Memoriale pavese per Mimma Paulesu Quercioli, protagonista nel 1987 al "Logudoro" di Pavia

di Paolo Pulina

 

Da tempo malata, se n’è andata agli inizi di luglio, a 81 anni, Mimma Paulesu Quercioli, vedova del parlamentare comunista Elio Quercioli, nipote di Gramsci in quanto figlia della di lui prediletta sorella Teresina. La notizia  è passata quasi sotto silenzio (due necrologi sull’ "Unione Sarda", un breve ricordo sull’ "Unità"). A Pavia Mimma Paulesu venne a presentare,  nel dicembre 1987, in Aula Foscolo, per iniziativa del Circolo culturale sardo Logudoro", il suo volume "Forse rimarrai lontana…" che contiene le lettere scritte da Gramsci a Iulca, prima "carissima compagna" e poi carissima compagna di vita, dal 1922 al 1937. La sua attenzione femminile-femminista al ruolo che alcune donne hanno svolto nella vita di Gramsci la portò a raccogliere in un altro libro, "Le donne di casa Gramsci" (1991), una serie di ritratti delle donne sarde che hanno accompagnato la crescita di Gramsci bambino-ragazzo-adolescente. Nel 1994 la Paulesu pubblicò presso le edizioni Mursia "L’erba non cresceva ad Auschwitz" (presentazione di Gianfranco Maris; prefazione di Silvia Vegetti Finzi), che riporta quattro testimonianze di donne che hanno vissuto l’esperienza tragica dell’imprigionamento nei lager nazisti. In mezzo a tanti nomi di paesi e città italiani che hanno visto la persecuzione razziale e l’allineamento gregario dell’esercito italiano alle mire espansive di Hitler, un cenno a Pavia ingentilisce per poche righe il quadro raccapricciante delle condizioni di sopravvivenza in cui erano costretti i deportati. Quando Zita (appartenente a una famiglia di ebrei ungheresi trapiantata in Italia, ma arrestata in Ungheria a 25 anni con la madre, la sorella e il suo bambino di otto anni) fu trasferita nella fabbrica metallurgica di Lippstadt (dove era obbligata a fare il tornitore, "in piedi tutto il giorno, con le mani sempre a bagno nell’acqua e soda"), vi trovò un gruppo di ragazzi italiani, internati militari, con i quali familiarizzò subito.  Leggiamo ciò che scrive la Paulesu: "Uno di loro, un certo Luigi Fossati di Pavia, avendo individuato il suo reparto, invece di andare direttamente a prendere servizio quando entravano per il loro turno, faceva una deviazione e passava da lei. Le portava una calderina con le patate cotte, la posava in un angolo, le strizzava l’occhio e andava. I ragazzi si rifornivano di patate e di altri viveri andando a rubare; infatti gli internati militari avevano maggiori possibilità di movimento dei politici. Nascondevano le patate rubate sotto le assi del pavimento della loro baracca; ma un giorno i tedeschi scoprirono i loro traffici e proprio il Fossati fu portato al campo di punizione. Quando tornò era magro e pallido. Chissà quante botte gli avevano dato! Comunque, al suo rientro in Italia, Zita seppe che anche lui era tra i sopravvissuti". So che Maria Antonietta Arrigoni e Marco Savini, autori del fondamentale "Dizionario biografico della deportazione pavese" (2005), hanno cercato notizie su questo Luigi Fossati ma le loro ricerche non hanno prodotto alcun risultato. Sarebbe bello se la segnalazione del nome di questo ex deportato pavese da parte di Mimma Paulesu, oltre che a tenere viva la memoria sul suo volume, servisse a far riemergere qualche brandello di testimonianza su Luigi Fossati di Pavia.   

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