Esclusiva: la complicata storia dei 60 anni dell'industria in Sardegna

di Massimiliano Perlato *

 

 

La Sardegna attraversa uno dei periodi più difficili della sua storia autonomistica. Non solo per la gravità della crisi economica, politica, sociale, ma per la mancanza di una strategia di sviluppo. Dal dopoguerra non si è mai avuto questo vuoto di progetti. Negli anni Cinquanta, l’idea timone era l’autonomia, la possibilità di guidare la propria storia; negli anni Sessanta fu il Piano di rinascita, la nuova industrializzazione con la sua carica di cultura moderna a mobilitare intelligenze e volontà; negli anni Settanta la Commissione Medici e l’inchiesta parlamentare sulla società del malessere rilanciarono una nuova fase della programmazione puntando sulla riforma agropastorale e sulle piccole e medie industrie. Negli anni Ottanta la riforma dello Statuto e dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno diedero alla Sardegna risorse e slancio per una nuova fase economica imperniata su una maggiore partecipazione delle forze sociali, produttive e degli enti locali. Negli anni Novanta questa partecipazione trovò una forte legittimazione nella programmazione negoziata e nell’idea dello sviluppo dal basso.

Oggi mancano i progetti che consentano di leggere e interpretare e guidare il presente e il futuro, su cui confrontarsi e magari in parte dissentire, ma anche concordare e mobilitare energie risorse politiche economiche intellettuali. Le grandi idee, i disegni sono oggi sostituiti dalla inaugurazione di qualche lotto di opera pubblica e soprattutto dall’annuncio di programmi e investimenti che si rivelano spesso scatole vuote. Il silenzio degli intellettuali è assordante. La timidezza delle organizzazioni sociali e produttive è evidente. La crisi economica porta gli imprenditori a disertare società e istituzioni. La politica soprattutto ha abdicato al proprio ruolo di progettazione e guida, di sintesi degli interessi forti e di garanzia dei bisogni fondamentali dei ceti più deboli. La nostra economia cola a picco. Con la ripresa dell’emigrazione, le energie migliori abbandonano l’isola. Il saldo negativo è di 4mila persone all’anno. Una crisi endemica, tutta giocata e consumata nel buio delle stanze del potere palese e occulto, non consente né la verifica di una reale maggioranza, né il funzionamento delle istituzioni. La produzione legislativa di questa legislatura è, forse, la più ridotta e scadente della storia della Regione. Nessuna delle riforme previste è stata approvata. Ma l’analisi non deve portare alla rassegnazione e alla resa. Alla crisi della politica e delle istituzioni fa riscontro la crescita di nuovi soggetti economici e sociali, nuovi imprenditori, amministratori locali, tecnici e ricercatori. Le loro capacità di innovazione e di un lavoro fanno della Sardegna una società positiva, ricca di risorse, che bisogna conoscere e valorizzare per rendere le prospettive del futuro un po’ più rosee.

Ci si dovrà pur chiedere che cosa fare del poco che è rimasto in Sardegna dell’industria chimica. È proprio sicuro che abbandonare gli stabilimenti superstiti all’inattività e al disfacimento sia la soluzione più ragionevole e vantaggiosa? A partire dai primi anni Ottanta, con il prepotente emergere della questione ecologica, ha cominciato a verificarsi un sostanziale ribaltamento nell’atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto all’industria petrolchimica, un tempo attesa come portatrice di benessere e progresso. Tanto che oggi non manca chi, anche a livello di classe politica dirigente, ipotizza o addirittura auspica la chiusura di questi stabilimenti. Ma non si può sperare di favorire un nuovo sviluppo della Sardegna contemporanea cancellando di colpo e irresponsabilmente l’identità sociale di queste fabbriche.

Quello che oggi è in questione non è un giudizio (di approvazione o di condanna, di accettazione o di ripulsa) sull’industria petrolchimica e sul tipo di sviluppo che essa, con la benedizione e l’attivo sostegno, non sempre disinteressato, delle classi dirigenti nazionali e locali, praticamente impose alla Sardegna, ma l’eventualità che con la chiusura di quegli stabilimenti si compia un nuovo sperpero dopo quelli che furono perpetrati subito dopo il naufragio di Rovelli: si pensi agli impianti smantellati, dispersi, abbandonati al degrado oppure svenduti, alle equivoche vicende dell’Enoxy e poi dell’Enimont. Gli stabilimenti di Ottana, di Porto Torres, di Cagliari, possiedono ancora capacità produttive che sarebbe ben poco saggio sopprimere; costituiscono competenze e capacità professionali alle quali la Sardegna non può rinunciare senza subirne danno. Resta comunque il fatto che l’industria petrolchimica rappresentò una delle strade che quest’isola dovette percorrere per approdare alla modernità: la si abbandoni dunque, ma soltanto a patto che si sappia con chiarezza quale altra strada imboccare, a quale altra prospettiva affidarsi, quali alternative offrire a coloro i quali in quegli impianti ancora lavorano.

Non fu la Sardegna, del resto a scegliere l’industria petrolchimica, ma fu l’industria petrolchimica, in concreto l’ingegner Nino Rovelli, a scegliere la Sardegna: una scelta né casuale, né disinteressata. Rovelli, che aveva esordito nell’industria metallurgica, per gradi, con l’acquisizione della SIR, dopo la calata in Sardegna, si era introdotto nel mondo turbolento dell’industria petrolchimica intorno al 1959 per ingrandire il suo dominio industriale, per farne un vero impero. Intanto l’industria petrolchimica era favorita dal basso prezzo del petrolio, dal procedere della ricerca che generava prodotti e processi industriali sempre nuovi e dal rapido ampliarsi del mercato e l’espansione impetuosa sembrava destinata a non conoscere limiti. E poi vi era la politica meridionalistica dei poli di sviluppo che garantiva consistenti benefici, contributi a fondo perduto, mutui a tasso largamente agevolato. La Sardegna, del resto, per Rovelli non era una terra ignota, poiché già possedeva ad Olbia un piccolo impianto industriale. Gli restava da trovare i terreni sui quali far sorgere i suoi impianti. Esplorò dapprima inutilmente la costa gallurese. Poi la zona intorno a Porto Torres, dove c’erano lande deserte che si affacciavano sul mare per una grande estensione. Nel 1960 poté firmare gli atti con cui diveniva proprietario dei primi terreni sui quali avrebbe costruito i suoi impianti. Nel 1962, il nuovissimo stabilimento cominciò a fornire fenolo, uno dei prodotti fondamentali dell’industria petrolchimica. Da quel momento Rovelli cominciò a costruire il proprio dominio, estendendolo a buona parte della Sardegna, e a condizionare in misura rilevante la vita di quest’isola nei suoi aspetti diversi, dall’economia ad aree non proprio esigue della politica, all’assetto sociale, all’informazione. La Sardegna si trovò, inconsapevole, ad essere uno dei teatri di quella
che fu chiamata "guerra chimica", che aveva come materia del contendere, più che il puro successo industriale, la conquista di quote di potere ed era in larga parte il riflesso di altri conflitti che si combattevano nelle sedi della politica e della grande finanza. Tutti ricordano quel che accadde poi: l’ingrandirsi e il moltiplicarsi degli impianti non bastarono a porre freno alla crisi del petrolio del 1973, lo scorrere di denaro pubblico non meno che di greggio, gli scontri con Montedison, e gli affanni finanziari, il declino e la crisi definitiva. Per queste vicende la Sardegna dovette pagare un alto prezzo. Non soltanto per le migliaia di posti di lavoro perduti, ma perché l’avvento e l’espansione dell’industria petrolchimica sospinsero lo sviluppo dell’isola lungo un corso che probabilmente non era il più razionale né il più produttivo.

Non pare che possano sussistere dubbi sul fatto che la vicenda della SIR, durata poco meno di 20 anni, abbia influito pesantemente sul complessivo stato della Sardegna e che abbia contribuito a determinare gli sviluppi futuri. Nino Rovelli portò in quest’isola, oltre alle raffinate alchimie del petrolio, anche lo spregiudicato spirito d’avventura di certo capitalismo italiano. In Sardegna giunsero i contraccolpi di quella che fu chiamata guerra della chimica che allora opponeva l’un l’altro i maggiori gruppi petrolchimici che erano l’ENI, la Montedison e la stessa SIR. Sarebbe stato ragionevole che questa contesa si svolgesse sul naturale terreno industriale, cioè sul piano della concorrenza per la conquista dei mercati, così come sarebbe stato ragionevole che ciascuno dei contendenti si scegliesse un settore produttivo diverso da quello degli altri: non vi sarebbe più stato motivo di conflitto. Accadde, invece, che tutti producessero di tutto. In realtà, la materia principale della contesa non era tanto la conquista degli spazi di mercato, quanto l’ottenimento del denaro che lo Stato elargiva liberamente a titolo d’incentivo alle industrie che operavano nelle regioni meridionali. Guerra che era dunque industriale, ma anche finanziaria e politica! Ciascun gruppo ebbe i suoi padrini che gli garantivano denaro e generali condizioni di favore. L’industria petrolchimica, per la sua particolare natura, era condannata a crescere di continuo, a espandersi incessantemente, a dotarsi senza sosta di nuovi impianti. Questo avveniva per diversi motivi: sia per la riduzione dei costi di produzione, e poi per il procedere della ricerca rinnovata di continuo per stare al passo con un mercato in grande fermento. Nel caso della SIR vi era un ulteriore stimolo alla crescita: il fatto che il gruppo non disponesse in misura sufficiente di capitali propri, e fosse perciò costretto, per la propria attività e sopravvivenza, a contare sul denaro pubblico. Ma, perché questo flusso finanziario non si interrompesse, era necessario che il gruppo industriale continuasse ad ingrandirsi e a costruire nuovi impianti.

Rovelli e i suoi uomini non ebbero difficoltà a escogitare un metodo efficace per assicurarsi la continuità dei finanziamenti. Poiché gli incentivi erano tanto più consistenti quanto più piccole erano le società che ne beneficiavano, era sufficiente che la SIR venisse frammentata in una miriade di società figlie. Ad esempio, se vi era da avvitare una vite, era sufficiente che si costituisse una società produttrice delle viti ed eventualmente un’altra che provvedesse all’avvitatura. Un paradosso ma non lontano dalla realtà, come si potrebbe essere indotti a credere. I numeri parlano chiaro: dallo sbarco in Sardegna, dopo pochi anni, le società germogliate dal ceppo della SIR erano almeno 67, e nel 1979, nei giorni del naufragio, quando si fecero i dovuti inventari, si giunse a contarne 205! La SIR s’insediò, oltre che a Porto Torres, anche ai margini di Cagliari, ampliando e consolidando il sostanziale dominio di Rovelli sulla Sardegna, dove riuscì ad assicurarsi, insieme al favore pressoché unanime dei politici e alla loro docile acquiescenza, anche il possesso dei due giornali sardi e persino della squadra di calcio del Cagliari. Un impero mosso da una voracità insaziabile che non conviveva con altre attività economiche (vedi agricoltura), che gli avrebbe sottratto almeno una parte del denaro del quale aveva continuo bisogno. Pochi, allora, parvero rendersi conto del fatto che in tal modo l’economia della Sardegna venisse avviata alla sostanziale condizione della monocultura. La SIR già nel 1965 assorbiva quasi tutto il denaro di provenienza pubblica speso per l’isola e in gran parte destinato all’attuazione del Piano di rinascita. Bisogna precisare che non tutto il denaro veniva impiegato per alimentare o per far crescere gli impianti industriali: una parte doveva esser destinata a quelle che si potranno definire opere di propiziazione politica. In concreto, veniva usato per compensare gli autorevoli padrini della loro protezione.

Ma l’avventura petrolchimica non influì soltanto sull’economia sarda e sul suo orientamento produttivo; un’influenza forse non minore esercitò sull’assetto demografico dell’isola poiché determinò una crescita impetuosa dei centri nei quali sorgevano i nuovi impianti. Così accadde a Porto Torres, che nel giro di pochi anni raddoppiò la sua popolazione. Lo stesso avvenne ad Assemini. E vennero infine gli anni del declino, dovuto in qualche misura a grandi vicende internazionali e all’aumento del prezzo del petrolio, ma principalmente all’incontrollato crescere dei debiti che pesavano sul gruppo. Il definitivo naufragio si compì nel luglio 1979, quando Rovelli si piegò alla resa, sottoscrivendo un accordo che consegnava la SIR e quanto le apparteneva a un consorzio di banche creditrici. Poi una stupefacente vicenda giudiziaria di dubbia trasparenza sancì una prodigiosa inversione di ruolo, per cui Rovelli, da debitore che era, divenne creditore e l’IMI, da creditore si mutò in debitore, pagò un migliaio di miliardi agli eredi dell’ingegnere morto nel frattempo. L’epilogo non fu lieto per la Sardegna, che in breve tempo vide sgretolarsi il vasto dominio della SIR. Il meglio degli impianti industriali divenne proprietà dell’ENI e il resto fu venduto a prezzo vile o lasciato in abbandono. Sulla modesta parte rimasta attiva grava da quei giorni la minaccia della definitiva chiusura. Gran parte dei dipendenti fu costretta a vivere per anni in quel limbo mortificante che è la cassa integrazione, altri andarono a lavorare in luoghi, il Nord Africa, i paesi del Golfo Persico, dove potevano mettere a frutto l’esperienza acquisita. In Sardegna restava un pesante carico di rottami e di amarezza, oltre al bisogno di aprire nuovi spiragli alla speranza.

Non si sa con certezza se esiste un nume, un santo o qualunque entità celeste si voglia, cui sia affidato l’incarico di proteggere l’industria in Sardegna, ma è certo che, se davvero esiste, per distrazione o svogliatezza ha mancato il larga misura al suo compito. Forse vi sono altri modi di spiegare la scarsa fortuna che l’industria ha avuto in quest’isola. Sta di fatto che, comunque siano andate le cose e a chiunque sia da addebitare il loro corso non proprio felice, in ogni parte della Sardegna sono numerosi gli s
tabilimenti industriali defunti, da lungo tempo alcuni, più di recente altri, oppure agonizzanti o in cattivo stato di salute. Eppure vi fu una stagione, neppur molto breve, nella quale a credere fermamente che la Sardegna fosse avviata ad un prospero futuro industriale furono molti. Più d’ogni altro parvero crederlo coloro ai quali era affidato il governo della Regione, o almeno il compito di dare attuazione pratica ai suoi orientamenti politico-economici. Già nel 1959 la Regione Sardegna diffuse un "invito agli investimenti sull’isola", con leggi che si proponevano di incoraggiare e favorire il sorgere e lo sviluppo di attività industriali. In tal modo s’intendeva richiamare l’attenzione degli operatori sulle possibilità di sviluppo economico che la Sardegna offre e sulla convenienza dell’iniziativa privata.

La Regione, in sostanza, offriva, se non proprio ponti d’oro, una comoda strada lastricata di consistenti manciate di denaro agli imprenditori disposti a far sorgere in Sardegna i loro stabilimenti. In diversi luoghi dell’isola, a Cagliari, a Porto Torres, a Villacidro, a Porto Vesme e ancora altrove, furono istituiti aree industriali e nuclei di sviluppo industriale, dove, in linea teorica, avrebbero potuto trovare, a prezzi bassi, tutto ciò di cui potevano aver bisogno, dalle strade alle aree edificabili, ai servizi fondamentali. Non sarebbe mancata neppure l’energia elettrica, che alle industrie è indispensabile. Perché ve ne fosse in abbondanza la Regione per prima cosa costituì, nel 1953, l’Ente Sardo per l’Elettricità che assorbì tutte le centrali e le reti private esistenti in Sardegna. A Porto Vesme, dove già ne esisteva una di dimensioni modeste e di età avanzata, una nuova grande centrale termoelettrica sarebbe stata alimentata dal carbone delle miniere del Sulcis, i cui pozzi erano proprio lì a un passo, ed avrebbe prodotto energia in grandi quantità e a prezzo bassissimo. Ve ne sarebbe stata più di quanta ne occorresse alla Sardegna intera e agli impianti industriali che vi sarebbero sorti, tanto che, per esportarla in altre regioni, fu costruito un elettrodotto che attraversava tutta la Sardegna e poi la Corsica per raggiungere infine la costa della penisola.

Ma le cose andarono molto diversamente da come s’era previsto che andassero: la nuova centrale non utilizzò un solo chilogrammo di carbone Sulcis; l’energia elettrica fu prodotta in quantità molto minori e venduta a un prezzo sensibilmente più alto. L’elettrodotto, poi, non servì per esportare energia, ma per importarne. Tuttavia, le promesse della Regione restavano pur sempre allettanti; l’invito rivolto agli imprenditori perché venissero ad investire in Sardegna non restò dunque inascoltato.

Vennero in molti imprenditori o aspiranti tali, di varia provenienza, ma i più erano lombardi, piemontesi ed emiliani con progetti affidabili. Alcuni, dopo una prima perlustrazione e dopo aver valutato le reali possibilità di operare con successo, o comunque con risultati in qualche misura soddisfacenti, se ne andarono. Altri, più audaci o meno avveduti, o anche più inclini all’avventura, rimasero. A pochi accadde di restare soli, poiché i più non ebbero difficoltà a trovare chi li guidasse nei tortuosi itinerari della burocrazia e della politica regionale. Si andava formando una nuova classe sociale: avvocati, commercialisti, esperti non si sapeva bene di cosa, faccendieri. In quegli anni si vide di tutto. Vi fu chi trasferì in uno stabilimento frettolosamente costruito in Sardegna vecchi macchinari che poi ebbero ben poche occasioni di funzionare, oppure restarono sempre inoperosi. Vi fu anche chi ottenne consistenti finanziamenti per mettere in piedi una fabbrica di prodotti plastici; la fabbrica, poi, non fu mai costruita, e tuttavia assicurò benefici apprezzabili ad alcuni personaggi politici, ai quali l’imprenditore mancato fece avere somme di denaro non proprio esigue, a titolo, si disse, di contributo alle spese elettorali! Ma le grandi attese e il clima avventuroso di quella stagione non si tradussero in vantaggi concreti per la Sardegna. Tanto è vero che in quegli stessi anni andò aumentando il numero dei disoccupati, sebbene l’emigrazione allontanasse dall’isola un gran numero di lavoratori: nel corso del decennio 1961-1971 emigrarono quasi 200mila sardi. Chi si attendeva grandi prodigi dal fiorire dell’industria in Sardegna, ritenuto imminente se non già in atto, aveva buon motivo d’esser deluso. Nuove speranze si accesero nel 1962 con la definitiva approvazione del Piano di rinascita, che all’industria destinava buona parte del denaro.

È certo che il Piano di rinascita non valse ad avviare in Sardegna l’autonomo processo di sviluppo che era nelle aspettative di chi lo aveva elaborato e ne dirigeva l’attuazione, né a ridurre la distanza che, soprattutto sul piano economico, divideva quest’isola dalle regioni più fortunate e prospere. Non restò tuttavia privo di effetti apprezzabili per altro verso, non foss’altro perché stimolò e sostenne la maturazione democratica, culturale e civile di una parte almeno della classe dirigente politica regionale. La Regione, in effetti, non tardò ad assumere il ruolo attivo che istituzionalmente le spettava; si dotò di un Assessorato alla Rinascita e di un Centro di programmazione che poteva far conto sull’opera di un gruppo di intellettuali e di studiosi che avevano una visione sufficientemente chiara della Sardegna e delle vie che il suo sviluppo avrebbe dovuto percorrere. Non mancavano neppure le forze politiche che premevano per un radicale rinnovamento dei metodi e degli obiettivi dell’azione regionale. A Sassari prima e Nuoro poi, gruppi di giovani si erano sostituiti ai vecchi notabili nella gestione interna dei partiti.

La chiamavano la politica di "contestazione", nei confronti del governo centrale: politica che non comportava un’aperta ribellione ai poteri dello Stato, ma la rivendicazione delle prerogative che lo Statuto speciale attribuiva alla Regione e un preciso impegno, da parte degli organi di governo, a superare le condizioni di arretratezza e di depressione che pesavano sulla Sardegna.

Gli organi centrali dello Stato e le forze politiche che in seno ad essi prevalevano, manifestavano le loro radicate tendenze centralistiche e la scarsa considerazione nella quale tenevano l’autonomia della Regione Sarda e la sua politica di rinascita. Sotto il premere del malcontento e dell’inquietudine che ribollivano nell’isola, e in particolare nelle sue zone interne, il Consiglio regionale, guidato da Giovanni Del Rio, indisse una giornata di protesta contro Governo e Parlamento. Ovunque si tennero affollate assemblee, furono pronunciati discorsi aspramente critici nei confronti del Governo. In quell’occasione gli organi d’informazione radiotelevisiva, monopolio RAI, negarono il permesso di divulgare un messaggio a tutti i sardi dai microfoni di Cagliari, da parte del Presid
ente della Regione. Così la politica di contestazione si trasferì dalle sedi istituzionali alle piazze, dai politici alle masse popolari: i moti di protesta che in quegli anni agitarono buona parte della Sardegna non valsero a produrre consistenti risultati concreti. Il Piano di rinascita, che nel 1974 sarebbe stato rinnovato e dotato di nuovi fondi, continuò il suo cammino incerto fra buoni propositi e innumerevoli impacci paralizzanti: la svogliatezza o l’aperta avversione di buona parte della classe dirigente politica, l’abnorme ingrossarsi di una burocrazia regionale sempre più tarda, smarrita nell’intrico di procedure vanamente complicate.

La trasformazione della Sardegna, il suo graduale accostarsi alla pienezza della modernità, non ebbe un corso univoco né fu un processo massiccio che potesse essere chiaramente percepito. Seguì, invece, cento vie diverse che furono percorse sommessamente, con moto discontinuo. Di giorno in giorno mutavano le condizioni materiali della vita, i rapporti nella società, le consuetudini, i modi di pensare. I paesini persi nella solitudine delle campagne cessavano d’essere le comunità chiuse entro i propri confini che erano sempre state, per aprirsi a contatti via via più stretti e frequenti con l’esterno, con i paesi contigui e con quelli più lontani, con le stesse città, dalle quali li divideva una distanza che andava per gradi decrescendo. Ciascun sardo disponeva di beni e di strumenti ai quali fino a quei giorni non si era potuto accostare: la motocicletta e l’automobile, il televisore che portava dentro casa le voci e le immagini d’un mondo lontano e d’una vita diversa, la lavatrice che riscattava le donne dalla schiavitù del bucato nell’acqua gelida d’un fiume o delle vasche d’un lavatoio pubblico. Per soddisfare le necessità quotidiane non si ricorreva più agli scambi, ma si faceva uso del denaro, del quale non v’era più la penuria d’un tempo: in un solo anno fra il 1967 e il 1968, in Sardegna, fra tutte le regioni d’Italia, si registrò il maggior aumento del reddito per abitante, che fu del 10%. Certo, chi era ricco, ricco restava, e chi era povero continuava ad esserlo, benché un po’ meno di un tempo, ma la differenza fra gli uni e gli altri s’era in qualche misura attenuata. E cambiavano i consumi, alimentati in misura sempre minore da quel che la famiglia era in grado di produrre e sempre di più da quel che, prodotto industrialmente, poteva essere comprato in ogni negozio. Era anche questo, pur apparentemente marginale, un fenomeno che esercitava in qualche modo una funzione di livellamento sociale.

Ma vi era di più, poiché la più vasta azione della scuola, il diffondersi dei mezzi d’informazione, dalla radio e dalla televisione ai giornali, la stessa propaganda delle forze politiche, la conoscenza e la frequentazione d’altri luoghi (si pensi agli effetti dell’emigrazione), avevano determinato un sensibile innalzamento del generale livello culturale e suscitato nuove capacità di riflessione, una nuova consapevolezza e nuove attitudini critiche in fasce sociali di ampiezza crescente. Ora accadeva più facilmente che anche l’operaio, il contadino, il pastore, avessero una nozione precisa del divario fra le proprie esigenze o aspettative, fra i propri diritti e la realtà di fatto. Ne derivava una minore inclinazione alla rassegnazione inerte, che non fu fenomeno di lunga durata ma valse a trasferire nelle piazze, e tra le masse popolari, un moto corale di protesta e di aperto conflitto contro lo Stato, avviato non senza cautela dalla Regione. Avvenne così che un gran numero di paesi, soprattutto nelle aree più interne della Sardegna, furono teatro, fra il 1968 e il 1969, di sollevazioni che in qualche caso furono represse dalle forze di polizia. Nel luglio 1968, Cagliari fu invasa da un migliaio di pastori che, venuti da ogni parte con le loro greggi, chiedevano che la Regione intervenisse per mettere rimedio alle conseguenze d’una rovinosa siccità. In particolare chiedevano, e ottennero soltanto in modesta misura, che venissero ridotti di due terzi i canoni d’affitto dei pascoli e che fossero annullati i debiti contratti per l’acquisto di mangimi. A Orgosolo, dove fu deposta anche la giunta comunale, a Orune, ad Alà dei Sardi, a Bono, la folla invase ed occupò il municipio; nei paesi della Baronia (Orosei, Onifai, Galtellì, Irgoli e Loculi) fu organizzata una marcia da Onifai sino al ponte sul Cedrino: vi parteciparono 5mila persone. Nei giorni seguenti tutte le strade d’accesso a Orosei furono bloccate con barricate improvvisate: chi voleva entrare nel paese o uscirne poteva farlo solo a piedi. Accadde altrettanto a Mamoiada, a Torpè, a Posada, a Ollolai e in molti altri paesi. A Orotelli furono i giovani a promuovere una marcia di protesta. Quella stagione d’inquietudine e di tumulti culminò nelle giornate di Pratobello che nella primavera del 1969 videro gli abitanti di Orgosolo, in testa le donne, opporsi alle forze militari alle cui manovre quella vasta area di pascoli era stata destinata.

Fin qui si è tentato di ricordare, sia pure in modo frammentario, come la Sardegna si sia venuta trasformando nel corso di questi ultimi 50 anni. Dopo aver esaminato questo processo si deve, in sostanza, trovare una definizione o tracciare un’immagine complessiva di ciò che abbiamo oggi. È impresa di grande difficoltà. La realtà sarda attuale non sembra ammettere una definizione univoca, né può essere raccolta in una immagine compatta e coerente. È una realtà complessa, segnata da profonde diversità e da innumerevoli contraddizioni. Si potrebbe persino immaginare che la Sardegna abbia cessato d’essere un’unica isola per diventare un diversificato arcipelago. Si trovano aree opulente nelle quali il denaro scorre abbondante e si moltiplica nell’intrecciarsi di grandi affari, ed altre di povertà desolata. Un impaziente tendere al rinnovamento, all’innovazione; e il tenace aggrapparsi al passato, alla tradizione. Coraggiosi e talvolta fortunati tentativi di costruire un futuro meno gramo; e l’adagiarsi in una decadenza rassegnata e inerte. In questa Sardegna frammentata e diseguale hanno pari diritto di cittadinanza così Renato Soru e Tiscali, come lo sparuto gregge errante e il suo pastore. Non sembra irragionevole supporre che questo stato di cose sia stato determinato dal fatto che la trasformazione della Sardegna, la sua modernizzazione si sia compiuta al di fuori d’un progetto unitario, sotto la spinta di forze disparate. L’unico tentativo di avviare lo sviluppo di quest’isola verso uno sbocco definitivo (il riferimento evidente è al Piano di rinascita) non fu probabilmente inefficace, ma sicuramente produsse risultati diversi da quelli attesi.

Il luogo comune dice che in Sardegna sembra essere mancata la forza unificante di una classe dirigente che non soltanto unisse al potere autorità e prestigio, ma che fosse in grado anche di produrre idee e progetti. Ma il compito di promuovere lo sviluppo economico e il progredire della vita sociale della Sardegna non era stato istituzionalmente attribuito alla Regione? La risposta a questo quesito conduce alla constatazione del fatto che la Regione è venuta meno a questo e a non pochi altri dei suoi compit
i. Avrebbe dovuto garantire alla Sardegna un ampio margine di autonomia: è accaduto invece che il grado di dipendenza della Sardegna sia aumentato in larga misura. Avrebbe dovuto ridurre la distanza che divide i cittadini dal potere politico e istituzionale, in concreto: dallo Stato. Dello Stato ha invece ripetuto tutti i vizi, dalla tendenza all’accentramento a un uso del potere ottusamente arrogante. La Regione di quei tempi, persa ogni capacità, ha rinunciato ad ogni proposito di progetto e promozione in direzione dello sviluppo della Sardegna; ha conservato come propria funzione principale l’erogazione delle risorse finanziarie, in larga parte di provenienza esterna (Unione Europea e bilancio dello Stato). E a questa funzione, che favorisce il consenso elettorale da parte di chi detiene il potere, assolve con un modestissimo grado di efficienza e di rigore. In questo stato di cose non sarebbe facile, a chi non possiede virtù divinatorie, dire per quale strada, e verso quale obiettivo, si sia incamminata quest’isola. Certo è che, se la Sardegna non è immobile e inoperosa, se anzi vi si moltiplicano iniziative e attività, a doverne essere ringraziata non è la Regione.

 

* tratto dal libro "Occhi e Cuore al di là del mare"

 

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