve fare qualcosa contra voglia si dice a mala gana, mentre basta posporre l’aggettivo e dire che est a gana mala per rappresentare la nausea, una indisposizione. Capita  che, soprattutto i bambini non  abbiano appetito, forse perché hanno già pasticciato con altri alimenti, dolci per es., per cui i genitori non insistono nel farli mangiare perché, sostengono, puzone chi non pillat ch’at pillatu, se non mangia vuol dire che ha già mangiato, magari fuori orario. Torniamo al pane. Questo alimento in altri casi  veniva indicato come termine per qualificare il carattere di una persona buona; infatti si dice ancora oggi ‘su tale est bonu, est unu cantu de pane’, è buono come un tozzo di pane.

Ma il pane rischia anche di frantumarsi, di ridursi in briciole, diventa pistazu e dunque diventa quasi inutile e viene dato alle galline; ma pistazu è anche una persona che parla continuamente e mescola un argomento con un altro, creando confusione. Il pane,come del resto qualunque pasto, bisogna però masticarlo bene, ca su manigu prus lu masticas e prus nutrit, se mastichi bene il cibo ti nutre meglio, in senso metaforico se si approfondisce bene un tema, un argomento, lo si conosce meglio. Il cibo, soprattutto il pane o la carne, lo masticava, liu masticabat, la mamma per darlo già triturato al figlioletto, al pargolo, come del resto fanno anche gli uccelli e, in senso metaforico, per agevolare una persona o per renderle più facile lo studio di un argomento o il disbrigo di una pratica, la si spiegava bene in modo che non dovesse incontrare difficoltà, lia masticabat. Ed è anche a questo proposito riguardo alla mamma che si dice:Si che moet su pane dae bucca. Preferisce soffrire la fame per darlo ai figli. Ma non sempre masticare era facile e infatti quando una persona incontra difficoltà in un certo lavoro, in un impresa, si dice ja nde l’est dande pane a masticare, significando la fatica, il sacrificio, gli sforzi che fa per portare a termine una faina: l’est gherrande, peleande,  gli sta dando filo da torcere. Invece per indicare risentimento si dice si l’est masticande bene, e magari medita anche vendetta. Certo che il pane da solo non basta, solo in carcere, in presone si viveva a pane e acqua. E sempre per stare al codice barbaricino anche l’acqua esprimeva un concetto importante: quello della comprensione delle disgrazie altrui, soprattutto giudiziarie. Non bisognava, e non bisogna, né irridere né condannare in assoluto chi commette azioni anche gravi, delittuose, perché bisogna capirne sempre il perché, anche senza giustificarne l’atto, per cui per il barbaricino chi incorreva in questi frangenti era ruttu in disgrassia e agli altri si ammoniva dicendo: nessunu neat de cust’aba non bibo! Ogni persona è soggetta a cadere nei rigori della legge. Ecco dunque l’uso metaforico dell’acqua. Il pane da solo non basta, dicevo, ci vuole, necessita s’agonzu, il companatico, che migliora il gusto  del pane nella misura in cui è prezioso il companatico, quest’ultimo infatti può essere povero, essenziale, come la cipolla, a pane e chipudda, ma diventa più soddisfacente e nutriente se  carne, petha,  e addirittura permette di completare il pasto se è accompagnato dal formaggio, pane e casu. Unu cantu ‘e casu, sottinteso con del pane, a fine pasto cumponet s’istogomo, su corpus, ben dispone lo stomaco. E a s’istogomo, allo stomaco si pensava perché doveva essere a posto, tranquillo, soddisfatto. Quando si ha molto appetito e si prende un bocconcino, unu buconeddu prima del pasto si dice che lo si fa pro apachiare s’istogomo, per sedare, mettere a tacere lo stomaco, apachiare, sarebbe far la pace. Unu bucone, invece, è già un pasto anche se non completo e non in orari canonici. Su bucone però non sempre va dritto, ma si blocca in gola, m’est arreschiu, mi è rimasto in gola. Anche in questo caso nel significato metaforico ci si riferisce a qualcosa di inopportuno che ha lasciato il groppo, qualcosa che non si sopporta, che non si digerisce ma che rimane in gola. Certe volte si rimane a bocca asciutta,  si rimane delusi da parte di chi sembra darti, offrirti qualcosa, ma te lo fa solo vedere, li at colau solu in labras, non che l’at ifustu mancu sas lavras, se se stava per bere del vino. Il termine bucone in senso metaforico rimanda ancora alla vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Famoso il detto: Bucone frittu est prus saporiu. La vendetta covata a lungo è molto soddisfacente anche se arriva dopo mesi o anni. M’est postu in s’istogomo, mi ha impacciato il cibo, il pasto consumato. Ma in senso metaforico m’at achedau s’istomagu, mi ha inacidito lo stomaco è la conseguenza di un dispiacere. I detti o i proverbi a volte descrivono un periodo, un epoca. Alla fine dell’ottocento e ai primi del novecento si sono diffusi in Sardegna in caseifici degli industriali caseari e i pastori versavano loro il latte perché i prezzi  per un certo periodo salivano. Ma è aumentato anche il prezzo del formaggio che era sempre più difficile da acquistare per le classi popolari. E fu allora che si coniò il detto Chie mandicat casu juchet dentes de oro per significare che solo i benestanti potevano consumare formaggio a volontà. Ma oltre ai pasti, al cibo c’erano i momenti in cui si indicava il digiuno per la guarigione dalle malattie, tranne che quelle derivate dalla fame. L’unico rimedio alle malattie gravi infatti era il digiuno, la dieta, a sos males sa dieta;  le persone lo hanno capito osservando gli animali, ma oggi lo sostengono anche i più grandi dietologi americani. Questo mio contributo, la cui tematica è molto vasta e merita di essere approfondita perché ho solo fatto piccoli accenni, questo mio contributo, dicevo, al convegno di oggi sulla Enogastronomia una nuova realtà per l’interno della Sardegna, pro sas terra de intro o de mesu, intende far capire che gli interventi politici ed economici in campo turistico ed enogastronomico non possono prescindere dalla conoscenza e dal rispetto della realtà tradizionale sulla quale si intende operare, non si può prescindere dal rispetto e valorizzazione dell’identità profonda su cui questa società fonda il suo modo di vivere che si &egrav
e; evoluto nel tempo e che deve adeguarsi ai nostri tempi moderni mantenendo integri i valori della sua tradizione. E per il turista vale ancora i detto  A s’istanzu no l’abbadies sa bertula, per cui  l’accoglienza e l’ospitalità  sono  un valore aggiunto insostituibile. Oltre che proporre i piatti singolari, originali, che avevano delle particolarità nelle vari ricorrenze festive e stagionali, è necessario intervenire per salvaguardarne la genuinità, la biologicità ante-litteram, la qualità salutistica  attraverso sos  mandicos sanos, la moderazione  e l’austerità, soprattutto in periodo di recessione, nel mangiare e quindi il bando delle abbuffate che invece di far star bene, fanno star male. Quindi  ospitalità, pasti non sovrabbondanti, ma con moderazione e buoni in quanto col tempo, come dice il detto, a sa roba bona, curret su dinare, le cose buone verranno apprezzate e pagate bene.

Una risposta a “L'enogastronomia nella lingua e cultura popolare sarda: nuova realtà per l'interno della Sardegna”

  1. Gent.mo Massimiliano Parlato, grazie per avermi pubblicato l’articolo sulla enogastronomia. Le invio due articoli, uno sul Redentore di Nuoro e un altro sulla lotta sarda S’Istrumpa( tenga conto che io sono di Ollolai). Spero

    possano essere pubblicati. Grazie! Cordialmente

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