G8 mancato alla Maddalena: l'atteso miracolo economico si è trasformato in una beffa

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I più ottimisti solo pochi mesi fa pensavano di incrociare lo sguardo di Barack Obama. Proprio lì, a un passo dalle loro case. Invece lo vedranno soltanto in tv. L’addio al G8, che comincia mercoledì, ma all’Aquila, per i maddalenini è ancora una ferita aperta. Soprattutto in Gallura, nel bene e nel male, il supervertice era diventato la panacea di tutti i mali. La carta di credito che per due anni ha pagato ogni opera pubblica e promesso cantieri a mani basse (363 milioni di euro l’investimento complessivo solo alla Maddalena). Alberghi e conference center, ma anche strade, porti, una pista più lunga per l’aeroporto, caserme e questure nuove di zecca. Di tutto e di più. Almeno nei sogni, doveva essere il motore di un nuovo miracolo economico capace di guidare la riconversione dell’arcipelago dopo il protettorato militare. Più realisticamente, era diventato il pentolone dove cucinare una ribalta internazionale che comunque l’isola non aveva mai conosciuto prima. Dall’altare alla polvere, oggi La Maddalena deve accontentarsi di una beffarda citazione nel simbolo del summit e della promessa, l’ennesima, di nove-dicesi-nove vertici internazionali nel conference center proteso sul mare, firmato dall’architetto Stefano Boeri. Per il resto tanta delusione e accenni di rivolta, soprattutto da parte degli amministratori e degli operatori turistici che avevano impegnato strutture e risorse in vista del grande evento ritrovandosi poi con alberghi vuoti e un pugno di mosche in mano. Il sindaco Angelo Comiti, presentando il programma di spettacoli per l’estate, parlava di «sabotaggio». E già questo la dice lunga sull’umore dei maddalenini che il «loro» G8 lo vedranno solo in tv. Nel marasma generale è andata bene, anzi benissimo, solo al gruppo industriale di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che si è aggiudicato (chiavi in mano e per 40 anni) la gestione dell’ex arsenale diventato albergo, palazzo dei congressi e media center. Ha speso solo 40 milioni per completare un investimento pubblico di ben 206. Un affarone. Tra business e rimpianti, la cronistoria del G8 in Sardegna ha due date di riferimento. La prima è il 14 giugno 2007, cioè il giorno dell’annuncio, da parte del governo Prodi, dopo un pressing discreto ma stringente di Renato Soru nei confronti del ministro Parisi. Tutta loro l’intuizione di portare nell’isola i grandi della terra. «Così paghiamo un debito storico verso La Maddalena», aveva detto lo stesso governatore con legittimo orgoglio. La seconda data è il 23 aprile 2009: è il giorno della doccia fredda, quello in cui il presidente Berlusconi annuncia il trasloco del G8 all’Aquila. Nei quasi due anni che intercorrono tra queste due date è successo praticamente di tutto. Le risorse finanziarie disponibili in molti casi sono diventate virtuali, in altri sono addirittura scomparse (i fondi per realizzare tutte le infrastrutture di supporto, come il nuovo tracciato della strada Olbia-Sassari). Poi il lungo braccio di ferro sulla grossa torta degli appalti, in larga parte appannaggio delle grandi imprese del continente a discapito di quelle sarde. Ancora le oggettive difficoltà logistiche, soprattutto per quanto riguarda la sistemazione dell’esercito al seguito delle delegazioni, cosa che ha portato addirittura alla requisizione di diversi alberghi. Infine la polemica sull’affidamento in gestione dei due grandi complessi ristrutturati alla Maddalena, l’ex arsenale e l’ex ospedale militare. Soprattutto il primo, su cui pende un ricorso al Tar presentato dalle imprese sarde (i Molinas e il gruppo Delphina) contro l’aggiudicazione alla Mita di Emma Marcegaglia. E poi, naturalmente, il terremoto che ha devastato l’Abruzzo e che ha servito su un piatto d’argento le ragioni della solidarietà che avrebbero spinto Berlusconi a decidere il trasloco. In realtà, proprio il premier si era mostrato sempre piuttosto tiepido verso l’opzione La Maddalena (troppo «prodiana» o «soriana») e più volte aveva agitato lo spauracchio di un trasferimento a Napoli facendo impallidire sistematicamente il commissario Bertolaso e l’intero staff della Protezione civile. «Troppo sfarzo», il colpo finale assestato dal premier prima di ritirarsi nell’austero monastero francescano di Villa Certosa.

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