Tottus in Pari, 247: Sarda Tellus sugli scudi

La giornata di studi, in una delle sale congressi dell’Hotel NH Marina (già conosciuto dai delegati del Congresso della FASI del marzo 2002), organizzata dal circolo "Sarda Tellus" in collaborazione con la FASI e con la Regione Autonoma della Sardegna (Assessorati del Lavoro e della Pubblica Istruzione) nell’ambito del progetto regionale della Settimana Sarda a Genova, si è configurata come celebrazione de "Sa Die de sa Sardigna" da parte dei  17 circoli sardi della circoscrizione nord-ovest. Dopo l’introduzione di Tonino Mulas, presidente della FASI, e dopo i saluti di Virgilio Mazzei, che è stato presidente della "Sarda Tellus" negli ultimi 13 anni, e di  Giuseppina Carboni, che da poco gli è subentrata  alla guida del sodalizio, sono stati letti i messaggi del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, e dell’Assessore del Lavoro della Regione Sardegna, Maria Valeria Serra (che non ha potuto presenziare a causa delle difficoltà dei collegamenti aerei utilizzabili in giornata tra Cagliari e Genova). Italo Birocchi (docente di Storia del diritto medievale e moderno nell’Università La Sapienza di Roma) ha illustrato magistralmente il percorso storico che ha portato la nostra isola dall’autonomia del Regnum Sardiniae alla "sarda rivoluzione" di Giovanni Maria Angioy. Nel triennio rivoluzionario 1793-1796 irruppe nella storia un nuovo soggetto, la "nazione sarda", che presenta una ben determinata identità  (derivante dalle relazioni costruite attraverso la storia).  In quanto definibile come popolo (secondo l’insegnamento degli studiosi francesi, ben conosciuti dagli intellettuali sardi dell’epoca, tutti di formazione giuridica), anche quello sardo ha caratteri naturali propri ed è dotato di propri modi di vita. In Sardegna esistono leggi fondamentali che impegnano, secondo la logica del contratto, da una parte il popolo ma dall’altra anche il sovrano;  esistono regole che non possono essere modificate unilateralmente: il diritto fissa il vissuto storico della vita di un popolo. In Sardegna  la "Carta de Logu" di Eleonora d’Arborea ha  introdotto delle regole fattesi consuetudine che non possono essere messe in soffitta. La "nazione sarda" che si affaccia alla ribalta della storia può vantare  esperienze importanti nel campo dell’autonomia (parlamento ed istituzioni), non è rimasta sorda alle idee progressive circolate nei decenni precedenti (grazie all’istituzione delle due Università) ed è in grado di dare voce alle istanze di autonomia, intesa in senso moderno. Queste si esprimono in un anelito alla liberazione innanzitutto dal giogo feudale (le collettività  firmano contratti solenni contro i feudatari) e rappresentano, dal punto di vista filosofico, l’inveramento della concezione kantiana  che uno Stato non è un patrimonio, un oggetto, una cosa. Anche in Sardegna si comprende che esso è un soggetto, autonomo, di storia e di diritti. Aldo Accardo (docente di Storia moderna nella Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari e presidente della Fondazione "Giuseppe Siotto") ha svolto una relazione che, partendo dalla restaurazione sabauda  successiva al fallimento della "sarda rivoluzione",  è giunta ad analizzare il significato della "fusione perfetta" (1848)  della Sardegna col Piemonte, riferendosi in particolare alla posizione di Giovanni Battista Tuveri. Dal 1796 al 1848 nell’isola si verificano alcuni processi importanti: un lento cambiamento che attiene alla sistemazione della terra (modernizzazione del sistema agrario); un deperimento delle istituzioni del "Regnum Sardiniae" (dopo la "fusione perfetta", per esempio,  in Sardegna non c’è più il viceré); un notevole risveglio culturale sardo. Le opere di carattere storico dei vari Pasquale Tola, Pietro Martini, Vittorio Angius, barone Giuseppe Manno hanno fatto conoscere la Sardegna e la sua storia  ed hanno dato vita alla linfa culturale da cui è scaturito il pensiero autonomistico sardo, nonostante il fatto che esse esprimessero giudizi negativi su tutta la "sarda rivoluzione" di fine Settecento. Lontana da questi autori  è comunque l’idea di tradurre in termini politici questa "scoperta della Sardegna". Anche Giovanni Battista Tuveri (secondo il quale senza la "fusione" la Sardegna sarebbe rimasta nel Medioevo, ma che poi fu anche critico del ruolo accentratore del nuovo Stato), dovendo scegliere tra la politica e la morale, predilige la seconda.  Questa etica della politica si collega a una forte istanza filorepubblicana  (la monarchia è la madre di tutti i privilegi) ma si traduce anche in una visione preveggente dell’autonomia: la soluzione dell’arretratezza sarda  può avvenire solo nel contesto di un nuovo Stato nazionale che si faccia carico di altre situazioni consimili. Tito Orrù (docente dell’Università di Cagliari  e direttore del "Bollettino bibliografico della Sardegna")  ha ripercorso l’idea autonomistica in Sardegna e la legislazione speciale dal 1848 al 1914 attraverso le figure di Giorgio Asproni, Francesco Cocco Ortu, Egidio Pilia, Angelo Corsi. Le statistiche del periodo preso in esame collocano la Sardegna come fanalino di coda  dal punto di vista economico e sociale (le inchieste parlamentari documentano questo fatto). Di qui nasce l’idea, anch’essa nel solco della concezione autonomistica,  che l’isola debba essere "protetta". Giorgio Asproni combatte con coerenza, sempre da posizioni minoritarie, la sua battaglia a favore della Sardegna (isola natale che egli aveva sempre nel cuore). Il "valido affermatore" dei diritti della Sardegna (come lo ha definito Sebastiano Satta)  esercita fino in fondo il diritto che il popolo sardo gli ha dato. Francesco Cocco Ortu è dell’idea che solo stando nella stanza  del "principe" si possono operare trasformazioni: in 50 anni di attività parlamentare fu tre volte ministro. Per lui la rinascita della Sardegna deve basarsi sullo sviluppo economico (con piccole leggi introduce cambiamenti nel credito, nel campo dell’istruzione, disposizioni per  favorire la realizzazione di bonifiche e di dighe). I sardisti  come Pilia e Corsi hanno preso lezione dai precedenti esponenti della cultura sarda. Per Orrù è molto importante il primo congresso (Roma, Castel Sant’Angelo, maggio 1914) degli emigrati sardi che, dalla loro esperienza professionale in continente, si sentivano autorizzati a formulare proposte per rimediare ad alcuni ritardi storici della Sardegna. Salvatore Cubeddu (direttore della Fondazione Sardinia e storico del sardismo) ha tratteggiato le figure di Attilio Deffenu, Emilio Lussu, Francesco Fancello, Camillo Bellieni nella ricostruzione del legame tra interventismo e movimento dei combattenti e della nascita del sardismo. Deffenu  (Nuoro 1890- Fossalta di Piave 16 giugno 1918), esponente socialista, nella sua intensa attività pubblicistica fa riemergere periodicamente il tema della "Sardegna nazione". Critico dei dazi doganali che obbligavano la Sardegna a comprare tutto dalle regioni del Nord, vedeva la questione sarda all’interno della questione meridionale. Volontario in guerra, incaricato di dare motivazioni ai combattenti sardi, morì in combattimento a 28 anni. Francesco Fancello, laureato in giurisprudenza, combatte nella prima guerra mondiale come ufficiale degli Arditi e viene decorato con due medaglie. Tra i fondatori del PSd’Az., durante il fascismo si ritira a vita privata ma tiene i contatti c
on  "Giustizia e Libertà":  per questo conosce dal 1930 carcere e confino. Dopo l’8 settembre 1943 partecipa all’organizzazione del Partito d’Azione e in seguito entra nel PSI collaborando con Sandro Pertini. Emilio Lussu  trascorre 41 mesi come ufficiale della  Brigata "Sassari". Dopo la fine della guerra si batte perché vengano mantenute le promesse fatte ai sardi  per invogliarli a combattere. Tra i fondatori del P.S.d’Az., è dell’idea che sui campi di battaglia si è forgiata una nuova classe dirigente sarda che deve trovare spazio per governare i destini dell’isola. Camillo Bellieni non solo è tra i fondatori del PSd’Az. ma è il vero ideologo del sardismo. Dopo la guerra la Brigata "Sassari" va sciolta perché è nata per combattere contro lo straniero non contro gli operai torinesi. A lui interessa come organizzare politicamente i combattenti  e come nell’immediato dopoguerra devono essere curati gli invalidi di guerra, come devono essere date le pensioni di guerra e devono essere distribuite le terre i contadini secondo le promesse fatte. Con Bellieni (autore anche di un importante testo in materia di federalismo)  il PSd’Az. cerca di far proseliti nelle altre regioni d’Italia dove  ci sono le altre masse di ex combattenti. Cubeddu ha raccontato le complicate vicende del congresso sardista  di Nuoro che si svolge nello stesso giorno in cui  avviene la marcia su Roma e il percorso attraverso il quale accanto ai combattenti, a Cagliari, sfilano i gagliardetti del sardo-fascismo (argomento al quale è stato dedicato un convegno a Cagliari nel novembre 1993 e i cui atti sono stati curati proprio da Cubeddu per le edizioni della Fondazione Sardinia). Antonio Simon Mossa (Padova 1916- Sassari 1971), architetto, politico, giornalista, poeta e scrittore, è stato un importante esponente dell’indipendentismo sardo.  Federico Francioni  (docente di storia e filosofia, pubblicista), analizzando "il sardismo nel secondo dopoguerra in Italia: la linea autonomista e la variante indipendentista", ha incentrato la sua trattazione sulla figura non molto conosciuta di questo intellettuale polivalente, facendo riferimento sia ai risultati delle sue ricerche nell’archivio privato di Simon Mossa sia  alle acquisizioni scaturite dal primo convegno internazionale di studi  (tre giornate, 53 relatori)   a lui dedicato e i cui atti sono stati pubblicati proprio per le  sue cure (titolo del volume: "Dall’utopia al progetto"; oltre 600 pagine, edizioni Condaghes). Gli interventi degli storici sono stati conclusi da Manlio Brigaglia (docente di Storia contemporanea nell’Università di Sassari) con una relazione su "La Sardegna nel secondo dopoguerra – dal Nuovo Statuto al Piano di Rinascita: il contributo al dibattito autonomista di Emilio Lussu, Renzo Laconi, Paolo Dettori". Brigaglia ha ricordato che Paolo Dettori, morto a soli 48 anni, collegava  l’autonomismo regionale (della Sardegna e delle altre regioni consimili)  al grande organismo nazionale. Fu aperto al dialogo con gli altri movimenti. Durante la presidenza Dettori  la Regione sarda diede vita alla politica "contestativa" nei confronti dello Stato, che culminò con una manifestazione pubblica dei sindaci e degli amministratori sardi. Lo Stato doveva rispettare le promesse, i fondi del Piano di Rinascita dovevano essere considerati aggiuntivi, non sostitutivi. Non a caso all’epoca i cittadini avevano rispetto della Regione come se fosse lo Stato. L’autonomia per Dettori è autocoscienza ed è soprattutto responsabilità. Di Lussu Brigaglia ha messo in evidenza uno scritto sul federalismo (istanza che però egli non riscontrava dentro la Costituente) e i duri giudizi sullo Statuto speciale della Sardegna, molto più arretrato di quello concesso alla Sicilia e somigliante ad esso come un gatto somiglia a un leone. Renzo Laconi fu un protagonista dei gruppi di lavoro che materialmente prepararono il testo della Costituzione italiana nell’ambito dell’Assemblea Costituente. Agli inizi antiautonomista, scrisse una storia della Sardegna sub specie dell’autonomia. Mentre per Lussu il popolo sardo è unito, per Laconi questa unità la si può porre solo come una conquista. In chiusura dei lavori del convegno l’on. Mauro Pili, deputato alla Camera, già presidente della Regione, ha collegato le istanze dell’autonomia al dibattito attuale sul federalismo. L’autonomia non va solo proclamata ma bisogna esercitarla; occorre meno protesta e più proposta. Lo Statuto va attuato ma bisogna tener conto che in esso manca la parola "Europa", istituzione sovranazionale che  di fatto ha cancellato tutto quello che pure lo Stato aveva assicurato. La visione autonomistica deve essere inquadrata nel contesto nazionale e soprattutto europeo. In generale si pone oggi il problema  di misurare i numeri, di misurare il divario (la Sardegna deve avere tutto quello che le spetta!). In  questa direzione  l’on. Pili ha illustrato (così come aveva fatto il giorno precedente ai componenti dell’esecutivo nazionale della FASI e ai rappresentanti delle Federazioni della Svizzera, della Germania e del Belgio) la mozione, di cui è primo firmatario, sull’insularità e sulla continuità territoriale: il concetto essenziale è quello di impegnare il Governo "a fare in modo che la determinazione della tariffa massima ammissibile tenga conto del principio di riequilibrio legato alle condizioni insulari della Sardegna applicando le condizioni più favorevoli del parametro del costo ferroviario". In passato si è sbagliato nel parlare di tariffe agevolate,  bisogna  riferirsi a tariffe di riequilibrio che devono valere per i sardi residenti, per i sardi emigrati ma anche per tutti cittadini europei che vogliono raggiungere la Sardegna (è un danno per la Sardegna se non c’è convenienza del costo del biglietto per andarci!). Pili ha auspicato che la sua proposta  possa ricevere  il sostegno della più ampia massa di sardi (residenti ed emigrati) interessati.

Paolo Pulina

 

SALVAGUARDARE IL SERVIZIO TIRRENIA DA GENOVA E LA CORSIA PREFERENZIALE

L’APPELLO DELLA F.A.S.I.

APPELLO PER: ALTERO MATTEOLI, MINISTRO DEI TRASPORTI; MAURO PILI DELLA COMMISSIONE TRASPORTI;  FRANCO PECORINI, AMMINISTRATORE DELEGATO TIRRENIA

1) La FASI, Federazione delle Associazioni Sarde in Italia, con i suoi 70 circoli associati e i suoi 19.000 iscritti, in rappresentanza di 300.000 sardi residenti nella penisola e delle loro famiglie, esprime la preoccupazione per la situazione attuale della Tirrenia. In particolare chiede che, fino a quando questa società continuerà il servizio per la Sardegna, sia garantita la tratta Genova – Porto Torres, spina dorsale del trasporto Europa / Nord Italia / Sardegna. In particolare è questa la linea utilizzata prin
cipalmente dagli emigrati di tutte le regioni del Nord e dei paesi europei (Francia, Svizzera, Belgio, Germania, Olanda: 100.000 sardi iscritti all’AIRE). È questo un servizio, dunque, di alto valore sociale.

2) La Federazione dei circoli sardi in Italia dalle storiche mobilitazioni degli anni 76/78 presso il porto di Genova, ha seguito sempre con attenzione la questione cruciale dei trasporti. I circoli dei sardi per 30 anni hanno istituito nelle loro sedi un servizio fondamentale di bigliettazione (rivolto non solo ai propri iscritti, ma "erga omnes") e hanno emesso, tramite un’agenzia di riferimento, centinaia di migliaia di biglietti. Nell’ambito di questo servizio, il sottosegretario ai trasporti Giovanni Nonne e l’amministratore Pecorini fecero un accordo per l’istituzione della "Corsia preferenziale per gli emigrati sardi". L’accordo assegnava un numero minimo di passaggi, cabine e posti auto, ad una tariffa agevolata, per far fronte alle emergenze che si presentavano in alcuni giorni dell’anno, in particolare per quei lavoratori che godevano delle ferie in giorni obbligati.

3) Questa "Corsia preferenziale", sia pure con  numeri ridotti (in 30 anni le cose sono cambiate per via della concorrenza e per i cambiamenti strutturali nella composizione sociale dell’emigrazione), si è mantenuta fino ai giorni nostri. Chiediamo che venga conservata questa conquista storica, i cui costi oggi sono molto bassi (ma l’effetto psicologico per la bigliettazione nei nostri circoli è ancora grande).

4) Infine nella prospettiva della privatizzazione, chiediamo che nelle condizioni che il governo porrà, si tenga conto del recupero delle condizioni di svantaggio, oggi sancite nel nuovo Ordinamento Federale, con l’introduzione del riconoscimento dell’insularità, a livello teorico di principio riconosciuto dalla Comunità Europea e per la prima volta accolto dallo Stato Italiano, in una legge costituzionale.

Tonino Mulas (presidente FASI)

 

MUSICA, CULTURA, CONFERENZE ALLA KERMESSE DEL CIRCOLO DI OSTIA

LA SESTA EDIZIONE DELLE "GIORNATE SARDE"

La sesta edizione delle "Giornate Sarde" si è conclusa, dopo tre giorni di kermesse di musica, cultura, conferenze, produttività dedicata alla Sardegna. In questi tre giorni un fiume di persone venute da tutta la regione del Lazio oltre che da Ostia e Roma, hanno visitato l’intera manifestazione, dove hanno potuto vedere la migliore produzione dell’isola dall’artigianato alla parte produttiva e degustato una cucina particolare nel suo genere. Premesso questo, un capitolo a parte merita la parte culturale, dove abbiamo affrontato argomenti di prima nicchia come la conferenza sulla vita di Gian Maria Angioy tenuta dal Prof. Luciano Carta, il quale ha ripercorso e illustrato nella sua esposizione la vita e le gesta del personaggio Angioy, con una esposizione tale da appassionare tutti i numerosi presenti i quali alla conclusione hanno salutato il Prof. Carta con un lungo applauso. Il sabato mattina On.Gemma Azuni consigliere comunale in rappresentanza del comune di Roma ha ricordato il legame che lega le istituzioni del comune di Roma e della Provincia di Roma con i sardi e la Sardegna. La coordinatrice Dott.ssa Maria Antonietta Schirru dopo la sua presentazione della conferenza ha fatto leggere alcuni passi del libro a due alunne della scuola elementare che poi Giovanni Floris ha presentato e illustrato nei contenuti e significati il libro "La Sardegna di dentro la Sardegna di fuori" di Giacomo Mameli. Con aneddoti personali inerenti al libro ha descritto la diversità che c’è tra la gente comune e i facoltosi venuti da fuori .ma al di la di questo la Sardegna è della gente comune. L’autore del libro Giacomo Mameli ha evidenziato con alcuni esempi d’impresa le possibilità che la Sardegna di dentro ha per crescere e affermarsi al di fuori del proprio territorio. La parte culturale si è conclusa con la conferenza "Sardinia Insula vini" dove grazie alle cantine presenti: Cantine Argiolas, Cantina di Dorgali , Cantina Sociale di Dolianova, Cantina Sociale del Giogantinu, Cantina Gostolai, Cantina Sociale del Mandrolisai, Cantina del vermentino di Monti, Cantina Sociale di Monserrato, Cantina Il Nuraghe di Mogoro, Cantina di Oliena, Cantina Socialie dell’Ogliatra, – Cantina Antichi Poderi di Jerzu, Cantina Sardus Pater, Cantina Sella&Mosca è stata presentata la migliore produzione vinicola dell’isola. L’archeologo Prof.Mario Sanges nel suo intervento ha illustrato la storia e le caratteristiche della vite sarda dalla preistoria ad oggi. A conclusione della conferenza il Dott. Tonino Costa ha illustrato ai presenti con un percorso guidato i vini e i suoi accostamenti con i prodotti sardi con una degustazione di formaggi di vario tipo. I presenti entusiasti hanno gradito questo percorso e dell’esposizione, a conclusione di tutto che dire l’esibizione di Maria Giovanna Cherchi che ha entusiasmato con la sua musica avvolgente tutti i presenti, riscuotendo lunghi applausi. L’impegno del circolo per la prossima edizione sarà rivolto alla promozione, e alla conoscenza della nostra cultura e delle nostre tradizioni ad un pubblico sempre più vasto oltre che a rinverdire e rinsaldare i rapporti tra noi.

Maria Antonietta Schirru

 

INCONTRO CON PADRE TERESINO SERRA, A MILANO PER "SA DIE"

L’AMBASCIATORE ITALIANO PRESSO I POPOLI DEL SUD DEL MONDO

Mala tempora currunt. Qui in terra di padania e nel bel paese tutto. Basta dare un’occhiata ai decreti che si occupano di "sicurezza". O ai telegiornali coi barconi di migranti assetati (d’acqua e di libertà) che vengono rispediti nell’inferno libico dei campi di concentramento dalla nostra marina militare. Ma il nostro ministro della difesa non trova di meglio da fare che dichiarare guerra all’ONU nella figura di una delle sue più prestigiose agenzie (l’Unhcr, agenzia delle nazioni unite per i rifugiati, già premio Nobel per la pace). A dire della sua prosa fascista: "Non conta un fico secco". Che la campagna elettorale passi anche per queste amenità è ulteriore prova della barbarie culturale che ci governa. Questo La Russa nei manifesti di Milano chiede di essere votato per un posto a Strasburgo ben sapendo che mai si dimetterà per occuparlo, sopra il suo del resto solo un altro nome ben più roboante, ma con il medesimo intento: specchietti per le allodole (leggi il popolo sovrano). Ma così non fan tutti? (fin Di Pietro: il tr
ibuno della plebe che si vanta dei valori più specchiati). In attesa comunque che la deriva xenofoba compia il programma che si è dato nei bar della Brianza, che i posti sul metrò siano definitivamente ordinati per nascita e censo: prima i milanesi doc, poi i veneti, terzi i toscani, e così via fino ad arrivare ai sardi, che vivaddio votano anch’essi per gli alleati della libertà ma continuano a sventolare bandiere con dentro quattro teste di negri. Ultimi comunque quelli il cui colore non lascia dubbi di sorta. Che potrebbero essere anche clandestini, come le trecentomila badanti che Maroni si è impegnato a scovare e a processare ed espellere, una per una. Dovesse usare per questo ronde che busseranno casa per casa. A ricordare alle anziane novantenni che sono passibili del medesimo rischio, qualora non denunciassero le fuorilegge che fanno loro la spesa. (loro solo processate non espulse) E questa volta persino la chiesa ufficiale sembra scorgere l’orrore di una simile politica. Salvo naturalmente schierarsi per i candidati della libertà quando "il popolo" è chiamato a decidere del governo della nazione. L’ho detto a Teresino Serra, di Berchidda, superiore generale dei Comboniani, quando l’ho incontrato a Milano in occasione de "sa die de sa Sardigna": "Crederò davvero che il Vaticano sia schierato dalla parte degli umili e non dei potenti quando un comboniano sarà nominato Papa". Che questi comboniani sono diversi davvero. Chi ancora non conoscesse "Nigrizia",il loro periodico ora anche sul web e il gruppo di  padre Alex Zanotelli che lo dirige, non può dire di sapere cosa è la politica africana e quale sia l’impatto del nostro modo di vivere, occidentale, su quel miliardo di uomini e donne che popolano quel continente. Che siano le guerre decennali del Congo (Zaire) o le discariche brulicanti di affamati di Nairobi, la pulizia etnica praticata ai danni gli abitanti del Darfur, lì è sempre presente un padre comboniano. "Andiamo nei posti dove non vuole andare più nessuno", mi dice padre Serra. "E da quando, nel 2003, sono stato eletto a superiore generale dell’ordine è in quei posti che ho voluto si spostassero tutti i seminari, non senza dover vincere resistenze interne". "Erano gli anni ’50, la Sardegna del dopoguerra, niente acqua corrente nelle case, povere le abitazioni di contadini e pastori, quando alcuni sacerdoti vennero in paese a raccontarci le loro storie in terra di missione. Vi ho intravisto l’Avventura. Come me altri ragazzi sardi furono conquistati da quella possibilità di una vita totalmente diversa, affascinante". A Monserrato hanno titolato una piazza a don  Silvio Serri, uno di quei ragazzi, che fu ucciso in Uganda nel ’79: gli sbandati di Idi Amin, presidente padrone del paese erano in fuga dalle truppe tanzaniane e ammazzavano chiunque avesse un pur scassato mezzo di locomozione. Ha operato in America latina don Serra, ma anche nel Kentucky razzista, malvisto da bianche e neri per opposti motivi, per i primi era un traditore della razza, pei secondi era semplicemente… un bianco. E poi Kenia, Messico, Salvador. A portare parole di pace e a vivere la vita degli ultimi, i dannati di questa terra. Altro che uniformi sgargianti rilucenti di stellette e medaglie, questo prete di paese i gradi li ha scolpiti nell’anima. Ma è generale a tutti gli effetti (di 1750 sacerdoti e 1500 suore) e il suo ordine gode di un prestigio internazionale che non è secondo a nessuno. Che fierezza nel saperlo sardo, che commozione sentire la sua omelia in S. Ambrogio di Milano, sotto i mosaici policromi di un Cristo pantocratore altrettanto fiero di lui. Sentirgli raccontare di quei posti dove, quasi ogni settimana, per vendetta, gli facevano trovare un cadavere sotto l’uscio di casa. Mi scrive che è appena tornato dalle Filippine, da Manila , che non ha potuto finire "l’intervista" perché è dovuto correre al capezzale  di un anziano missionario che ha trascorso in Africa 48 anni, soprattutto in Sudan. So che non ne avrà a male se farò sapere anche a voi parte della sua lettera:"… i giornalisti siete dei seminatori… il seme buono si chiama verità di Dio e degli uomini di buona volontà. E bisogna continuare a seminare: qualcuno raccoglierà i frutti…". Confesso che qualche volta, dopo un intervento di Borghezio o Calderoli, davvero mi vergogno profondamente, e del consenso che acquisiscono continuamente presso un certo tipo di elettorato e dell’essere, come loro ahimè, cittadino di questo paese. Che pur è capace di crescere altri tipi umani, per fortuna: a Berchidda è conosciuto, mi scrive, come Bustieddu; che la Provvidenza ce lo conservi Teresino Serra, superiore generale dei Comboniani. Vero ambasciatore italiano presso i popoli del sud del mondo.

Sergio Portas

 

AL CIRCOLO "SARDEGNA" DI BOLOGNA HANNO EMOZIONATO CON LE LORO MELODIE

IL FASCINO DEL CANTO A CHITARRA RITORNA A STREGARE GLI EMIGRATI

La gara di canto a chitarra torna di scena anche fra i nostri emigrati, dopo un lungo periodo di crisi che aveva fatto registrare un sensibile calo perfino nella richiesta del pubblico delle piazze dell’isola. Il fascino delle  melodie consacrate dalla tradizione aveva avuto momenti di gloria vera anche lontano dalla Sardegna, grazie soprattutto al mitico Gavino Delunas – detto l’usignolo di Padria per la bellezza della sua voce -, il primo artista sardo ad aver capito già negli anni 20 l’importanza dell’incisione dei dischi, a futura memoria. Delunas ebbe poi un destino tragico: fu trucidato alle Fosse Ardeatine nel 1944, vittima innocente del rallestramento tedesco di rappresaglia per l’attentato romano di via Rasella. Quel fascino riemerge ora a nuova vita dalla nebbia dell’oblio, in Sardegna e nei luoghi della diaspora dei sardi. Siamo andati a Bologna a tastare il polso ai protagonisti di questa ripresa e a ragionare con loro delle vecchie e nuove stagioni del canto. E’ una serata di grande emozione quella che si svolge nell’ampio Parco Nord di Bologna dove il circolo "Sardegna" ha casa. Protagonisti tre "cantadores" e due strumentisti molto noti e apprezzati: Emanuele Bazzoni di Usini, Gianni Denanni di Chiaramonti e Salvatorangelo Salis di Macomer, accompagnati alla chitarra da Bruno Maludrottu di Azzani, una frazione di Tempio e alla fisarmonica da Graziano Caddeo di Dualchi. Presentato sul palco da Claudia Cois, giovane di Seui responsabile del settore cultura del circolo "Sardegna", il quintetto da vita a uno spettacolo di alta qualità per l’eccellenza delle singole voci e la maestria creativa degli strumentisti. Vengono eseguiti molti brani nei moduli principali di questo antico sapere musicale divenuto spettacolo di piazza a partire dagli inizi del 900: dalla "Disperada" al "Fa diesis", da "Mi e la" al "Si bemolle" dai "Mutos" al "Canto in re" e alle altre voci della tradizione. Il pubblico segue partecipe, in un silenzio estremamente rispettoso degli
artisti: al termine di ogni pezzo scatta un applauso convinto. A gara finita, la vicepresidente Maria Olianas e il presidente Paolo Contis, figura storica del circolo di Bologna, che guida per la quinta volta nonostante non abbia ancora 50 anni commentano all’unisono: "Ci sono piaciuti molto, faremo di tutto per riportarli da noi". In un’ampia sala comunale adibita a circolo ("non ringrazieremo mai abbastanza il Comune di Bologna per questa disponibilità", Bazzoni, Denanni, Salis, Caddeo e Maludrottu rispondono volentieri alle domande sul presente e sull’avvenire del canto a chitarra.

Paolo Pillonca

 

CONVEGNO AL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI ALESSANDRIA

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI NORA

Il circolo culturale Sardo "Su Nuraghe" di Alessandria, con l’intenzione di mantenere fede al proprio obiettivo di creare una sinergia positiva tra la cultura Sarda e il territorio Alessandrino, ha ospitato presso la propria sede la conferenza "Il parco archeologico di Nora, sito fenicio-punico e romano". Relatrice la Professoressa Bianca Maria Giannattasio docente di Archeologia e Storia dell’Arte greco-romana e Archeologia della Magna Gecia presso l’Università di Genova e direttrice di scavo per la suddetta della Missione archeologica di Nora in cui l’Università Ligure opera dal 1990 con la collaborazione delle Università di Milano, Padova, Pisa e Viterbo e sotto il coordinamento della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano. Nora è citata dalle fonti storiche come la più antica delle città sarde. Fondata probabilmente nell’VIII sec. a.C. dai Fenici, divenne, nel VI sec., caposaldo della presenza punica nell’isola fino alla conquista romana nella prima metà del III sec. a.C., dominio che coincise con la massima potenza della città in quanto porto di scambio commerciale centrale alle potenze che si affacciavano sul bacino mediterraneo. L’importanza acquisita e la posizione strategica sottopose la città a numerose incursioni dei pirati saraceni che ne comportarono lo spopolamento, la conseguente trasformazione a presidio militare e un progressivo declino. Un appuntamento per tutti coloro che intendevano conoscere come dalla fine del XIX secolo ad oggi diverse missioni archeologiche abbiano cercato di ricostruire una parte della storia sarda, centro degli scambi commerciali nel Mediterraneo. Massimo Cossu

 

CONCLUSA LA XXII EDIZIONE DELLA FIERA DEL LIBRO DI TORINO

I GIOVANI DELL’EDITORIA SARDA

Si è conclusa la XXII edizione della fiera internazionale del libro di Torino con un largo consenso di pubblico e una straordinaria offerta di titoli ed eventi. Anche l’editoria sarda ha partecipato con una proposta ampia e articolata che lascia intravedere vitalità e notevoli ambiti di crescita. Il tema stimolante della mostra, dedicata a Italo Calvino, era incentrato sulla conoscenza del prossimo, oltre che di se stessi, per tentare di elaborare un percorso comune privo di egoismi e autoreferenzialità. Un invito alla condivisione raccolto dall’AES e il suo presidente Ivan Botticini per valorizzare e promuovere l’offerta dell’editoria sarda. Intanto con la collocazione molto felice dello stand "l’sola dei libri" di fronte all’ingresso principale e vicinissimo agli spazi dedicati al paese ospite della mostra: l’Egitto. E poi una promozione quasi urlata delle pagine più belle e stimolanti dei molti titoli presentati alla mostra. La lettura dei testi era affidata alla verve istrionica di Elio Turno Arthemalle e le note di Samuele Dessì secondo la formula già sperimentata con successo a Macomer di "segnalalibro". Gli spettatori si divertono e si fanno trascinare nel mondo incantato di "Tutti buoni arriva Mommotti" (edizioni Condaghes) di Rossana Copez e Tonino Oppes, ascoltano in silenzio i versi nostalgici di Giulio Angioni in "Tempus" (Cuec editrice), si appassionano seguendo l’intreccio de "La borsa del colonnello" di Ottavio Olita (Cuec editrice) e di "Si è fatto tardi" (edizioni Aìsara) di Bepi Vigna vera e propria autorità nel campo del fumetto d’autore. "Quello adottato quest’anno alla fiera è sicuramente un modo efficace di fare promozione – dice Antonina Scanu responsabile del servizio editoria della Regione, a Torino in rappresentanza dell’assessore regionale Lucia Baire – anche se non si esclude la riproposizione, riveduta e corretta, dello stand istituzionale, allestito direttamente dalla Regione fin dalla prima edizione". Archiviata la dodicesima fiera si pensa quindi già al futuro e ai prossimi appuntamenti per esporre il libro sardo nelle vetrine più prestigiose come Torino, Bologna, Francoforte senza tralasciare Macomer, un’occasione straordinaria per misurare qualità e contenuti di un settore finora immune dai contraccolpi della crisi. Ne è convinto Carlo Delfino: "Torino è un momento unico di confronto per gli editori, non a caso partecipiamo agli incontri organizzati nello stand dell’AES ma ci teniamo a essere presenti con spazi personalizzati". Anche case editrici come Maestrale e Illisso hanno una offerta separata a dimostrazione della buona crescita del settore. Da segnalare la presentazione di "Arte de su mutetus" nel suggestivo spazio Lingua Madre allestito dalla Regione Piemonte e dedicato alla salvaguardia e tutela della diversità linguistiche dell’oralità e della memoria popolare. Un tema caro alla cultura sarda che vede proprio nell’improvvisazione poetica un punto d’eccellenza. "Occorre quindi un progetto allargato che punti a qualificare l’identità sarda nella sua interezza" – come aveva sottolineato l’assessore Baire nella giornata di presentazione della mostra. Per ora parlano i numeri: 33 case editrici con più 200 novità editoriali ma anche i giovani scrittori sardi come Flavio Soriga, Nicola Lecca, Marcello Fois, Salvatore Niffoi diventate voci di primo piano del panorama letterario nazionale.

 

PRESENTATO IL LIBRO DI VITALE SCANU AL CIRCOLO "LOGUDORO" DI PAVIA

BACHIS FRAU EMIGRATO

E’ il tema al Circolo "Logudoro" di Pavia,
proposto dalla dott.ssa Cristina Redaelli (stimata professoressa di Lettere nei Licei di Menaggio, sul lago di Como) nel quadro della presentazione del romanzo sull’emigrazione "Bachis Frau emigrato" di Vitale Scanu. L’emigrazione sarda nel mondo, che oggi ha un colore meno traumatico di quello che aveva cinquanta o sessant’anni fa, dà conto di questa realtà positiva nel riscontro che ci arriva da ogni latitudine, di nostri corregionali affermatisi in ogni campo, molto spesso con risultati eccellenti. Possiamo enumerare imprenditori, scienziati, ristoratori, affermati professionisti in ogni ambito, scrittori, giornalisti, eroici missionari, professori, specialisti in campo medico di fama mondiale, autorità militari e religiose d’alto rango… L’emigrato sardo, fuori della sua terra, pare riesca meglio a monetizzare quelle che sono le sue virtù native. La dott.ssa Redaelli, esponendo all’attentissima assemblea questo argomento, ha esemplificato seguendo le tracce dell’affascinante romanzo di Bachis come emigrato in Svizzera. Il sardo – forte dei suoi valori etnici, onestà, rispetto e ospitalità, buona volontà, altruismo, generosità – se riesce a superare la "sindrome dello scalandrone" – è il soggetto meglio attrezzato per ambire a un successo professionale e sociale (La "sindrome dello scalandrone" è quel senso di scoraggiamento profondo che attanaglia l’animo dell’emigrante sulla scaletta della nave). Il segreto di questo successo è costituito da un grande coraggio, che contrasta e supera le improducenti autolamentazioni. E’ quanto suggerisce l’idea programmatica di Gramsci: "Occorre portare violentemente l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà". Come dire: prendere atto della realtà sociale così com’è, senza però esaurirsi nel pessimismo del piangersi addosso, ma reagendo con ottimismo e buona volontà, per non soccombere. E’ la lezione che ci dà Bachis con la sua vita di emigrato intelligente e volenteroso. Incalzato dalla povertà e dal nulla mortale che affligge la sua Marmilla, sullo scalandrone della nave supera quel magone funesto che sconvolge l’animo di ogni emigrante, e si tuffa nel suo nuovo lavoro, riuscendo a portare a casa un’esperienza che lo ha arricchito sia professionalmente che esistenzialmente. Esperienza che egli avrà il coraggio di "investire" in un piccolo progetto turistico nel suo paese, che fornirà l’energia per migliorare la condizione economica e sociale di tante famiglie. Del recente romanzo di Scanu esiste già la sceneggiatura per una trasposizione cinematografica, a disposizione dei registi che lo vogliano mettere in cantiere. Il sempreverde presidente del Circolo Gesuino Piga ha inquadrato da par suo il fenomeno dell’emigrazione, che nel secondo dopoguerra ha sì falcidiato le forze migliori della nostra terra, ma non ha azzerato il legame fortissimo delle radici, sempre attuale anche oggi. Purtroppo, quello che decadrà inesorabilmente, ha sottolineato dottor Piga, è il legame con la Sardegna nelle seconde e terze generazioni di emigrati, anche se esisterà sempre anche nel loro animo una corsia preferenziale d’affetto per l’antica patria. Il signor Filippo Soggiu, antica e sempre valida colonna dell’emigrazione sarda, uno dei tanti disterraus che ha vissuto sulla propria pelle, con esito positivo, la sindrome dello scalandrone, ha confermato con alcuni toccanti esempi l’essenza dell’emigrare dei nostri corregionali: il distacco, la nostalgia, il ritornare "a casa" dopo anni… "Ho visto gente scendere dalla nave e con gli occhi umidi baciare la terra della patria sarda." Si tratta di quel minuscolo led sempre vivo delle radici. Le radici più profonde infatti non gelano mai.

Vitale Scanu     

 

RICERCA SUI PAESI DELLA BRIANZA DI SALVATORE LONGU DEL CIRCOLO SARDO DI CARNATE

LA CULTURA, ELEMENTO FONDAMENTALE PER L’INTEGRAZIONE SOCIALE

Credo che non si dica niente di nuovo, quando si afferma che la conoscenza delIa storia, delle tradizioni e dei costumi del paese in cui uno vive sono di fondamentale importanza affinché esso venga pienamente accettato ed integrato nella società che 10 circonda. Questa condizione e ancora pili determinante, se la persona in questione e un "Immigrato", il quale, spesso, per essere rispettato e posto alla pari di un "Nativo", e costretto a fare uno sforzo maggiore. Questa regola non scritta, vale anche per essere meglio valutato ed apprezzato sia nel mondo del lavoro, sia nella società civile ed a volte anche nell’ ambito delle istituzioni. Qualcuno, anziché considerare i Circoli Culturali Sardi per quello che sono e cioè dei punti di aggregazione sociale e centri di promozione culturale, Ii considera una specie di "rifugio" in cui gli immigrati sardi si ritrovano per parlare esclusivamente di problemi localistici e condividere con qualche altro paesano solo i ricordi e Ie tradizioni del proprio paese di origine. Questo ragionamento non vale certo per Salvatore Longu, un Ex maresciallo della Benemerita, originario di Bolotana, che da quando e in pensione dedica una parte del suo tempo libero, non a rivangare Ie nostalgie delIa sua adolescenza e delIa sua prima giovinezza vissute in Sardegna, (anche se questa e un patrimonio culturale che non deve essere disperso ne dimenticato), ma a studiare, storia tradizioni e costumi del paese di Carnate in provincia di Milano, dove attualmente vive ed e residente. Infatti senza che alcuna "Autorità" locale lo abbia incaricato, ma per pura passione e sete di sapere, ha voluto fare una rigorosa ricerca sulla storia e sulle origini delle chiese di Carnate e quelle della Pieve di Vimercate dalla quale la parrocchia sopra citata dipendeva. Strada facendo pera, la sua ricerca ha interessato tutto ciò che intorno aIle stesse chiese ruotava e cioè tutta la società umana, sociale ed economica che in questa zona viveva molti secoli fa e che continua a vivere anche oggi. II frutto di questa sua ricerca, e state riassunto in un libro che 10 stesso Longu ha scritto e cosa ancora pili meritevole di attenzione, il ricavato delle sue vendite viene totalmente devoluto in favore delIa parrocchia del suo nuovo paese di residenza, che come sopra detto, e Carnate. Il libro che ne e venuto fuori, il cui titolo e "Carnate e Ie sue Chiese", e qualcosa di molto diverso e molto pili ricco dal "Prodotto" che l’autore aveva in mente al momento che ha iniziato la sua opera. Infatti, egli pensava di effettuare una ricerca limitata all’individuazione del numero, la data di costruzione, e l’ubicazione sia delle varie chiese che degli oratori che esistevano anticamente e di quelle che sono rimaste in piedi fino ad oggi. Invece, ne e venuto fuori, un fedele specchio dell’antica società contadina che viveva in questi borghi nei secoli passati a partire dal 1400 fino alIa prima meta del 1800, data in cui e iniziata l’era delIa rivoluzione industriale che ha fortemente coinvolto la società e Ie popolazioni di questa zona. Ma, ovviamente, oltre alIa descrizione delIa società remota, il libro descrive in modo chiaro ed esauriente, anche 10 sviluppo che la società Camatese ha avuto negli anni successivi che comprende tutto il secolo scorso, fino ai giorni nostri, analizzando con scrupolosa meticolosita sia la funzione svolta dalla fede religiosa, che 10 sviluppo sociale che si e verificato nella società civile. Viene altresì illustrato in modo molto avvincente, limportanza e linfluenza che la religione, ed in particolare lordine dei monaci Carmelitani hanno avuto sia sulla popolazione Carnatese, che su gran parte delIa società Brianzola che viveva nei paesi limitrofi. Una delle caratteristiche che saltano allocchio in questa libro, e la grande semplicità e la fluidità descrittiva adottata dallautore che riesce ad appassionare il lettore quasi stesse leggendo un romanzo di avventure. Allo stesso tempo pero, non si può fare a meno di notare la meticolosità ed il rigore applicato nella ricerca delIa verità storica di quanta scrive. Gli elementi storici in esso contenuti infatti, sono stati ricavati con instancabile sagacia, sia frugando in diversi archivi delIa diocesi che in varie biblioteche di Milano e delIa sua provincia. Il libro in questione, grazie alIa disponibilità ed alIa collaborazione del suo presidente Gianni Casu, è stato presentato al Circolo Culturale Sardo Raimondo Piras di Carnate. L’opera in questione pero, per essere conosciuta ed apprezzata anche da altre persone, avrebbe bisogno di una maggiore attenzione anche da parte di altri circoli o eventuali associazioni culturali. Credo che uno dei ruoli pili importanti che i Circoli Sardi devono avere nel territorio, e proprio quello svolto dal Circolo Raimondo Piras di Carnate e cioè promuovere ed incoraggiare con instancabile tenacia, ogni iniziativa che abbia un carattere culturale ed in particolare ogni iniziativa degna di attenzione presentata da cittadini di origine sarda. La pubblicazione di questa libro naturalmente e stata accolta con molto favore anche da parte dell’amministrazione comunale di Carnate.

Mario Mureddu

 

LE PROIEZIONI CINEMATOGRAFICHE AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

PROTAGONISTI I SARDI DI SECONDA GENERAZIONE

Un folto pubblico ha assistito alla proiezione di "Sardegna, il popolo della costa", avvenuta nella sala del "Punto Cagliari" al Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di via Galilei. Alla serata dedicata al documentario, infatti, hanno preso parte circa cinquanta persone, affluenza che testimonia quanto le lezioni di cinema "per conoscere la Sardegna attraverso il film d’autore", organizzate dall’Associazione, siano ormai divenute una tradizione molto apprezzata e partecipata. Nell’occasione è stata proposta una nuova opera del regista cagliaritano Davide Mocci, da anni nello staff della trasmissione televisiva "Geo&Geo", nella quale i riflettori vengono puntati su alcuni antichi mestieri tuttora praticati sull’Isola, sebbene in via d’estinzione. Si passa dalla dall’arte dell’intreccio dei tradizionali cestini sardi, alla lavorazione "a filè" (un particolare tipo di cucito che trae origine dai metodi usati nel mondo della pesca), dalla messa a punto delle imbarcazioni ideate per muoversi negli stagni, alla realizzazione di pipe d’argilla fatte a mano e ormai uniche nel loro genere. Come da consuetudine, anche questa volta protagonisti sono stati i Sardi di seconda generazione, cioè i figli nati in terra biellese da genitori isolani, chiamati per una sorta di rito di passaggio a parlare della loro terra d’origine. L’introduzione alla serata è stata fatta da Serenella Floris, studentessa ventitreenne di padre sardo e madre lucana, che ha presentato il documentario ai presenti.

Battista Saiu

 

DESAPARECIDOS SARDI: ORA GIUSTIZIA IN ARGENTINA

GIUSTIZIA PER MASTINU E MARRAS

In Argentina sono stati arrestati quattro militari condannati in Italia con sentenza definitiva per l’uccisione dei due emigrati sardi Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras durante la feroce dittatura che tra il 1976 e il 1982 portò alla scomparsa di oltre trentamila argentini. Tra le vittime anche un migliaio di cittadini di origine italiana. Martino Mastinu, leader del sindacato dei cantieri navali di Tigre (Buenos Aires), chiamato El Tano tra i compagni operai, fu catturato il 7 luglio del 1976, torturato e rinchiuso nel centro clandestino di detenzione di Campo de Mayo, nella capitale. Da quel momento scomparve. Al processo di Roma è stato accertato che fu gettato ancora vivo nell’Oceano da un aereo militare in uno dei "voli della morte" che settimanalmente decollavano dal Campo d
e Mayo. Nel maggio precedente, durante un tentativo di catturare El Tano, i militari fecero irruzione in un’isoletta sul Paranà dove il giovane sardo si nascondeva e aprirono il fuoco uccidendo il cognato Mario Bonarino Marras. Martino riuscì a fuggire ma fu catturato due mesi dopo.
Il caso di Marras e Mastinu, originari di Tresnuraghes, è stato al centro del primo processo svoltosi in Italia contro i militari argentini per la vicenda dei desaparecidos e conclusosi con la condanna all’ergastolo per due generali, Carlos Guillermo Suarez Mason (deceduto nel 2005) e Santiago Omar Riveros, attualmente in carcere per altre accuse. A 24 anni furono condannati il prefetto navale Juan Carlos Gerardi, che organizzò la cattura, e i quattro sottufficiali della Marina che sequestrarono Martino Mastinu. Roberto Rossin, Alejandro Puertas, Hector Maldonado e Josè Porchetto (quest’ultimo risulta deceduto).  Nei giorni scorsi il giudice Juan Manuel Yalj del Tribunale di San Martìn, nella giurisdizione di Buenos Aires, ha convocato Gerardi e i tre sottufficiali, li ha interrogati e quindi ne ha ordinato l’arresto. Ai quattro militari ha contestato gli stessi reati per i quali sono stati condannati dalla Corte d’assise di Roma e in più ha aggiunto l’imputazione del sequestro e della tortura di Santina Mastinu, sorella di Martino e moglie di Marras. Santina, considerata teste principale del futuro processo argentino, è stata messa sotto un programma di protezione perché in giro ci sono ancora molti militari coinvolti nelle inchieste. La donna, che oggi ha 60 anni, venne rilasciata e si salvò. Fra breve i quattro verranno processati da un Tribunale argentino. Si tratta del primo caso di un processo contro militari già condannati da giudici di un paese straniero e aprirebbe un nuovo scenario per il cammino della giustizia. Sino a questo momento infatti i militari si ritenevano al sicuro coperti dall’impunità in Argentina dove di recente sono state abrogate dal Parlamento due leggi speciali che impedivano di mettere sotto accusa i militari coinvolti nella macchina della repressione. Meno che mai pensavano di rispondere alle accuse mosse da giudici di altri paesi. Sul suo tavolo il giudice Yalj ha altri 128 fascicoli contro militari denunciati dai familiari di desaparecidos, ma ha deciso di procedere per ora solo per il caso relativo all’uccisione dei due emigrati sardi in quanto già dispone di tutti gli atti (migliaia di pagine con testimonianze e documenti) dei due processi svoltisi in Italia. Significa che ha riconosciuto la sostanziale validità delle sentenze italiane. Dopo la notizia degli arresti dei quattro militari l’avvocato Luigi Cogodi, parte civile nel processo italiano per le famiglie Marras e Mastinu, ha così commentato l’iniziativa della magistratura argentina: "Oggi esprimiamo soddisfazione, preoccupazione e nuovo impegno. Soddisfazione, perché finalmente sono stati arrestati i mandanti e gli esecutori dell’assassinio dei giovani emigrati sardi Martino Mastino e Mario Marras. Preoccupazione, perché l’assegnazione della scorta di protezione a Santina Mastinu indica una condizione di permanente pericolo per i familiari dei desaparecidos che apertamente difendono i propri diritti. Nuovo impegno, perché la fase attuale di riapertura dei processi interni contro i crimini della dittatura militare argentina apre nuovi e positivi scenari di tutela piena, sul piano penale e civile, in favore delle vittime e delle loro famiglie. Sono ancora moltissimi i desaparecidos di origine italiana e sarda in attesa di giustizia. La Sardegna, doverosamente, ha fatto molto e può ancora contribuire con merito di tutti nel perseguire in questo impegno civile".

Carlo Figari

 

L’INIZIATIVA DEL CIRCOLO "GRAZIA DELEDDA" DI MAR DE PLATA

IN ARGENTINA, MOSTRA DI PITTURA DI ARTISTI SARDI

Nel mese di maggio si è svolta (con inaugurazione l’otto), la mostra di pittura denominata "Passato e Presente" di artisti sardi e argentini nello spazio d’Arte Cabrales Alberti. Questa mostra è il risultato di un progetto realizzato dal circolo sardo "Grazia Deledda" di Mar de Plata, con la partecipazione di artisti di origine isolana come Anna Maria Kuglien, Daniel Polo e Felisa Rodriguez che sono anche membri del circolo. La Sardegna, regione ubicata nel centro del Mediterraneo, con la sua cultura millenaria esprime con la pittura il suo ricco patrimonio, trasmessa anche tramite i figli dei suoi figli. Loredana Manca è stata la curatrice di questa mostra.

 

VIAGGIO AD ELLIS ISLAND – NEW YORK, FRA I SIMBOLI MONDIALI DELLA MIGRAZIONE

LADY LIBERTY: LA MADRE DI TUTTI GLI EMIGRATI

Occupandoci di emigrazione, seppur sarda nella fattispecie, un viaggio di nozze negli Stati Uniti e più precisamente a New York, non poteva esimerci dal visitare uno dei simboli di questa imponente città. La Statua della Libertà: la madre di tutti gli emigrati. Un dono francese agli americani (opera di Gustave Eiffel, lo stesso della famosa torre parigina) che erge come porta d’entrata nel fiume Hudson sin dal 1885. La statua, dedicata alla democrazia, fu inaugurata nel 1886 con i celebri versi poetici di Emma Lazarus apposti alla sua base: mandatemi i vostri affaticati, i vostri poveri, le vostre masse pigiate che bramano di poter respirare liberamente. Oltre il 40% della popolazione americana, circa 100 milioni di persone, è diretta discendente di quei 22 milioni di immigrati che approdarono ai moli di Ellis Island, nella baia di New York, tra il 1892 e il 1924: la più grande migrazione mai registrata nella storia dell’umanità sino a che la Grande Depressione prima e l’aereo poi ridussero e diversificarono le modalità di ingresso. E tutti sono passati per questa isoletta, gemella di quella sulla quale poggia Miss Liberty, la Statua della Libertà, oggi in vista di uno splendido panorama di Manhattan e del Sogno Americano. Ellis Island non era niente più che una stazione di controllo sanitario e di identità che registrava arrivi alla media di 5mila al giorno con punte che raggiungevano le 10mila teste, una tappa obbligata prima che le masse si spargessero sul Continente. Genti di tutto il mondo che si mescolavano: il grande calderone della società multietnica, è qui. Un archivio di 22 milioni di nomi, appunto, completo di Paese di provenienza, città di partenza, nome della nave, e altre indicazioni personali. E come ci hanno raccontato le guide locali, tutto questo è il frutto del lavoro di centinaia di volontari Mormoni che hanno impiegato quasi 6 milioni di ore per listare tutti i passeggeri arrivati in quegli anni. Ma ne è valsa assolutamente la pena. Ellis Island si raggiunge con un viaggio di 15 minuti in battello in partenza ogni mezz’ora da Battery Park, la punta estrema di Manhattan; il biglietto d&agr
ave; diritto anche alla visita di Liberty Island, il primo molo di attracco della gita. Per le autorità statunitensi, ci raccontano sempre a New York, Ellis Island rappresenta una sorta di gigantesco check-in. Gli immigrati venivano suddivisi in gruppi e portati sull’isola per la registrazione. Qui erano presenti alcuni medici che li osservavano per scoprire eventuali problemi di salute. Il Museo dell’Immigrazione, è ricchissimo di dati e grafici sul numero di persone e le diverse etnie arrivate sull’isola. Nella grande sala a pianterreno sono accatastati alcuni dei bagagli originali, mentre al piano superiore ecco i display con le suppellettili come scarpe, vestite, monete e centinaia di immagini che raffigurano visi spauriti o sorridenti che sembrano estratti da un testo di etnologia e di costume delle razze. L’accostamento d’immagini delle navi Tirrenia nei porti isolani è sorprendentemente reale. Alcune sale raccontano della difficoltà che il nuovo popolo ha avuto per l’inserimento nella quotidianità americana: i bassi salari, il problema della lingua, la carenza di assistenza medica e le precarie condizioni igieniche degli alloggi: era un mondo da costruire. Sparse un po’ qui e un po’ là, tra tante testimonianze da tutto il mondo, ci sono le immagini e i documenti che raccontano la storia degli italiani approdati in America, o come sta scritto su un cartello: La Merica. Al centro di una sala del secondo piano, circondato da altre decine di passaporti e documenti di identità, a destra di uno schermo video che narra dell’attracco di una nave, ecco il passaporto del Regno d’Italia per un Bersagliere dal nome scritto in modo praticamente illeggibile, ma con una foto con tanto di cappello ornato da piume nere e sguardo fiero: un testimone delle tradizioni d’Italia che ora fa parte della storia d’America.

Valentina Telò e Massimiliano Perlato  

 

SBARCA IN NUOVA ZELANDA LA FIGURA DELEDDIANA

"LA GRAZIA" ALL’UNIVERSITA’ DI AUCKLAND

In occasione della XI edizione della settimana dedicata alla cultura italiana, 18-26 aprile 2009, il circolo dei sardi di Auckland ha organizzato la proiezione del film muto "La grazia" che il  regista Aldo De Benedetti nel 1929 aveva liberamente adattato da due lavori di Grazia Deledda, la novella "Di notte" e il libretto d’opera "La grazia". Come è abbastanza noto in Italia, il film, caduto nell’oblio di pubblico e critica ed è stato recentemente restaurato da una iniziativa del quotidiano L’Unione Sarda "La Grazia ritrovata – dal muto al sonoro", un progetto ideato, curato e prodotto da  Susanna Puddu e Sergio Naitza. I benemeriti curatori oltre a organizzare un’esemplare digitalizzazione in formato DVD dell’ormai rovinata pellicola hanno anche chiesto al maestro Romeo Scaccia di comporre delle musiche da incorporare nel DVD che accompagnassero il filmato in sostituzione delle orchestre originali. Il risultato è stato quello di  poter offrire una godibile esperienza audiovisiva aggiornata dalle migliori tecnologie e invigorita dalle musiche contemporanee. La proiezione è stata anche sponsorizzata dalla Società Dante Alighieri e dall’Università di Auckland che ha messo a disposizione i locali, attrezzature e risorse intellettuali. Il professor Franco Manai, il direttore del dipartimento di Italiano, ha infatti presentato il film inquadrandolo nel contesto delle celebrazioni della settimana della cultura italiana. Il docente ha lodato il riuscito progetto di Sergio Naitza e Susanna Puddu che attraverso l’interpretazione di un maestro dell’immagine quale De Benedetti ci ha permesso di goderci lo spettacolo di un melodramma d’altri tempi, con tutti gli elementi tipici della produzione deleddiana, passione, tradimento, vendetta, perdono e redenzione e allo stesso tempo ci ha offerto suggestivi spunti di riflessione per la questione, sempre attuale, dell’identità regionale. Nel film infatti, sullo sfondo di una improbabile Sardegna da folklore anni ’20, il mondo pastorale nella sua semplicità e rigorosità viene messo a confronto con un mondo borghese cittadino, voluttuoso e corrotto. Al centro del dramma due figure di donne appartenenti a questi due mondi, la pastorella sottomessa e la vamp emancipata. Il contrasto si risolve alla fine miracolosamente, ma nella storia intanto sono emersi pregi e difetti di entrambi i mondi e la Sardegna è diventata da luogo della tradizione, a luogo dove modernità e tradizione si scontrano e si contaminano come avviene nel resto mondo. Il film ha trasmesso conoscenza ed emozioni forti al pubblico neozelandese con la sua  cultura così diversa e lontana dalla sarda. Tuttavia l’entusiasmo e l’interesse sono stati grandi in quanto appunto anche in Nuova Zelanda il contrasto tra modernità e tradizione, tra cultura indigena e cultura globale è fortemente sentito.

Susanna Cappai

 

INTERVISTA A ROMEO SCACCIA, AUTORE DE "LA GRAZIA RITROVATA"

VIVERE E "SUONARE" LE EMOZIONI

"La Grazia ritrovata": una rilettura in forma di concerto ad opera del Maestro Romeo Scaccia, della colonna sonora per il film di Aldo De Benedetti ispirato a una novella di Grazia Deledda.

La partitura, che accosta diversi generi e stili, sembra riflettere la molteplicità dei suoi interessi e esperienze musicali. Qual è stato il suo approccio a una pellicola del 1929? Ho cercato di immedesimarmi in uno spettatore degli Anni Venti di fronte a una vicenda a tinte forti, quasi melodrammatica. Per fortuna avevo piena libertà: i curatori del progetto, Sergio Naitza e Susanna Puddu, avevano deciso di trasportare il film "dal muto al sonoro" per avvicinarlo a una sensibilità contemporanea. Mi son lasciato guidare dalle emozioni, per far sì che l’ispirazione scaturisse attraverso lo sguardo: volevo che la musica fosse al servizio delle immagini.

Non era la sua "prima volta": si eri già cimentato con il cinema delle origini? Sì, certo. Mi era già capitato di eseguire dal vivo al pianoforte la colonna sonora di film muti, ma in quel dialogo tra lo strumento e le sequenze proiettate sullo schermo c’è molta più possibilità di interazione, si può inventare e variare sul momento. Qui invece dovevo scrivere per un’ orchestra – alla fine sul palco c’erano 70 elementi – e pensare ogni singola nota; e c’era in più il limite del tempo, solo 4 mesi. Una bella sfida.
Impegnativa, ma proprio per questo avvincente.

Premiata dal successo: dopo la prima cagliaritana, "La Grazia ritrovata" ha fatto il giro del mondo… Beh sì, merito in gran parte del film, che non a caso Blasetti aveva definito "un capolavoro", e che racconta una storia universale, fuori dai confini storico-geografici; ormai ho quasi perso il conto: siamo stati invitati a Roma, Milano, Barcellona, Madrid, Palma di Majorca, all’Italian Film Festival di San Francisco… ma anche a Nuoro in piazza con Gavino Murgia.

E sul fascino della colonna sonora… interessante mix tra sperimentazione e tradizione Volevo che la musica si accordasse alle atmosfere, gli stati d’animo, i paesaggi: così il leit-motiv iniziale evoca le solitudini della Sardegna, e a ogni personaggio corrisponde un tema che di volta in volta si intreccia a quelli degli altri, come nell’opera wagneriana, a rendere la concitazione dei dialoghi e la dialettica delle passioni. Ai suoni e gli strumenti tradizionali dell’isola, come le launeddas citate nel film si alternano le voci della natura, il sibilo del vento e il rumore della pioggia, mentre per sottolineare il carattere della donna fatale ho scelto la sensualità del tango; e il jazz, con un solista straordinario come Gavino Murgia, rimanda alla modernità della casa "futurista", di contro alla semplicità della vita paesana. Ho cercato comunque di rispettare sempre il tempo interno della narrazione, cogliendo ogni segnale, ogni sfumatura: un battito di ciglia, un movimento di macchina è già un accento, disegna il ritmo del film.

Ha spesso privilegiato la sperimentazione e l’uso di tecnologie d’avanguardia: che ruolo giocano nel suo lavoro? Mi interessano tutti gli strumenti e i linguaggi espressivi, ma il cuore è sempre l’emozione: la tecnica da sola non basta e fughe e controfughe non servono a nulla – tanto più se parliamo di musica da film – se non riescono a coinvolgere lo spettatore, a rendere l’opera viva. In questo caso grazie ai campionamenti ho potuto per esempio simulare il suono dell’orchestra, tradurre in armonie un pensiero musicale; e mi capita di lavorare in videoconferenza, mentre già nel 1999 era stato possibile il primo Concerto Mondiale Internet con Pianoforti Disklavier tra Londra, Amsterdam e Cagliari.

Lei lavora sulle due sponde dell’oceano: che differenze ha riscontrato? La differenza fondamentale è nel sistema: negli States nelle grandi produzioni del mainstream ognuno ha un suo ruolo, non riesci mai a seguire tutte le fasi di lavorazione, se sei chiamato a comporre non sarai tu a curare l’ orchestrazione, e viceversa, c’è un’estrema specializzazione, che vale anche per i generi: che so, un Morricone ha avuto la possibilità di cimentarsi con pellicole molto diverse, lì rischi spesso di essere confinato alla commedia piuttosto che ai films d’azione. E poi i tempi sono strettissimi, e non sempre è facile conciliare le esigenze artistiche con quello che chiedono i committenti, e le regole del mercato: devi avere carisma, e forza propositiva, ma anche molta duttilità e capacità di mediare per trovare il giusto equilibrio. Nel cinema indipendente invece puoi avere un ruolo più determinante, e curare ogni aspetto della colonna sonora dall’inizio alla fine, e questo capita anche per esempio con i cortometraggi e naturalmente abbastanza spesso in Italia.

Oltre a scrivere per il cinema, è impegnato anche su altri versanti… Sì, conservo la mia duplice anima di compositore e performer, spesso con nuances spiccatamente jazzistiche; tra i progetti a breve c’è la registrazione di un cd per un’importante etichetta tedesca. Qualcosa già nell’aria di cui preferirei non parlare, per scaramanzia… E un lungometraggio per una coproduzione Corea-Stati Uniti: il regista verrà a trovarmi a giugno…
Qui in Sardegna? Sì, preferisco, quando possibile, tra un impegno e l’altro, vivere in Sardegna: non riesco ad abituarmi a fare 2-3 ore di macchina per partecipare a una riunione di lavoro. Sarebbe quasi meglio fare una videoconferenza: a Los Angeles c’è troppo traffico!!!

Anna Brotzu

 

NON BASTANO LE PERCEZIONI PERSONALI PER DIMOSTRARE CHE IL PEGGIO E’ FINITO

STIAMO USCENDO DALLA CRISI? IN SARDEGNA E’ BUIO PERSO

Stiamo uscendo dalla crisi? E’ questa la domanda ricorrente, che fa seguito alle dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e del Presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, secondo le quali la crisi economica sembra stia scollinando e che dal buio pesto si stia passando ad un buio meno intenso che, sempre secondo i rappresentanti del Governo e degli industriali, preannuncia una prossima ripresa. Non bastano alcuni segnali per parlare già di ripresa, bisogna che gli indicatori economici, come il prodotto interno lordo, comincino a dare segnali concreti e, soprattutto, si incrementino le produzioni e si creino nuove opportunità di lavoro. E da questo lato, siamo ben lontani dalla fine della crisi. Continua la caduta delle produzioni e dei consumi che denota una situazione di progressiva difficoltà. Purtroppo, dalla crisi non si esce attraverso i sondaggi di opinione che documentano le sensazioni della gente nei confronti di una crisi mondiale che richiede interventi concreti di rilancio del lavoro. E’ abbastanza diffuso, in questo periodo, affidarsi alle opinioni della gente per dimostrare, attraverso gli stati d’animo e le percezioni personali, che il peggio è finito. Purtroppo, non è così. Continuano a calare le produzioni ed i consumi; il prodotto interno lordo è sceso del 4,4%, la cassa integrazione continua ad aumentare, per non parlare della mobilità. Questa situazione sta creando un pericoloso incremento della povertà anche in ambienti sociali che, storicamente, non appartenevano ad aree di povertà. Certamente, come ha recentemente affermato il Commissario agli Affari Economici e Monetari dell’Unione Europea Joaquin Almunia, non siamo più in caduta libera, ma non si può ancora dire che stiamo uscendo dalla crisi, perché siamo nel mezzo di una grave e profonda recessione. Queste dichiarazioni sono corrette ed espongono una situazione rispondente alla realtà. La crisi continua a picchiare duro e colpisce, in particolar modo, le famiglie monoreddito. In mezzo ai numeri delle situazioni di crisi, tra casse i
ntegrazioni e mobilità, il rischio è quello di dimenticare che dietro ogni ammortizzatore sociale c’è una persona con la sua famiglia e la sua storia carica di impegni, scelte e sacrifici. Proprio in questo periodo anche in Sardegna si accumulano simili situazioni, che coinvolgono tantissimi lavoratori che vedono sempre più allontanarsi la possibilità di conservare il lavoro, o trovarne un altro dopo l’avvio della mobilità e cioè del licenziamento collettivo. Ed alle tensioni di oggi si sovrappongono le preoccupazioni per il domani. Perché trovare un posto di lavoro pare sempre più difficile, visto che tutte le aziende vivono grandi difficoltà. In Sardegna non avevamo certo bisogno della crisi finanziaria mondiale per acuire la situazione economica, da noi era già grave. L’apparato industriale, già inadeguato, continua a perdere pezzi importanti e i lavoratori espulsi dai processi produttivi non si contano più. Il lavoro è stato sempre il primo dei problemi e la sua mancanza è stata sempre causa dello spopolamento dei nostri comuni. I giovani, senza disponibilità di lavoro, vanno via e cercano altrove la possibilità di progettarsi il futuro. In questo modo continuano a spopolarsi interi comuni, trasformandosi in vere comunità di anziani. Il quadro complessivo che scaturisce dall’attuale fase di forte crisi economica e finanziaria non offre oggi facili vie di uscita a breve termine. Altro che superamento della crisi! Tutto questo innesca nel territorio fattori di grande negatività, soprattutto nelle famiglie monoreddito con figli a carico e con spazi di lavoro precario in forte crescita. Si aggrava la già critica situazione giovanile che, non trovando adeguati e dignitosi sbocchi occupazionali, rende le nuove generazioni sempre più insofferenti e sfiduciate verso una società che fatica a proporre nuove vie di solidarietà in grado di rilanciare percorsi di speranza. Di qui la necessità che le politiche della famiglia diventino una priorità nell’agenda del Governo e di tutte le forze presenti nel Parlamento, consapevoli che dalla crisi si può uscire se si interviene con tempestività e con efficacia sul problema lavoro e sul reale sostegno alla famiglia.

Sergio Concas

                                                                                                                 

LA COMMISSIONE REGIONALE E’ ORMAI INADEGUATA

PARI OPPORTUNITA’? 

La legge regionale per le Pari Opportunità non corrisponde più alle esigenze della società sarda ed è necessaria una sua radicale revisione. A 20 anni esatti dall’approvazione della legge regionale – l’istituzione della Commissione regionale per la realizzazione della parità tra uomini e donne – le trasformazioni sociali e i limiti attuativi mostrati dalla normativa in vigore ne richiedono una nuova stesura. La Commissione, infatti, non è più rappresentativa della società sarda. Il preponderante parere dei partiti nell’elezione della Commissione lascia fuori sistematicamente da questo organismo fasce sempre più ampie di realtà impegnate a fianco delle donne: come mondo del volontariato, sindacato, associazionismo organizzato di varia ispirazione e cultura. Inoltre, anziché onnicomprensive funzioni, sarebbe opportuno attribuire alla Commissione esclusivamente compiti di promozione, proposta, indirizzo, ricerca e iniziativa legislativa sulla condizione femminile. La nuova Commissione per la Parità in Sardegna dovrà farsi carico principalmente di diffondere una vera capillare cultura della parità uomo-donna, oggi pressoché inesistente in una Regione dove la prima a sacrificarsi, la discriminata per natura, è la donna: in famiglia, nel lavoro, nello sport, nelle professioni. La discriminazione femminile in Sardegna nel lavoro è fotografata nella sua drammaticità dall’ultima rilevazione Istat relativa al quarto trimestre 2008. Le forze lavoro (gli attivi nel mercato del lavoro) sono 696.000, di cui donne solamente 276.000. Gli occupati complessivamente 611.000: 379.000 uomini (tasso di occupazione 64,4%) e 232.000 donne (40,4%). Il tasso di disoccupazione maschile è 9,8%, quello femminile 15,9%. Né può restare, inoltre, esclusa dall’iniziativa culturale della Commissione la condizione delle casalinghe, delle donne che dedicano totalmente – senza diritti e riconoscimenti – la loro esistenza all’assistenza di un figlio disabile e di un anziano. In una Commissione di programmazione, proposta e ricerca "riferimento della Giunta regionale per ogni tematica al femminile" può trovare spazio anche la presenza di uno o più rappresentanti uomini. La cultura della pari opportunità riguarda, infatti, i due generi.

Oriana Putzolu 

 

IL NUOVO LIBRO DI MICHELA MURGIA

ACCABADORA

«Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l’ultima madre.

Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l’aspettano, come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita sia la morte. D’altra parte, «non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada». Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere.
La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come «l’ultima». Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. «Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia».  Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte.  Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre. La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull’orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca. Michela Murgia, con una lingua scabra e poetica insieme, usa tutta la forza della letteratura per affrontare un tema così complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta di quell’universo lontano e del suo equilibrio segreto e sostanziale, dove le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l’alfabeto elementare di «quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell’analisi logica». (Giulio Einaudi editore, pp 166, euro 18)

 

L’EUTANASIA NELLA TRADIZIONE POPOLARE SARDA

STORIA E LEGGENDA "DE SA FEMMINA ACCABADORA"

Dice Hans Jonas che "il diritto di vivere, inteso come fonte di tutti i diritti, in determinate, circostanze include anche il diritto di morire". Lo stesso principio ha forse guidato secoli prima inconsapevolmente, in Sardegna, quella austera e misteriosa figura che ha vissuto in quella terra di mezzo che ha i confini sfumati e i colori sfuocati della realtà mista alla fantasia, tradizione popolare, racconto tramandato oralmente e leggenda. È "sa femmina accabadora". Una donna moralmente ammantata di panni neri e luttuosi, chiamata da entità superiori non ben definite e riconosciute, al compito di soccorrere le persone agonizzanti da troppi giorni perché potessero rendere l’anima a Dio mettendo fine alle proprie sofferenze. In quell’entroterra sardo di transizione, che è geograficamente identificato in quell’area che va da Samugheo al Mandrolisai, si credeva fermamente che le persone che durante la vita si fossero macchiate di peccati gravi, quali ad esempio il furto del giogo, lo spostamento delle pietre di confine delle proprietà terriere, la distruzione dell’alveare o l’uccisione del gatto, fossero destinate a espiare queste colpe in punto di morte con un’agonia lenta e largamente sofferta. Insomma, coma dire: "dura lex, sed lex". Ed è a questo punto che entra in scena la figura de s’accabadora. Porta con sé, in visita dal morituro, un piccolo giogo. Attende silenziosa, come un gatto tra le balze delle tende, la dipartita del prete, convocato dai parenti per l’estrema unzione. Scivola fugace come un’ombra e svuota la stanza dai rosari, dalle immagini sacre e dai crocifissi, quasi che il Cielo non vedesse e non sentisse ciò che si va compiendo e il tutto fosse così taciuto e legittimato. Il passo successivo è celere quanto fitto di mistero. La femmina accabadora sistema con precisione il giogo dietro il collo dell’agonizzante, all’altezza della nuca, e in un istante lo finisce. Il moribondo trapassa, lasciando in maniera risoluta questa terra che lo tratteneva tra un gemito e un alito di vita catartico, causa delle sue colpe terrene, passando, si spera, a miglior vita. Come in un agghiacciante incantesimo. Perché, chi assiste e ne rende testimonianza, non si capacita di ciò che accade realmente. Dunque, una forma primordiale e altrettanto barbarica della più moderna, dibattuta e sofisticata eutanasia. Ma che passa per il sottile confine della leggenda, del demoniaco, del magico e sconcertante. Di quelle storie che si raccontavano un tempo davanti al camino, sussurrate con discrezione e riguardo mentre il vento spira forte e che, spesso, facevano accapponare la pelle per la loro trucidità di fondo alle orecchie indiscrete che le stavano avidamente ad ascoltare. Senza che fosse mai possibile un dovuto distinguo tra realtà e leggenda.

Claudia Mameli

 

E’ ATTIVO UN CENTRO DI FOTOTERAPIA PER IL TRATTAMENTO A CAGLIARI

PSORIASI: 35MILA MALATI IN SARDEGNA

In Sardegna si stima che siano colpite da psoriasi quasi 35 mila persone, soprattutto giovani adulti. In Italia sono più di due milioni e mezzo le persone colpite. Fra le terapie sistemiche quella maggiormente utilizzata è la ciclosporina. E’ stato uno dei temi al centro di un Convegno che si è tenuto all’Università La Sapienza II Facoltà Azienda Ospedaliera Sant’Andrea a Roma su ”La terapia delle malattie autoimmuni gravi” organizzato dall’Associazione Malattie Autoimmuni. E’ con l’arrivo della bella stagione, dovendosi scoprire, che i malati vivono, dal punto di vista psicologico, un vero dramma. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica che colpisce la pelle e nel 30% dei casi anche le articolazioni. Ha una patogenesi, cioè un’origine, complessa perché entrano in gioco fattori genetici e ambientali che sono alla base sia dell’insorgenza della malattia che del suo riacutizzarsi. La psoriasi si manifesta con arrossamento e desquamazione della pelle e si localizza soprattutto sui gomiti, sulle gino
cchia, sul cuoio capelluto, sul tronco sul palmo delle mani e piante dei piedi. In Sardegna i malati sono circa 35mila se si prendono in considerazione tutte le forme di psoriasi. Nella Clinica Dermatologica di Cagliari è attivo un Centro di fototerapia con due cabine a Uva e Uvb per il trattamento della psoriasi e di altre patologie fotosensibili. Fra i nuovi farmaci anche quelli ‘biologici’ che hanno segnato una nuova tappa della terapia della psoriasi ma il loro impiego non scevro da effetti collaterali, deve essere attentamente valutato. La prescrizione dei farmaci ‘biologici’ può essere effettuata solamente nei centri Psocare e presso la Clinica Dermatologica dell’Ospedale San Giovanni di Dio.

 

PER I GIOVANI, CHE FACCIANO SCELTE CORAGGIOSE PER IL LORO FUTURO

GIU’ LA MASCHERA RAGAZZI

Giù la maschera ragazzi!! Può sembrare il titolo di un nuovo film o di un nuovo best-seller, ma in realtà non è così. Consideratelo invece come un grido che vorrei entrasse nei cuori di voi giovani lettori. Una vena di romanticismo? Solo il desiderio che ciascuno di voi possa scoprire dove abita la vera gioia. Una felicità profonda e non quella ingannatrice. Se fosse solo finzione si perde il gusto, perché tutto viene mascherato dal desiderio di voler vivere  un presente che conduce però  allo stordimento. Giù la maschera quindi è un monito a ricercare le cose più vere, ad andare in profondità, a spogliarsi di ciò che è superfluo, di ciò che è finto benessere. Umberto Galimberti in un suo testo, "L’ospite inquietante", da un nome alla causa dello "svuotamento" che l’universo dei giovani sta subendo: "il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui." Cosa  ne rimane allora, se non il nulla. Quanto sono vere purtroppo le affermazioni di Galimberti!! Purtroppo , perché riassumono bene le paure, i dubbi, la scarsa fiducia che spesso sento raccontare da ragazzi e ragazze nei momenti di confronto.  Sono giovani naufraghi, rimasti a galla dopo la tempesta, nelle acque  di un mare ( la società), che faticano a trovare quiete. Ma chi getterà loro il salvagente?Attenzione però a non rimanere impigliati nelle reti dei falsi testimoni. Il "nostro tempo", ha bisogno di testimoni, di adulti credibili. Uomini e donne maestri di sobrietà, modelli di semplicità. Semplicità per un mondo più vivibile! Ma che modelli vi stiamo dando ragazzi? Che società stiamo costruendo per voi? C’è chi ha la presunzione di insegnarvi i valori della famiglia preferendo al matrimonio gli indici di gradimento, c’è chi vuole insegnarvi l’accoglienza rimandando a casa  i profughi. C’è chi vuole trasmettervi il senso della giustizia, facendo della giustizia una cosa da appaltare a privati. Tutto questo non è forse svuotamento di valori? Non rassegnatevi ragazzi a questo presente, non temete di fare delle scelte coraggiose che diano senso alla vostra vita. Continuate a nuotare per giungere alla riva. Non riducetevi ad essere cibo appetibile per chi, illudendovi vi considera merce per il mondo del divertimento e del consumo. Giù quella maschera da palcoscenico. Non temete di lasciarvi condurre per mano da chi vi chiede di fare fatica, evitate invece chi vi indica la via più facile, quella più breve. Siate gente che opera e non solo che parla, perché di strilloni ce ne sono già tanti. Il non senso porta allo smarrimento, alla demotivazione, è motivo di scoraggiamento e spesso di depressione. In troppi si stanno chiudendo in loro stessi, perché hanno perso la voglia di cercare, e si rifugiano in un’errata via d’uscita (alcool e droga). Domandatevi allora dove vi sta portando la vostra barca, in pieno mare o in secca?

Enrico Perlato

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