7 universitari su 100 vanno a studiare fuori dalla Sardegna. Perchè? La parola ai sardi di Siena

di Giovanna Branca

 

Secondo il sito del Miur, nell’anno accademico 2007/2008 gli studenti iscritti all’università di Siena provenienti dalla Sardegna risultano 124, ovvero il 3% delle 3699 iscrizioni totali. Di questi, meno della metà provengono dalla Toscana: si tratta soprattutto di ragazzi e ragazze meridionali. E se si calcola la percentuale di studenti partiti dalla nostra regione sul totale dei fuorisede, ci si accorge che raggiungono il 7%. Dall’Isola si scappa, si parte a malincuore, si va via in base a un calcolo delle opportunità offerte dal "continente". Così è stato per alcuni ragazzi e ragazze che si trovano nella città di Duccio. In molti guardano con nostalgia a "Stock 84", leggendario personaggio che transitava all’Università di Cagliari, così soprannominato perché iscritto a Lettere dall’anno in cui Maradona entrò nel Napoli. A Siena le cose sono diverse, o almeno così parrebbe se si guardano i numeri degli studenti fuorisede. Nel 2004, venne indicata dalle classifiche stilate da "Repubblica" come la città con un Ateneo di medie dimensioni migliore d’Italia. Nella città del Palio c’è anche uno dei policlinici universitari più all’avanguardia d’Italia: è recente la notizia di un gruppo di ricercatori che hanno individuato e stanno portando avanti le sperimentazioni su una possibile cura contro l’Aids. L’economia cittadina si regge fondamentalmente su due realtà: il Monte dei Paschi e gli studenti venuti da altre parti d’Italia e del mondo. Parlare con gli isolani che hanno iniziato l’Università a Siena può dare la misura delle loro aspettative. Al di là della volontà di studiare in uno dei "poli d’eccellenza" italiani, chi è andato via di casa a 18 anni era spinto soprattutto da mitizzanti visioni sulla vita dell’universitario indipendente: finalmente lontano dalla potestas familiare, finalmente sulla terraferma; a un’ora di pullman da Firenze e due ore di treno dalla Babilonia italiana, Bologna. Tutte aspirazioni da manuale per un adolescente, ma con l’incentivo, per un sardo, di fare per la prima volta esperienza della libertà di movimento: basta prendere un treno. Paola è nata e cresciuta a Porto Cervo, la cui popolazione residente è inferiore ai 200 abitanti. Finito il liceo a Olbia, la sua priorità è stata partire, non importava realmente il dove. E tuttavia i suoi interessi l’hanno portata a valutare la fama dei tanti dipartimenti di archeologia italiani. Dalla ricerca è emerso che il migliore centro per gli studi di archeologia medievale si trova a Siena: lì insegnava il più importante luminare italiano in materia, Riccardo Francovich, poi morto nel 2006. Da una necessità di fuga si è dunque giunti ad una valutazione delle opportunità, e tuttavia lo slancio è stato dato da un solo imperativo: partire. Ma per comprendere meglio le differenze effettive tra gli atenei sardi, in particolare quello di Cagliari, e quello Senese, differenze che non siano solo sulla carta, è bene parlare con studenti che abbiano avuto esperienza di entrambe le realtà. Giovanni ha 27 anni, e ha iniziato la triennale nel momento in cui l’Ateneo cagliaritano istituiva per la prima volta il corso di studi in "Discipline etno-antropologiche". Il problema che si trovò ad affrontare era che di antropologico in realtà c’era poco. Il neonato corso era prevalentemente filosofico, gli esami che riguardavano la sua materia solo cinque. Ad oggi è stato addirittura abolito. A Siena invece, se si guarda anche solo al piano di studi della laurea di primo livello, ci sono circa undici esami strettamente antropologici. Ci sono solo professori che hanno fatto ricerca sul campo, biblioteche ben fornite, e soprattutto molti seminari e attività extracurricolari. Sono questi gli elementi che più fortemente emergono dalle conversazioni con i ragazzi interpellati in merito alle differenze tra l’università nostrana e quella senese. Alessandro si è laureato in filosofia a Cagliari, e per la specialistica si è iscritto in antropologia a Siena. Ha notato soprattutto come l’ambiente universitario sia molto più vivace e attivo nella città toscana. Ci sono decine di iniziative che stimolano il fermento culturale tra studenti. È di questi giorni l’incontro promosso da un suo professore che ha portato gli alunni a Follonica, in un centro per immigrati che hanno fatto richiesta di asilo politico. Di Cagliari viene invece evidenziata la disorganizzazione: è impossibile avere uno scambio con i professori al di fuori dell’aula dove si tiene lezione, mancano le strutture, i piani di studio cambiano in continuazione. L’apprendimento poi è troppo di tipo liceale, troppo passivo, mancano gli stimoli e i confronti su quell’attività pratica che è alla base del buon lavoro di ogni ricercatore. Un altro Alessandro, dottorando di antropologia culturale, ha svolto tutti i suoi studi presso l’università cagliaritana, e ha poi scelto Siena per scrivere la tesi. Questo perché Siena e Perugia sono consorziate al dipartimento di antropologia di Cagliari; ma soprattutto per le strutture messe a disposizione degli studenti. "Basti pensare alla presenza a Siena di strutture come il Santa Chiara e il Refugio, e il loro essere crocevia di scambi culturali e scientifici internazionali". Queste strutture, in cui gli studenti hanno alloggi, cucine, biblioteche fornitissime, dove si tengono conferenze, non hanno un equivalente da nessuna parte in Sardegna. Ci sono altri semplici dati che possono ben evidenziare le differenti possibilità offerte dagli atenei presi in considerazione; ad esempio l’entità delle borse di studio. Le borse Erasmus stanziate a Siena nell’anno accademico 2007/2008 sono state ben 1.100, su un totale di 18.000 studenti. A Cagliari, nello stesso anno, sono state solo 441, per 35.000 iscritti totali. Anche le mete consentono qualche riflessione. Considerando la sola facoltà di Lettere e Filosofia, il ventaglio di destinazioni per chi parte dal capoluogo sardo comprende circa sei borse verso le più importanti capitali europee (Londra, Parigi, Bruxelles ecc.), laddove l’ateneo toscano ne offre 27. Detto così sembrerebbe che l’università degli studi di Siena sia un sogno realizzato. In realtà, da questo sogno la città è stata svegliata quest’estate, dalle cifre di bilancio dell’ateneo, aggiornate intorno ai 250 milioni di debito. E questo debito nasce da quella che è stata la fortuna e contemporaneamente la maledizione dell’ateneo senese; il fatto di essere uno dei primi d’Italia ad essere trasformato in azienda, altamente efficiente, ma capace di contrarre un debito insolvibile.
Il tracollo dell’università lascia ormai ben poco spazio alle speranze serbate da tutti quegli studenti giunti fino a qui, mossi dal miraggio di uno dei luoghi di studio più facoltosi del nostro Paese. Ed inoltre, tornando agli "immigrati" isolani, ci sono molti altri elementi che hanno infranto il sogno iniziale. Basta essere nella città del Palio da poco per rendersi conto che qui non c’è nulla dello sregolato divertimento paventato prima di attraversare il Mediterraneo. Siena è una piccola città, di appena 60 mila abitanti, particolarmente intollerante verso qualsiasi forma di vivacità che non sia il Palio. I locali, i luoghi di ritrovo, i concerti sono pochi e deprecati da gran parte della cittadinanza &
quot;indigena". Confrontata con la maggioranza delle province sarde resta comunque molto più movimentata, ma rispetto a Cagliari offre assai meno possibilità di svago. E’ come un grande paese, in cui tutti gli studenti si conoscono, perlomeno di vista. Veronica è della provincia di Cagliari, è qui da cinque anni e ciò che più la infastidisce è di non poter uscire di casa senza avere l’obbligo costante di adempire agli obblighi mondani dovuti a tutti quelli che conosce, per regola di buona creanza. E nota inoltre come per molti aspetti Siena sia solo una "città bomboniera per turisti", tirata a lucido ma in realtà profondamente chiusa, incapace di vedere i nuovi arrivati come cittadini, senza catalogarli col generico termine di "studenti fuorisede". Lagnarsi della noia è poi in questo angolo d’Italia un fatto consolidato, quasi un metodo di aggregazione sociale. Alberto, un altro cagliaritano, ha addirittura fatto la sua tesi di Scienze della Comunicazione sullo status symbol dato dallo "spleen" senese. Una sorta di indagine sociologica sulla consuetudine dei giovani che vivono in questa città di dirsi orribilmente stufi della vita che conducono. Per poi scoprire, nelle conclusioni, che in realtà la maggior parte si diverte tantissimo, e non "tira a campare" come si ripete a mo’ di litania con tutti quelli che si incrociano per strada.
Arrivando a Siena, i sardi scoprono soprattutto un’altra cosa. Che per la Sardegna si prova una fortissima nostalgia. Dopo aver passato gli anni del liceo a lanciare invettive un po’ naif contro un’ Isola provinciale e ripiegata su se stessa, si trovano, lontani da casa, a rimpiangere il mare, a cercare di capire quell’aura indefinibile che lega la terra sarda a tutti coloro che vi sono nati. Lentamente, con un po’ di imbarazzo, si scopre che non si ha nostalgia solo della pazza movida di Castello, che a Siena proprio non si trova. Dopo aver millantato per anni di essere cittadini del mondo, a cui la Sardegna andava stretta, alcuni decidono addirittura di tornare, mentre alla maggior parte si rizzano le orecchie ogni qualvolta sentano un accento riconducibile a posti che vanno da Santa Teresa di Gallura a Teulada. In effetti, la caratteristica più peculiare dei sardi a Siena, così come presumibilmente di quelli a New York, è di stare insieme. Molti ragazzi interpellati annoverano un gran numero di sardi tra le nuove amicizie fatte nella città del Palio. Non che si conoscano tutti, ma se si trova un isolano se ne trovano almeno altri dieci. Fino a qualche anno fa esisteva perfino un "Circolo dei Sardi", che si riuniva nel locale senese dove la birra è meno cara, a due passi da Piazza del Campo. Nel corso principale della città c’è un bar che vende quasi più Ichnusa che Moretti; curioso se si pensa che qui il prezzo della birra nostrana è abbastanza proibitivo, e non si ha più la giustificazione di comprarla perché è la più economica in circolazione. A cicli regolari c’è qualche cena nostalgica sarda in grande stile, con orate, spigole, fregola e obbligatoriamente mirto. E mentre si mangia i discorsi sono tutti tesi a decantare i fasti di "Lilliccu", il rinomato ristorante di pesce di Cagliari.
I sardi sono anche campioni nel far nascere incredibili leggende metropolitane. Qualche anno fa ci fu un periodo in cui a Siena si aggirava un curioso punkabbestia, un bohemien, per usare un francesismo, sempre accompagnato da un’affezionata pantegana. Ed in breve prese piede nella comunità sarda la voce incontrollata che si trattasse del figlio dei rapitori di Farouk Kassam, nomade per scelta, in cerca di redenzione dal peccato dei genitori. Digitando su Google "Sardi in Toscana" appaiono centinaia di pagine sugli immigrati dell’Isola nella terra di Dante. Più di altri, i sardi hanno portato con sé il proprio bagaglio culturale: si sono stabiliti soprattutto laddove era possibile una continuità con il lavoro che svolgevano in patria. Per questo nella sola provincia di Siena si contano migliaia di pastori, o ex pastori oggi proprietari terrieri, di origini sarde. Tanto che negli anni del sequestro Soffiantini ad essere indagata fu anche la nutrita comunità residente nel senese. Oggi siamo nel 2009, e la Sardegna, mutatis mutandis, continua a subire un inarrestabile flusso migratorio. I dati però parlano soprattutto di un diverso tipo di migrazione, quella dettata dalle necessità degli studi: le percentuali di dispersione scolastica nell’Isola sono le più alte d’Italia. Eppure, nonostante quest’intramontabile maledizione, uno sguardo il più possibile d’insieme sulla comunità di sardi "immigrati" a Siena da’ l’impressione che niente vada distrutto, perduto: "Basta un nonnulla per commuoverci, e far parlare in noi la voce del sangue (Emilio Lussu).

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