Politica, economia e il patrimonio della diaspora: lettera agli emigrati sardi

di Vitale Scanu

Cari amici emigrati, il nuovo assetto creatosi dopo le elezioni del 15 febbraio merita alcune considerazioni anche dal punto di vista di noi emigrati, i Sardi fuori casa. Per avere qualche idea chiara e decodificare la situazione, schematizziamo i tre punti cardine sui quali ragionare: la politica (i politici), lo stato disastroso dell’economia attuale del territorio (industria, chimica, edilizia, fallite; agricoltura allo sfascio…), il mondo del mezzo milione di emigrati sardi sparsi per il mondo.

La politica. E’ da imputare ai politici, primariamente, se oggi la Sardegna si ritrova così povera, più ancora di dieci anni fa, per "quello stato di languore e di inerzia che stupefà gli osservatori" (Carlo Cattaneo, 1860). "Una costante lagnanza di Giorgio Asproni – il grande intellettuale di Bitti – fu che l’élite politica sarda era inerte e divisa e non era capace di rivendicare la propria autonomia" (citato da Martin Clark). "Il problema della Sardegna sono i sardi stessi. Difatti, l’unico che è riuscito a farla conoscere non è un sardo: l’Aga Khan… La Sardegna ha in realtà un capitale strepitoso. Ma chi la rappresenta in parlamento ama il sistema dei vassalli-valvassori. Mi chiedo com’è che i sardi non siano incazzati con i loro parlamentari, sempre intenti a litigare": Così Luca Barbareschi (U.S. 21.12.08). In altre parole, chiamiamo tutto questo: gestire male politicamente un ricchissimo patrimonio, che sarebbe sufficiente da solo a dar da vivere senza problemi a 1 milione e mezzo di residenti. "Dorme nelle terre dell’isola un’enorme potenza alimentare: la potenza di alimentare tutta la Lombardia" (Carlo Cattaneo). "Quando si pensi che 900.000 ettari di terreno – dati tecnici – sono trasformabili e passibili di diventare produzione agricola, ci si può fare un’idea non solo delle possibilità dell’Isola, ma dell’apporto che essa può dare all’economia e alla civiltà nazionale" (E. Lussu, Il Ponte, 1951 nn. 9-10). E se i nostri politici sapessero gestire la casa Sardegna e creare posti di lavoro, tanti emigrati tornerebbero a casa.

Basterebbero due o tre esempi di questa malversazione burocratica.

– Con il progetto italo-algerino Galsi c’è la buona prospettiva dell’approvvigionamento garantito di energia. Si tratta di un flusso enorme di gas (40 miliardi di m3 l’anno, da gestire attraverso la società mista Sardegna-Sonatrach) che attraverserà l’isola, secondo l’accordo tra Italia e Algeria, firmato ad Alghero il 13 novembre 2007. Ma occorrono progetti innovativi per sfruttarla. Esistono questi progetti? O capiterà che ci resterà la servitù di passaggio del gas senza la possibilità di sfruttarlo adeguatamente per mancanza di progetti? Il tutto si esaurirà nelle infinite diatribe del litigatoio regionale. Poiché tutti i nodi vengono al pettine, anche questi macro errori di imprevidenza si pagheranno amaramente. Volete scommettere?

        – Il turismo regge e tira bene. I dati dell’Istat riportano che nel 2007 e nel 2008, nonostante la crisi globale, i numeri sono stati positivi, a conferma del trend positivo del quadriennio 2004-2007. La Sardegna é la regione italiana che nel 2007 ha registrato il maggior incremento percentuale sui flussi turistici totali. I dati Istat parlano di un +18% di arrivi e di un +15% di presenze. Allora sarebbe logico incrementare gli investimenti e gli aiuti al turismo. Ma il nostro è più un turismo che ci viene addosso per il forte richiamo delle bellezze della natura, più che un turismo studiato, programmato, incentivato. Assistiamo addirittura a capitali dirottati dal settore turistico a quello chimico, come nel caso del mega progetto Consorzio turistico Sardegna ovest del 2004. Era un programma di grandi aspirazioni e speranze per lo sviluppo turistico dell’Oristanese e della Marmilla, che puntava a creare 3.700 posti letto (senza contare l’indotto relativo). Si trattava di un investimento di 130 milioni di euro per la realizzazione di 14 alberghi, 5 villaggi turistici, 2 sedi di agriturismo e perfino un golf country. Il ministro di allora per le Attività produttive Antonio Marzano, con un lampo di genio, decise di dirottare i 130 milioni da questo progetto turistico a quello della chimica. Con una fava (di 130 milioni) persi due piccioni: la chimica e il Consorzio turistico.

     – Le aspettative per l’industria e la chimica hanno fallito, l’agricoltura non dà più notizie. Perché allora intestardirsi a buttar dentro capitali nell’industria, sapendo che non ci sarà un ritorno vantaggioso, e penalizzare a morte l’agricoltura e la terra, che non tradiscono mai e ci possono salvare? E’ l’agricoltura che ci dà il pane, non la filiera della fabbrica. Anche i sassi lo sanno: la Sardegna, per una serie di motivi, non è vocata per natura all’attività industriale, in primis perché tutto dev’essere importato, dalle materie da trasformare all’energia per lavorarle. Mentre invece nell’agroalimentare e nel turismo abbiamo sovrabbondanza di materia prima locale.

Nel campo dell’economia vige un drastico principio: tra due imprese, due iniziative, due progetti, due programmi operativi… uno nel continente e uno in Sardegna, a fronte degli stessi problemi, è evidente che si lascerà morire di preferenza quello della Sardegna, la figlia della schiava, che risulta più dispendioso a causa dell’effetto isola. E anche gli scioperi sono perfettamente inutili. Per cui la Sardegna oggi è diventata una regione dove non si può né nascere (perché è come essere gettati vivi in una siepe di rovi), né vivere (perché si è caricati fin dalla nascita di pesi più gravi della stessa vita), né morire perché costa troppo anche morire. Tanti sardi non ce la fanno a vivere, perché la politica e la burocrazia gli hanno creato ostacoli più grandi di loro (vedi i problemi immensi dell’agricoltura originati dalla Legge 44 del 1988). Se avete notato, negli tsunami economici solo i politici, gli intrallazzatori, i maneggioni si salvano, perché, secondo la "legge" di Imhoff, "ogni burocrazia (presa come un mestiere per campare) &eg
rave; molto simile a una fogna: i pezzi più grossi restano sempre a galla". La Costituzione, che garantisce il diritto e la libertà di pensiero, di parola, di religione… non altrettanto garantisce il diritto primo: quello di vivere una vita tranquilla e sicura. I beni irrinunciabili di prima necessità (casa e nutrimento), secondo me, dovrebbero essere gratuiti e garantiti per tutti dalle Costituzioni.

Il mondo degli emigrati. Gli emigrati (circa 500 mila sardi fuori dell’isola) sono giudicati per quelli che abitano nel paese della pacchia… Ma gli emigrati sono quelli che fanno la differenza tra il mondo di chi è passato dalle parole ai fatti e il mondo del bla bla bla, tra il mondo di chi si rimbocca le maniche e il mondo di quelli del "chi mi ddu vai fai!"  Il mondo dove l’ingegnosità e l’impegno degli emigrati hanno prodotto fior di scienziati e di personalità di primo piano in tutti i settori sociali, onorando con onestà tutta l’isola e riversando milioni nell’economia isolana. Sì, milioni e milioni di euro, linfa vitale per tanti residenti! Eppure degli emigrati non gliene frega proprio niente a nessuno tra i sardi residenti, che considerano gli emigrati dei fortunati.

"Ambasciatori di Sardegna", "una vera ricchezza per la Sardegna", "nostri rappresentanti all’estero"… Basta! Già tante volte le abbiamo sentite queste parole. Occorrono i fatti! Malauguratamente, nella situazione attuale, con questi chiari di luna economici, è facile indovinare che le problematiche dei sardi emigrati non figureranno nel carnet delle esigenze primarie di viale Trento. E di conseguenza gli aiuti ai Circoli saranno decurtati o azzerati. Ecco perché Domenico Scala, presidente della Federazione dei Circoli svizzeri, con grande lungimiranza, prospettava nel congresso sull’emigrazione del 2006, la necessità di creare un Assessorato alle migrazioni staccato da quello al lavoro, com’è attualmente, per gestire e monitorare con più efficienza tutte le problematiche dei migranti. Che fare allora? Molti sardi ancora non hanno capito che per migliorare occorre tirarsi su le maniche e uscire dal torpore e dall’in-fingardaggine che tutti ci rimproverano. Solo l’anno scorso la Sardegna doveva restituire 30 milioni di euro di fondi europei non utilizzati per mancanza di iniziative e di progettazione!! Altro che investire negli emigrati… Uscire dall’ignavia, dalla carenza di iniziative, dalla mancanza di progettazione, dalle pastoie della burocrazia, dall’aspettarsi tutto dagli altri. "Ci pensi il governo"... Osare di più con coraggio e ottimismo! Senza ottimismo non c’è futuro. E’ in fondo la lezione che ci viene dagli emigrati. La nostra storia millenaria ci ha insegnato che dobbiamo evolverci da soli, come da "autodidatti", condannati come siamo dalla nostra sindrome d’isolamento. Infatti, se noi stessi non ci adoperiamo a migliorare la situazione, nessuno lo farà al posto nostro. E quando l’abbiamo fatto, ne è nata una civiltà di cui ancora oggi andiamo fieri e siamo eredi. Siamo più orgogliosi del nostro passato che del nostro presente.

2 risposte a “Politica, economia e il patrimonio della diaspora: lettera agli emigrati sardi”

  1. Senza ottimismo non c’è futuro.pero come avere ottimismo? La nostra storia millenaria ci ha insegnato che dobbiamo evolverci da soli, come da “autodidatti”, E quando l’abbiamo fatto, e cosa è acadutto? E’ in fondo la lezione che viene data dalla dolorosa vicenda del circolo Sardegna di Moreno, che non “si è trasferito” a Villa Bosch come ha osato dire il pseudopresidente: lo hanno trasferito maldestralmetente a colpi de prepotenza, ed è stato “consegnato” (come premio?) a chi mai ha fatto un bel niente ne per il circolo ne per la comunita sardà, e da altri circoli scomparsi in passato,è che, osare di più con coraggio,portare avanti inziative culturali sociali sportive formative ecc.solo serve ad essere guardati con difidenzza,combatuti e isolati,difamati e denigrati onde cancellare e distruggere quanto di buono è stato fatto. tremenda ingiustizia che non ha spiegazione ne risposta da chi è di dovere darla e che rende ridicola e inutile la lege R.7 in ognuno dei suo artìcoli. Servirebbe un Assessorato alle migrazioni staccato da quello al lavoro, ma anche con nuove persone staccate e non legate da interessi personali al “circuito di amici” che hanno gestito in eternum a piacere circoli e federazione, Persone idonee che facciano capire a tutti i direttivi e soci che circoli e federazione sono dell intera comunità sarda non piccoli feudi da lassare da babbos a fizos comente un eredidade .

    Solo cosi si ruiscirà a vincere lo statu quo regnate e rompere il circolo vizioso che in alcuni casi ha convertito circoli e federazione in terra anzena per i sardi che ci hanno lavorato con amore e dedicazione e inmensi sacrifici.

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