Tottus in Pari, 242: un grande amore per la Sardegna

Filippo Soggiu, originario di Buddusò, è uno dei personaggi di spicco dell’emigrazione sarda in Italia. Ha lasciato l’isola da più di 50 anni e da allora si è sempre impegnato per la migrazione organizzata. E’ stato per diverso anni presidente della FASI. Le lotte per ottenere agevolazioni nei trasporti da e per l’isola, rimangono anche oggi che ha superato gli 80 anni di età, il suo cavallo di battaglia

Carissimo Filippo.. tornare in Sardegna è come se fosse la prima volta… Le stesse sensazioni, le stesse emozioni …

Ogni volta che torniamo aspettiamo con ansia il momento dello sbarco, ogni volta ci coglie questo sentimento, che si scioglie poi nel sollievo, sentendo sotto i piedi la nostra terra. Nel momento della partenza, invece, il magone ci assale. Figuriamoci com’era un tempo, quando "zumpare su mare!" era un fatto eccezionale, un salto verso l’ignoto. E’ un timore antico, da isolani, che ci portiamo dentro. Un timore che è diventato paura e dolore per centinaia di migliaia di persone in questo dopoguerra, quando hanno preso la strada dell’emigrazione. Migliaia di storie: ognuno ha i suoi ricordi, la sua personale esperienza. La maggior parte per un drammatico bisogno di lavoro, altri per spirito di cambiamento e di avventura; molti per l’una e per l’altra cosa insieme. Allora partiamo dalla memoria, dal ricordo e dal dolore. Rendiamo giustizia prima di tutto a quanti si sono sacrificati; giudichiamo anche la nostra storia con spirito critico, ma positivo. Dobbiamo fare un bilancio di questa stagione, durata 60 anni, che è ormai alle nostre spalle, vedendo aspetti positivi e negativi; i cambiamenti sopravvenuti e le conseguenze; come sono cambiati quelli che sono rimasti e quelli che sono partiti. Oggi, ritorniamo alla nostra terra con stato d’animo sereno. In passato, molti emigrati hanno mischiato sentimenti di amore e sentimenti di rancore. Non era facile, spesso non si avevano neanche l’esperienza, la saggezza o gli strumenti culturali per capire la durezza dei processi storici. Quando si partiva sembrava di essere scacciati, si vedeva una discriminazione rispetto a chi, fortunato, poteva rimanere; ci si sentiva figliastri più che figli, si viveva con terrore lo sradicamento di sentimenti, di abitudini e di affetti. Era dura per chiunque passare da una società agropastorale a modi di vita, costumi cittadini, lavori, ritmi, da civiltà industriale. Quanto era duro emigrare!

Immagino i tanti sardi che lasciavano l’isola soprattutto per varcare l’oceano o disperdersi nei paesi del nord Europa …

Si, soprattutto per chi andava all’estero, perché in più doveva affrontare il problema della lingua. Quante volte abbiamo ricordato quegli emigrati che la domenica andavano nelle piazze della stazione di Francoforte, di Stoccarda, di Liegi, ma anche di Torino per vedere se arrivavano compaesani, se si sentiva l’eco della parlata in sardo. Tutto questo lo conosciamo bene, è nella nostra memoria e anche in quella dei nostri figli, che, pur vivendo altri tempi e altri problemi, hanno sentito riflesse su di loro anche le nostre difficoltà e i nostri sentimenti. Ma è anche con orgoglio che possiamo guardare a questo passato. Possiamo guardare indietro come a una battaglia che è stata vinta. Come tutte le battaglie ha lasciato ferite e ricordi dolorosi. Ma anche una consapevolezza nuova. Noi non vogliamo fermarci alla nostalgia. Non vogliamo mitizzare un periodo che ricordiamo come bello e lontano, perché corrisponde alla nostra giovinezza passata. Noi sappiamo che non tutto era buono e non tutto era bello; soprattutto, molto più dure di oggi erano le condizioni di lavoro e di esistenza.

I tempi, comunque, sono cambiati per tutti. Anche per quelli che sono rimasti nell’isola …

Anche la Sardegna ha fatto, in questi decenni, molti passi avanti, in particolare nelle condizioni materiali di vita della gente. Oggi è cambiato, insieme alle cose, anche il modo di pensare. E’ cambiato persino il modo di andare via dalla Sardegna: i collegamenti, le comunicazioni, il progresso tecnologico cambiano il termine stesso di emigrazione. Noi stessi, vecchia generazione, ci sentiamo sì emigrati, ma anche cittadini delle città dove viviamo, dove rivendichiamo i nostri diritti, dove facciamo il nostro dovere. Ciò è ancora più vero per i giovani. Io sono fiero come sardo, mi onoro di far parte della FASI, con i suoi 70 circoli dei sardi del continente, sono fiero ripeto, per me e per la Sardegna, di avere avuto la massima onorificenza della città di Pavia. Conosciamo i problemi della nostra isola: della disoccupazione, di nuove emarginazioni, del disagio giovanile, della droga, dei cambiamenti troppo rapidi, dei valori che cambiano o che cadono. Se qualcuno ritorna, non è per diritto naturale, ma eventualmente perché ha spirito di iniziativa, professionalità e risparmi per iniziare lì una attività. Così è, e non potrebbe essere diversamente. Solo con questa reciproca consapevolezza dei cambiamenti avvenuti di qua e di là dal mare possiamo iniziare un confronto per capire che cosa vogliamo e cosa possiamo fare insieme.

Che futuro per i circoli dei sardi emigrati, Filippo?

Molti dei pionieri dei circoli hanno poco più o poco meno della mia età. A loro va un ringraziamento grande per tutto ciò che hanno saputo creare; senza i vecchi pionieri oggi noi non saremmo potuti essere qui. A quelli che hanno lavorato con me, in maniera unitaria, agli amici dell’esecutivo nazionale, e a tutti i dirigenti dei circoli, il merito più grande che voglio riconoscere è proprio quello di aver fatto un grande sforzo per guardare avanti, al futuro. Questo gruppo dirigente si è chiesto: ha senso il mantenimento della nostra identità di sardi? Hanno senso i nostri circoli? Continueranno ad averlo in futuro? Ci siamo detti che un futuro ci sarà, se ci crederà anche la Sardegna, se avremo degli interlocutori. Bisogna verificare se esistono le condizioni necessarie per costruire un nuovo rapporto con le istituzioni sarde, con la società sarda nel suo complesso. Bisogna darci compiti nuovi. Bisogna verificare la rispondenza dei nostri obiettivi ai bisogni, alle priorità che si danno in Sardegna.

Alla domanda sul perché i giovani dovrebbero frequentare i nostri circoli non è facile rispondere, anche perch&
eacute; il salto generazionale oggi non è solo un fatto anagrafico. E’ che questi giovani sono cresciuti in un mondo che è cambiato troppo rapidamente. Mentre i primi emigrati andavano in fabbrica o in ufficio, le nuove generazioni vanno a scuola diplomandosi e laureandosi. Di conseguenza on individuano nel circolo sardo un luogo dove impegnare il proprio tempo. Il loro è un approccio diverso con quello che può essere l’attività di un circolo …
Abbiamo fatto un grande sforzo per aprire ai giovani. Siamo consapevoli che, senza di loro, dopo un periodo più o meno breve, si andrebbe all’esaurimento di questa grande esperienza, di questo grande movimento. Lo stesso ragionamento stanno facendo già alcune Federazioni europee. Vogliamo parlare ai giovani di 20 e di 30 anni, senza il velo della nostalgia; ma anche senza dimenticare! conservando la memoria storica, mettendo a frutto l’esperienza, conservando i valori fondamentali della solidarietà e della fratellanza, dell’associazionismo democratico, della giustizia sociale, degli ideali di emancipazione dalla povertà e dai bisogni, per il miglioramento sociale e culturale. Partendo da ciò, però, bisogna dare delle prospettive. E la prospettiva non può che essere il riconoscimento che i sardi nel mondo sono una risorsa oggi e potranno esserlo in futuro, se questo movimento continuerà a lavorare e sarà rafforzato dai giovani di adesso, da quelli che verranno e dai figli, cioè dai sardi di seconda e di terza generazione, se saremo riusciti a mantenere vivo un sentimento di sardità, un legame culturale con la Sardegna. Questa è la scommessa sul futuro. La rilettura della storia va fatta anche in questo senso: l’emigrazione non è stata solo un dramma, ma anche un veicolo di modernizzazione e di progresso civile: per se stessi e per la Sardegna. Gli emigrati, da un punto di vista culturale, sono stati un importantissimo canale di scambio di esperienze, di collegamento col mondo; sono stati il primo strumento di conoscenza, prima ancora della Costa Smeralda e della televisione, il primo veicolo di informazione, di promozione della Sardegna. Sono stati fattore importante di sviluppo, prima con le loro rimesse, veicolando risparmi per miliardi e miliardi, poi attraverso il rientro di molti, che hanno portato nuove competenze, mestieri, professionalità. E quelli che sono rimasti fuori Sardegna, una grandissima parte, si sono inseriti nelle regioni d’Italia o d’Europa dove si sono insediati; hanno appreso la difficile arte del confronto, si sono integrati, hanno migliorato le loro condizioni di vita, hanno contribuito con il loro lavoro, la volontà, l’intelligenza allo sviluppo di quelle regioni, sono diventati protagonisti in piccolo o talvolta in grande, di quelle società; sono riconosciuti, possiamo dirlo con orgoglio, come protagonisti di quello sviluppo, spesso anche dai più malevoli e dai più diffidenti. Insieme a tutto ciò, straordinariamente, hanno saputo mantenere le loro radici, la loro cultura, i loro valori positivi. Questo senza idealizzazioni; sappiamo che non tutti sono riusciti nell’impresa di migliorare; esistono ancora nel mondo fasce di marginalità per i sardi emigrati. E la Regione deve pensare anche a quelli con una politica specifica di aiuto e di assistenza. Ma se facciamo un bilancio complessivo possiamo dire che i sardi fuori Sardegna, in questi 60 anni, sono una realtà positiva e importante. Una realtà forte, con una notevole organizzazione. Possiamo ben dire questo con 70 circoli in Italia. E’ un fatto che trova pochi altri esempi nel mondo, di comunità così coese e organizzate, pur essendo in generale ben inserite e integrate.

Che Sardegna si può osservare, con gli occhi di un emigrato, vivendo lontano dall’isola?

L’immagine della Sardegna oggi, vista da fuori, ha due facce: una quella del mare, della vacanza, dell’ospitalità, delle bellezze naturali. L’altra faccia è quella crisaiola della rissosità delle forze politiche, dei finanziamenti impegnati e non spesi, della scarsa capacità a usare i finanziamenti europei, dei ritardi o delle mancate risposte, positive o negative che siano, ai problemi posti dagli imprenditori. Ci colpisce negativamente una rassegnazione e un immobilismo soprattutto nei giovani, un’attesa passiva del posto di lavoro e dell’impiego. Noi pensiamo che questo problema di fondo deve essere risolto dallo sviluppo, dalle risorse finanziarie ben spese. Ma pensiamo anche, per l’esperienza che abbiamo visto, vissuto direttamente in questi decenni, che lo sviluppo dipende in primo luogo dalla gente, dal suo spirito di iniziativa, dalla sua creatività, dalla voglia di migliorare. Il problema della disoccupazione giovanile non è solo sardo, riguarda anche i nostri figli e nipoti, riguarda l’Italia e l’Europa. E tuttavia sentiamo come pericoloso il senso di rassegnazione, di passività e di attesa. Voglio qui azzardare una provocazione personale: noi eravamo poveri, disoccupati e abbiamo sofferto nell’andar via. Ma non siamo stati fermi, abbiamo osato. Ai giovani di Sardegna dico che per stare senza far niente è meglio andar via, magari temporaneamente, per imparare un mestiere, e poi tornare per intraprendere, per creare imprese e lavoro. Non c’è niente di peggio che stare in attesa del posto pubblico.

Massimiliano Perlato

 

"SA DIE DE SA SARDIGNA" ORGANIZZATA DAI CIRCOLI SARDI DELLA LOMBARDIA

CONVEGNO SULLA MADDALENA E IL G8

Si sono riuniti presso il Centro Sociale Culturale Sardo di Milano i presidenti delle venti associazioni dei sardi emigrati in Lombardia della FASI. E’ stato definito il quadro della giornata del 26 aprile prossimo, quando nel capoluogo meneghino verrà rimembrata "Sa Die de sa Sardigna". Ad illustrare l’evento, il coordinatore dei circoli lombardi, Antonello Argiolas; la presidente del sodalizio locale, Pierangela Abis; il presidente onorario della FASI, Filippo Soggiu. Di seguito il programma definitivo:

Ore 10.00 Si terranno delle visite guidate in alcuni luoghi storici della città.

Ore 12.15 Presso la Basilica di Sant’Ambrogio, la SS. Messa celebrata da Padre Teresino Serra, Superiore Generale dei Missionari Comboniani. La cerimonia avrà l’accompagnamento di canti della tradizione sarda eseguiti dal coro "Sa Oghe de su Coro" diretto da Pino Martini.

Ore 13.45 Si terrà il pranzo per tutti i soci dei venti circoli che parteciperanno, presso il ristorante "Lo Stacco".

Ore 16.00 Il pomeriggio culturale si terrà presso la prestigiosa Sala Congressi della Provincia di Milano in via Corridoni. Il Convegno denominato "La Maddalena e il G8" si articolerà in diversi interventi a tema:

•-       La Carta di Zuri contro la povertà: relatore il dottor Ottavio Sanna, presidente ACLI Sardegna.

•-       Il G8, occasione per la riconversione turistica della Maddalena: relatore il dottor Sebastiano Sannitu, assessore al Turismo e all’Ambiente della Regione Sardegna

•-       La crisi e il lavoro, il problema della disoccupazione in Europa e le nuove povertà: relatore l’onorevole Antonio Panzeri, Parlamentare Europeo.

•-       L’Europa e l’Africa, gli aiuti umanitari, il sostegno allo sviluppo: relatore l’onorevole Mario Mauro, vice Presidente Parlamento Europeo.

Ore 18.30 Sempre presso la Sala Congressi della Provincia di Milano, si terrà lo spettacolo musicale che concluderà la giornata, con il converto del gruppo "Aquamare" guidato dalla voce di Franca Masu, con Daniele Dibonaventura al bandoneon, Salvatore Maltana al contrabbasso, Alessandro Girotto alla chitarra e Roger Soler Jimenez alle percussioni. La riunione dei circoli sardi della Lombardia a Milano è stato anche un momento di raffronto fra le varie realtà dell’emigrazione organizzata, cercando di valorizzare risorse, prospettive e programmi futuri da condividere sempre più anche per far fronte alle difficoltà economiche che le manifestazioni culturali evidenzieranno. Massimiliano Perlato

ELIANA SANNA CANTA ALL’UNIVERSITA’ DI PAVIA SU INVITO DEL CIRCOLO "LOGUDORO"

CONCERTO PER DUE CONTINENTI

Sabato 18 aprile alle ore 17.00 presso l’Aula del 400 dell’Università di Pavia, si terrà il concerto con Eliana Sanna, mezzosoprano e Alessandro Binazzini al pianoforte.

Eliana Sanna: nata in Argentina da padre sardo (nativo di Ozieri), la sua esperienza di cantante comincia come corista e solista. Successivamente inizia a studiare canto e a realizzare concerti di musica popolare con importanti musicisti argentini. Partecipa a vari corsi e concorsi di musica popolare e religiosa, vincendo numerosi premi. Nel 2003, nell’ambito del progetto "Emergenza Argentina", la Regione Sardegna e la FASI le assegnano una borsa di studio per studiare canto lirico presso l’Accademia Internazionale della Musica a Milano. Nel 2004-2005 vince una borsa di studio per prender parte al Coro da Càmara dependiente presso lo stesso istituto. Attualmente studia canto con la maestra Ilia Aramayo Sandivari, e musica vocale con pianoforte con il maestro Ilario Nicotra e musica vocale da camera con il maestro Maurizio Carnelli. Dal 2006, convocata dall’associazione "Nuovi orizzonti latini", canta in diverse città d’Italia in importanti manifestazioni come la Notte Bianca a Roma, omaggio a poeti latinoamericani al Campidoglio. Nel 2007 canta la Petite Messe Solennelle di Rossini in Austria e Ungheria invitata dal Coro dell’Università Bicocca. Nel 2008, riconvocata dallo stesso coro, canta Rossini insieme al prestigioso gruppo comico "Banda Osiris". Nell’anno accademico 2007-2008 l’Accademia Internazionale della Musica le assegna una borsa di studio per merito. Da novembre 2008, con l’appoggio della Regione Sardegna e della FASI, organizza il ciclo di concerti "Concerti per due continenti" e si esibisce anche in Belgio, Olanda, Svizzera, Francia, Germania, Spagna e Argentina. E in diverse città d’Italia: Firenze, Roma, Parma, Milano, Brescia, Torino. Le musiche dei suoi concerti sono di. Schubert, Gluck, Mozart, Rossini, Albeniz, Guastavino, Ginastera, Piazzolla, Silesu, Ramirez, Gardel e Barbieri.

ci riferisce Gesuino Piga

 

 

 

INIZIATIVA DEL CIRCOLO "ACSIT" DI FIRENZE CON IL LIBRO DI DIEGO SATTA

SELVADORE ESPIGA, QUELLA NOTTE MALEDETTA DI SANTU JAGU

L’ACSIT di Firenze ha promosso con il patrocinio del Comune, della FASI e della Regione Sardegna, la presentazione del libro di Diego Satta "Selvadore Espiga, quella notte maledetta di Santu Jago. Diego Satta è nato a Ittireddu nel 1944. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Sassari e il servizio militare, ha lavorato dal 1973 al 2005, come Dirigente dell’ l’Istituto Incremento Ippico della Sardegna, concludendo la carriera come Direttore Generale. Appassionato di lettura e di scrittura,  svolge attività giornalistica pubblicistica dal 1994 e collabora attivamente con riviste ippiche nazionali, regionali ed estere. Dal 1975 al 1991 è stato sindaco di Ittireddu, dove ha particolarmente curato le attività culturali e l’apertura del primo Museo archeolo
gico ed etnografico del territorio. Nel 1991 ha pubblicato per l’Editrice Il Torchietto di Ozieri, il volume "Itirifustialvos – origini ed evoluzione di un villaggio", ricerca storica documentata sul comune di Ittireddu. Nel 2001 ha pubblicato per la Soter Editrice di Villanova Monteleone, il libro "Chilivani, ottant’anni di ippica in Sardegna", saggio documentato sulla storia del più importante ippodromo sardo. In pensione dal 2006, si dedica a ricerche sulla storia locale, le tradizioni, la lingua sarda. E’ alla sua prima esperienza come romanziere. L’autore, incuriosito da unu contu ‘e foghile fattogli dal nonno, su  una terribile disamistade, scoppiata a Ittireddu alla fine dell’ottocento, della quale fu vittima anche un suo bisnonno, dopo tanti anni, ha voluto saperne di più interpellando diverse persone anziane del paese. Ha potuto così constatare come, nella memoria popolare, questi fatti fossero stati tramandati principalmente in riferimento al personaggio di un balente che si era dato alla macchia giurando di vendicarsi per un’ ingiusta accusa di omicidio rivolta a suoi congiunti. L’origine della vicenda pare fosse dovuta ad un matrimonio mancato, poiché l’anziano paraninfu aveva chiesto per se la mano della sposa, che avrebbe dovuto invece chiedere per un suo nipote. Quest’ultimo non si rassegnò, ma continuò a importunare la giovanissima moglie dello zio, provocando un’insana gelosia che indusse l’assassinio del giovane. Ne seguirono odi e vendette ed una sanguinosa faida con altri omicidi, attentati, processi e condanne. Lo studio delle carte processuali, presso l’Archivio di Stato di Sassari, ha  consentito all’autore di  venire a conoscenza dei fatti che poi hanno ispirato il racconto delle  vicissitudini romanzesche dei protagonisti, i personaggi, le famiglie coinvolte, la mentalità e la filosofia di vita, l’ambiente del paese che fu straziato da una discordia che lo dilaniò e lo divise in due fazioni. Il filo conduttore della storia si mescola alla descrizione dell’ambiente paesano, delle vicende politiche, delle difficoltà della vita, del lavoro quotidiano, delle usanze e delle tradizioni immutabili che scandivano il tempo e le stagioni. Sono teatro della vicenda l’antico villaggio, le sue campagne e i territori dei paesi confinanti, con un finale a sorpresa. Nell’intento di dare alla narrazione una maggiore immediatezza e per rendere ancor più attraente e piacevole la lettura, più autentica, credibile e interessante la storia, l’autore ha usato molte parole ed espressioni della lingua sarda logudorese. Il romanzo "Selvadore Espiga, quella notte maledetta di Santu Jagu" è stato pubblicato nel 2007 dall’Editrice Il Torchietto di Ozieri e ha ottenuto un buon successo a livello regionale. Essendo stato pubblicato a spese dell’autore, sono in corso contatti con Case editrici nazionali per pubblicare una seconda edizione da distribuire in maniera più capillare. A fine 2008 lo stesso romanzo, tradotto in lingua francese, è stato pubblicato in Francia dalle Editions Persée (http://www.editions-persee.fr/) ed è in corso la distribuzione a livello nazionale.

Elio Turis

 

SERATA CULTURALE AL CIRCOLO "NURAGHE" DI FIORANO MODENESE

PRESENTATO IL LIBRO DI VITALE MUNDULA

Alla presenza del vicesindaco e assessore alla cultura professoressa  Maria Paola Bonilauri e dell’ assessore provinciale ai Trasporti Egidio Pagani, e di un pubblico attentissimo ed emozionato, è  stato presentato o meglio "rappresentato" dalla  compagnia teatrale di Pistoia "I  Narranti" diretta da G.Carignano, il romanzo di Vitale Mundula " Il Funerale Perfetto" edito da Edizioni Clandestine di Marina di Massa. Dopo la presentazione del libro da parte del Presidente del circolo Mario Ledda, dell’ Editore e  della critica letteraria Guasti Donatella,  gli attori hanno letto, in una bella cornice scenografica e con sottofondi musicali emozionanti  ampi brani del romanzo che tratta il tema universale  della morte, affrontato in modo ironico e surreale. L’Autore, nella presentazione, ha affermato che ha voluto raccontare alcune cose importanti della vita quasi in modo semiserio, spesso irriverente. I personaggi del romanzo sono uomini e donne ricchi in titoli accademici che hanno ma non sono, guardano non vedono, urlano non parlano, dicono non comunicano, si abbuffano non si nutrono, odono non ascoltano. Grassi "burattini" trascinati in una folle corsa sulle bighe del consumismo laddove sono ad attenderli la bulimia dell’apparire, la farmacologizzazione dei sentimenti, l’insidiosa dissolvenza del "reale" nel virtuale, il sottile non senso dell’esistere, il disagio, la  malattia e la morte. Quest’ultima si dimostra da un lato l’unico momento della vita in cui si comunicano reali brandelli del proprio. Sé, dall’altro l’evento più serio e vero dell’esistenza, da rimuovere e negare naturalmente! Il romanzo "Il funerale perfetto" è disponibile presso la biblioteca del Circolo "Nuraghe in via Gramsci 32. Il Dott. Vitale Mundula è nato ad Ittireddu nel 1948, ha operato come medico fino al 2008 in Toscana prima all’Abetone e successivamente a Pistoia; ha ricoperto importanti incarichi in campo sanitario per la Regione Toscana, ora in pensione si occupa di medicina del lavoro a Palazzo Pitti a Firenze.

ci riferisce Mario Ledda

 

CONOSCERE LA SARDEGNA ATTRAVERSO I SUOI SCRITTORI CONTEMPORANEI

SALVATORE MANNUZZU AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

Nel ricco e variegato calendario di attività, l’Associazione dei Sardi Biella propone un nuovo appuntamento con la letteratura. L’incontro, nel salone della Biblioteca Su Nuraghe, è stato dedicato alle opere di Salvatore Mannuzzu. Il prof. Roberto Perinu ha tenuto una conferenza per "conoscere la Sardegna attraverso i suoi scrittori contemporanei", il primo di un ciclo di incontri letterari a cadenza semestrale in cui il noto studioso presenterà la nostra Isola illustrando le opere di autori sardi, nella prospettiva di stimolare il gusto alla lettura. Niente nasce da niente. Anche il gusto di leggere. La letteratura sarda annovera una schiatta di scrittori che, addirittura, può essere fatta risalire al poeta latino Ennio, l’autore degli Annales, che, nel 204 a.C., era in Sardeg
na e che da lì fu portato a Roma da Scipione. Per essere precisi, Ennio non era sardo, ma il legame con l’Isola è innegabile. Pur con un salto di numerosi secoli, il blasone letterario risorge in Sardegna con Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura nel 1926, ma continua con Dessì, Satta, Lussu e prosegue con significativi contemporanei, quali Atzeni, Agus, Fois, Niffoi, Soriga; e, di certo, ne dimentichiamo più d’uno, tanto che non pare azzardata l’affermazione che la Sardegna, oggi, ha il nucleo di scrittori più nutrito di tutta l’Italia.

Roberto Perinu (Borgomanero (VC) 1941) Pattadese da parte di padre, risiede a Biella dal 1950. Insegnante di lettere a riposo dal 1994, dal 2002 docente a contratto presso il conservatorio di musica "A. Pedrollo" di Vicenza, titolare di "Sanscrito e di Teoria della Musica Indiana" nel corso di Tradizioni musicali extraeuropee ad indirizzo indologico. Presidente e fondatore di Orientalia Bugellae-Istituto Biellese per l’Oriente dal 2001. Tra i fondatori del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe, di cui è stato vice presidente, consigliere e rappresentante di base. Dal 1978, assegna le borse di studio per studenti della scuola dell’obbligo, figli meritevoli di soci del Circolo.

Salvatore Mannuzzu (Pitigliano (GR) 1930). Magistrato dal 1955 al 1976, poi deputato (indipendente del PCI) per tre legislature. Attualmente a riposo, vive a Sassari. Le sue opere sono pubblicate quasi interamente da Einaudi e da Ilisso. Segnaliamo: Un Dodge a fari spenti (1962), Procedura (1988), Un morso di formica ( 1989), Le ceneri del Montiferro (1994), Il terzo suono (1995), Il catalogo (2000), Alice (2001). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui citiamo i premi Dessì, Viareggio, Grinzane Cavour, Grazia Deledda. È tradotto in numerose lingue, come il tedesco, il francese, l’inglese.

Battista Saiu

 

IL VENTO DEL SOLE SOFFIA DALLA SARDEGNA FINO A BOLOGNA

BENTESOI IN CONCERTO

In occasione della serata Linguaggi senza frontiere: viaggio in musica tra Sardegna e Turchia organizzata dall ‘Associazione Che Torni Babele in collaborazione col Progetto Brinc@ domenica 22 Marzo presso l’Arteria, vicolo Broglio 1/e – Bologna, ci si è immersi nelle magiche e avvolgenti atmosfere mediterranee e negli squisiti sapori della cucina sarda e turca. Durante l’aperitivo si sono esibiti i Mediterranean Sound System, un duo composto da Utku Uluer (Dj Legoman – Turchia) e Frantziscu Medda (Arrogalla – Sardegna); ne è seguito un Dj set Dub curato dal turco Da Frogg, che vive e lavora a Milano, che ha accompagnato il pubblico fino al momento del concerto del duo sardo Bentesoi composto dal produttore Frantziscu Medda, che vive da anni a Bologna, e dalla cantante Claudia Aru Carreras che è venuta appositamente dalla Sardegna per presentare il loro album "Tripland", un affascinante  viaggio sonoro nelle terre e nelle lingue mediterranee. L’album è pubblicato dall’etichetta sarda Nootempo Records piccola ma agguerrita  cooperativa musicale sarda fondata da Alessandro Sanna, musicista con esperienza quasi ventenale nella musica sarda (Sa Razza, Malos Cantores). Il pubblico bolognese ha risposto molto bene alla serata Linguaggi Senza Frontiere, circa 250 persone al concerto di Bentesoi, durante il quale son stati eseguiti tanti brani estratti da Tripland. Il duo Bentesoi dal vivo ha una forte carica espressiva, per tutto il concerto non ci sono stati momenti di calo di tensione. Tutto il concerto è stato un crescendo di ritmi, di suoni. Dal brano eseguito a cappella "Tripland", per poi scivolare da beat a volte lenti ed enigmatici, fino a canzoni ritmate e ballabili come "Messenger Love". Il groove di Bentesoi, una miscela ricca di atmosfere dub che si fondono con l’elettronica ed il canto contemporaneo, ha entusiasmato il pubblico dell’Arteria.

Giancarlo Palermo

 

 

STRAORDINARIO CONVEGNO ALL’INTERNO DELLA SETTIMANA SARDA DI GENOVA

LA STORIA E I PROTAGONISTI DEL PENSIERO AUTONOMISTICO IN SARDEGNA

All’interno della "Settimana Sarda" organizzata dal circolo "Sarda Tellus" di Genova, il 9 maggio presso l’hotel NH Marina al Molo Ponte Calvi di Genova si terrà il convegno "La storia e i protagonisti del pensiero autonomistico in Sardegna".

L’apertura dei lavori sarà ad opera del Presidente del sodalizio sardo, Virgilio Mazzei.

Seguiranno i saluti delle autorità.

Successivamente le relazioni degli ospiti:

•-       Dall’autonomia del "Regnum Sardiniae" alla "sarda rivoluzio
ne" di G.M. Angioy del professor Italo Birocchi, ordinario di Diritto Medievale e Moderno dell’Università "La Sapienza" di Roma.

•-       Dalla restaurazione sabauda alla "fusione perfetta". Il pensiero di G.B. Tuveri e il rapporto con Carlo Cattaneo del professor Aldo Accardo, docente di Storia Moderna della facoltà di lettere all’Università di Cagliari.

•-       L’idea autonomistica in Sardegna e la legislazione speciale dal 1848 al 1914: le figure di Giorgio Asproni, Francesco Cocco Ortu, Egidio Pilia, Angelo Corsi del professor Tito Orrù dell’Università di Cagliari, direttore del "Bollettino Bibliografico della Sardegna"

•-       Interventismo e movimento dei combattenti; la nascita del sardismo. Attilio Deffenu, Emilio Lussu, Francesco Fancello, Camillo Bellieni del professor Stefano Pira, docente di Storia Contemporanea della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Cagliari.

•-       Il sardismo nel II dopoguerra: la linea autonomistica e la variante indipendentista del professor Federico Francioni, docente di Storia e Filosofia, pubblicista.

•-       La Sardegna nel II dopoguerra – dal Nuovo Statuto al Piano di Rinascita. Il contributo al dibattito autonomista di Emilio Lussu, Renzo Laconi, Paolo Dettori del professor Manlio Brigaglia, docente di Storia Contemporanea all’Università di Sassari.

Interverrà ai dibattito il dottor Angelo Carta, Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Sardegna.

Il Saluto conclusivo sarà del dottor Tonino Mulas, presidente della FASI.

ci riferisce Virgilio Mazzei

LA COMUNITA’ DEI SARDI DI BIELLA RICEVUTA DALLA MASSIMA AUTORITA’ RELIGIOSA

IL DONO DELLE PALME AL VESCOVO

Sabato 4 aprile, c’è stato l’incontro con il vescovo di Biella mons. Gabriele Mana per la consegna delle palme intrecciate da parte della Comunità dei Sardi di Biella. La delegazione era guidata dal presidente Battista Saiu, affiancato dal cappellano di Su Nuraghe don Ferdinando Gallu, scortati dai Fucilieri sardi e accompagnati da una rappresentanza di Soci che per l’occasione hanno indossato gli abiti tradizionali. Subito dopo, si è ripetuto il dono delle palme a padre Accursio, custode della basilica di san Sebastiano, tempio civico molto caro ai Sardi e ai Biellesi, luogo in cui riposano le spoglie mortali di Alberto Ferrero Della Marmora, senatore del Regno di Sardegna, amico e studioso della nostra Isola. Nel pomeriggio, alle ore 16.30, la terza palma è stata offerta a don Ferdinando Gallu. Proprio il cappellano dei Sardi ha benedetto la mostra "Sapori di Sardegna", dolci della tradizione pasquale, allestita nei saloni del "Punto Cagliari" del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella.

Battista Saiu

 

UN PIZZICO DI SARDEGNA NEL CUORE DELLA CAPITALE DELLA NUOVA ZELANDA

CULTURA SARDA A WELLINGTON

Delicious Sardinia- non sono stati  solo i prodotti gastronomici ad aver suscitato un vivo interesse da parte del pubblico neozelandese al Festival italiano edizione 2009 qui a Wellington. Domus De Janas Inc. – Circolo  Culturale Sardo in Nuova Zelanda ha partecipato per la prima volta al Festival italiano organizzato dal Club Garibaldi di Wellington (il più vecchio Club Italiano all’estero – fondato nel 1883). 12.000 i visitatori del festival di cui un notevole numero  ha degustato alcuni prodotti tipici sardi quali: pecorino, pane carasau, bottarga, e dolci tradizionali sardi, notato la presenza del liquore Mirto e di vini tipici; una proiezione fotografica mostrava la  storia, bellezze naturali, sagre e prodotti enogastronomici della Sardegna. Così la curiosità e  la golosità del pubblico hanno animato lo stand sardo creando una calda atmosfera. La Sardegna qui rappresentata ha voluto dimostrare la multiplicità e le particolarità regionali italiane nei molteplici aspetti: enogastronomico, turistico, ma soprattutto culturale. Il neo- circolo sardo Domus De Janas ha compiuto il primo anno questo febbraio e si propone di promuovere la Sardegna non solo con prodotti enogastronomici e turistici ma soprattutto attraverso la cultura facendo conoscere gli scrittori,i registi, i poeti e i musicisti. A maggio, al dipartimento di Language Learning Centre, della Victoria  University di Wellington, si  proietterà il film di  Pietro Sanna " La Destinazione" ed all’Università di Auckland questo marzo in collaborazione con la Dante Alighieri di Auckland, è  stato proiettato il film "Caos Calmo" di Antonello Grimaldi. A breve verrà  presentato "La Grazia" film muto tratto da una novella di Grazia Deledda. Altri film sardi sono in programma per il 2009.

Letizia Columbano

 

SERATA PARTICOLARE AL CIRCOLO AMIS DI CINISELLO BALSAMO

MUSICA GOSPEL FRA I SARDI

Una serata diversa dal solito tenuta presso il salone del circolo AMIS di Cinisello Balsamo con la corale ‘80 di Vignate con brani Gospel, Spirituals, Jazz e sacro. La corale è composta da 30 coristi sotto la guida del maestro Mariani con la collaborazione della Prof.ssa Veronica Vitali.

Fernando Celsi

SOLIDARIETA’ DEL CIRCOLO AMIS DI CINISELLO BALSAMO PER I BAMBINI IN AFRICA

PER RICORDARE GIULIO LODDO

La famiglia Loddo, ha voluto lasciare nel giorno dell’ultimo saluto al caro Giulio, un segno tangibile alle sua memoria. La moglie Agnese e il figlio Alessandro nell’estremo saluto al proprio caro hanno chiesto ad amici e parenti non fiori ma opere di bene. La cifra importante raccolta è stata consegnata al circolo AMIS di Cinisello Balsamo, la seconda famiglia dell’amico Giulio, il quale sotto le direttive della Presidente Carla Cividini, ha voluto fortemente sostenere la dottoressa Grazia Manca e l’Associazione Volontariato Sardo di Posada, da diversi anni impegnata come volontaria in Africa per aiutare i bambini bisognosi di Nukue in Guinea.  Il progetto di solidarietà è da diverso tempo, sostenuto anche dalla FASI.

Massimiliano Perlato

AL VINITALY DI VERONA, LA SARDEGNA VINCE CON I SUOI VITIGNI AUTOCTONI

ALLORI PER VERMENTINO, VERNACCIA, CANNONAU E MALVASIA

Due medaglie d’oro, una di bronzo e tante gran menzioni. E’ la fotografia della Sardegna vinicola all’ edizione di Vinitaly 2009. E’ questo il senso dei riconoscimenti assegnati quest’anno alle bottiglie sarde. Ecco allora le medaglie d’oro per il Vermentino di Sardegna «Opale» 2008, delle cantine Mesa di Sant’Anna Arresi e per «Karmis» 2008, l’Igt Valle del Tirso prodotto dall’ azienda vinicola Attilio Contini di Cabras. Ma se il vino prodotto dall’azienda di cui è titolare anche Gavino Sanna, rientra nel novero delle medaglie possibili (è o non un momento magico per il Vermentino?) la sorpresa viene dal Karmis, un blend di Vernaccia e Vermentino, d’annata, e non come è tradizione da far invecchiare. L’intuizione di Contini (che da anni si batte per questo nuovo uso del vino tradizionale della Valle del Tirso) è stata premiata. Terza medaglia, questa volta di bronzo, per la malvasia di Bosa. Anzi per la Malvasia di una azienda giovane e moderna che, lo scorso anno, al debutto a Vinitaly, aveva ottenuto la medaglia d’argento. Ma la vera notizia di quest’anno è un’altra: l’enologo che ha creato i vini che hanno ottenuto le due medaglie d’oro e quella di bronzo è lo stesso: Piero Cella. «Ero talmente emozionato che quasi piangevo – dice – A volte mi viene un po’ di amarezza a pensare quali potenzialità abbiamo ma che non sappiamo sfruttare. Queste medaglie premiano un gioco di squadra: dall’enologo al manager fino all’operaio che lavora la vigna. E’ questo che dobbiamo imparare noi sardi: più umiltà e maggiore sinergia tra di noi. Bisogna produrre meglio ma anche di più. Abbiamo potenzialità per produrre 100 milioni di bottiglie e ne facciamo solo 30 milioni». Il resto del medagliere rende merito alla Gallura, non solo alla potenza elegante dell’Arakena di Monti del 2006 e dei Canayli (sia quello dell’ultima vendemmia ma anche quello del 2007) e all’intramontabile «Funtanaliras», una delle più belle declinazioni del Vermentino di Gallura. Ma il Vermentino ormai è un vino che sa esprimersi in diverse sub regioni della nostra isola: a Settimo San Pietro e a Orosei, a Terralba e a Cabras), ma anche al singolare «Nozzinnà» della cantina di Badesi. Ma scorrendo l’elenco dei premi non si può non osservare come a emergere siano anche zone di produzione fino a ora rimaste un po’ in disparte ma che possono esprimere grandi potenzialità. Ecco il Mandrolisai prodotto ad Atzara da Fradiles: un vino che ha le carte in regola per sbalordire i palati più esigenti, ma anche i tanti Cannonau: da quello raffinato e innovativo dei Puddu di Oliena al superbo Sincaru di Surrau di Arzachena. Non hanno bisogno di presentazione, poi, le ottime bottiglie dei fratelli Pala di Serdiana (il premio quest’anno è andato all’Entemari) o agli eccezionali rossi di Usini (quello di Carpante e il raffinato Cagnulari di Giovanna Chessa). Ecco anche un Carignano: è quello della Cantina di Calasetta, da tempo rinata a nuova vita. E per rimanere in zona ecco anche l’«Arrubias» dei Feudi della Medusa. La cantina della Trexenta ha voluto mettersi in evidenza con il cannonau «Bingias» mentre Terralba esibisce con orgoglio le bottiglie della Cantina del Bovale di Tatiana Tuveri e i bianchi di Abele Melis. Riecco anche il Cannonau «Fuili» di Dorgali, la Vernaccia della cantina della cooperativa di Oristano e il sorprendente, fresco moscato di Cagliari di Dolianova. Onore al merito, infine, per lo stupendo bianco della Cantina Romangia di Sorso e il rosso Kostì della Meloni vini di Selargius.

 

BARBARA SERRA, NELLA TV ARABA E’ LA STAR DELLE NEWS

IL VOLTO SARDO DI AL JAZEERA

«Gaza per noi è stata come la prima guerra dell’Iraq per la Cnn. I nostri corrispondenti sono rimasti nella città durante gli attacchi e sono ancora lì mentre gli israeliani hanno tenuto fuori tutti i giornalisti occidentali. Al Jazeera è l’unica tv che ogni giorno continua a raccontare al mondo cosa succede oltre il muro della Striscia. Abbiamo tre reporter per i canali arabi, ma anche due che trasmettono sul canale di lingua inglese: così tutt
i possono vedere, sentire e capire l’altra verità, quella che i media occidentali non possono o non vogliono raccontare. Basta sintonizzarsi su Sky 522». Chi parla non è un giornalista arabo, ma un’italiana trapiantata a Londra: Barbara Serra, 34 anni, origini sarde, è l’anchor-woman più conosciuta di Al Jazeera in lingua inglese. Da tre anni conduce le news in diretta dalla capitale britannica, stella nascente del giornalismo mondiale, volto popolare tra il pubblico che segue il canale della tv del Qatar. Ormai nota anche in Italia con le sue corrispondenze Rai del sabato mattina per il programma di Minoli, spesso intervistata quando si parla di Medio Oriente, ospite di Ballarò e di Chiambretti che nota la sua somiglianza con la giornalista Bianca Berlinguer. «Me lo dice anche mio padre, del resto siamo entrambe sarde», sorride Barbara. Bella. Simpatica. Mediterranea. In carriera, sicuramente. A Cagliari per un giorno sul set fotografico: sarà testimonial nella prossima iniziativa editoriale de L’Unione Sarda dedicata ai costumi sardi. Per l’occasione indossa un sontuoso abito della festa di Iglesias, custodito dalla famiglia Priola Cordedda. «Quando mi hanno proposto di posare sono rimasta un po’ sorpresa, poi ho accettato con entusiasmo. Perché? Per curiosità», racconta durante una pausa del set: «Non mi immaginavo in costume tradizionale. L’abito di Iglesias è bellissimo. Mia nonna ne indossò uno prima della guerra. Oggi porto al dito l’anello di pietra nera e oro che mi regalò. Un suo ricordo. Il velo? Le donne sarde lo usano come le arabe, per le occasioni. Lo chador è un’altra cosa. Io non lo indosso, non avrebbe senso. E neppure le mie colleghe musulmane. Lo usano solo le giornaliste molto religiose». Carriera fulminante: da Videolina alla Bbc, da Sky di Murdoch ad Al Jazeera. «Nel 2006 stavano cercando giornalisti non arabi per il canale di lingua inglese. Mi contattarono e dissi sì perché credo sia un’esperienza davvero interessante. Perché proprio me? Forse perché la mia italianità mi avvicina in qualche modo al mondo arabo». Racconta divertita: «La prima volta che arrivo a Cagliari, al T-Hotel la ragazza della reception tutta eccitata mi saluta come la giornalista di Al Qaida. Oggi ho chiesto perché tra tanti canali satellitari non c’è Sky 522. La risposta? Perché cercano di seguire i gusti e le esigenze dei clienti. E di arabi non ce ne sono». Eppure si parla tanto di Italia e Sardegna come ponte tra due culture, tra l’Africa e l’Europa. «In Italia non c’è ancora una cultura multietnica, come in Gran Bretagna che ha avuto un impero e le colonie. Ci vorrà qualche generazione prima di una vera integrazione sociale. Gli italiani si sentono più vicini ai popoli mediterranei, ma poi guardano come esempio ai tedeschi, ai francesi, insomma al Nord. Pochi parlano arabo, per questo è importante la tv araba che parla inglese». Dopo vent’anni all’estero l’accento è molto british, anche quando parla l’italiano e si scusa per qualche errore che le sfugge passando da una lingua all’altra. Ma occhi e capelli neri sono mediterranei. Anzi, mediorientali. «È vero, spesso mi scambiano per libanese o egiziana. E non è un caso che in redazione abbiamo fondato il Club Med con i colleghi greci e dell’altra sponda del Mediterraneo. In più sono anche sarda». Il padre, dirigente dell’Eni in pensione, è di Decimomannu, la madre siciliana, lei è nata a Milano, ha studiato da bambina a Copenhagen, poi Parigi e Londra per l’università. Dopo la laurea subito il primo stage alla Bbc con una parentesi sarda a Videolina. «Ero in vacanza in Sardegna, come ogni anno, e mi sono proposta per un programma vacanziero in tarda serata. Serviva proprio un collaboratore che parlasse inglese per intervistare i turisti. È stata una bella esperienza. Ma la mia strada professionale era già segnata a Londra». Con l’isola mantiene fortissimi legami. Casa e ferie sempre a Carloforte dove lo scorso luglio si è anche sposata. Il marito Mark è un ex giornalista del Sunday Times passato alla professione legale. «Anche Mark, come tutti i nostri amici, ama Carloforte. Ci veniamo ogni volta che possiamo».

Come si sente l’inglese Barbara, dal cognome sardo, il passaporto italiano, il lavoro per una tv araba?

«Dipende da dove sono. Fuori dall’Italia mi sento italiana, quando sono qui non posso dire di essere italiana. Sicuramente mi sento molto sarda, forse perché i sardi hanno molte affinità con gli arabi».

E quando è davanti alla Tv?

Ci pensa un attimo. «Cambio giorno per giorno, dipende dalle situazioni, dalle notizie. Ora fredda e inglese, ora passionale e italiana».

Il suo destinato è comunque legato al mare.

«È vero. Al Jazeera vuol dire penisola o isola, le mie radici sono isolane, trascorro le vacanze a Carloforte, vivo in Gran Bretagna che è un’isola. Curioso, no?».

Tutti i giorni tra le 20 e le 22,30 (ora di Greenwich) appare in prime-time da Londra. Al Jazeera canale inglese trasmette 24 ore no stop. Come funziona questa tv?

«Comincia Londra, poi noi andiamo a dormire e le news continuano in diretta da Washington. Poi la conduzione passa a Kuala Lampur, in Malesya, e infine da Doha, nel Qatar, dove c’è la redazione principale. Sempre di giorno, sempre in diretta, con interviste e aggiornamenti dell’ultimo minuto. Una parte del mondo va a letto, ma al Jazeera continua le sue news. È l’unica emittente araba a trasmettere in inglese. Così tutti possono capire cosa dice l’altra parte del mondo. La nostra concorrente, Al Arabja, invece trasmette solo in arabo».

Secondo le stime, avete un miliardo di gli ascoltatori.

«Come si può dire? In Occidente siamo in grado di conoscere l’audience di ciascun programma, per ogni minuto. Come si fa a sapere quante persone ci stanno seguendo in un’abitazione di Gaza? Una o cento? Impossibile».

Al Jazeera la Tv di bin Laden. Così è diventata famosa. Siete la voce del terrorismo?

«Cavolate. Assurdi luoghi comuni. Noi abbiamo ricevuto il famoso video e l’abbiamo trasmesso. Ma tutte le altre tv del mondo l’hanno poi mandato in onda. Voi l’avete visto sulla Rai, per esempio. La Bbc trasmetteva sempre i comunicati dell’Ira e la Rai quelli dei brigati
sti».

Ma l’inviato di punta di Al Jazeera è stato arrestato in Spagna e condannato a sette anni per connivenze con i terroristi dopo gli attacchi-bomba a Madrid.

«Quando si lavora in questo campo è facile avere contatti con i terroristi».

Siete una televisione libera?

«Assolutamente sì. Prima di Al Jazeera, sino a dieci anni fa, le tv arabe erano solo propaganda perché legate ai governi e al potere. Oggi siamo la voce e le immagini del mondo arabo che, attraverso la lingua inglese, può comunicare e mostrarsi. Diciamo quello che le tv occidentali non fanno vedere. La gente non è stupida, vuole informarsi, vuole capire. Per questo ci guarda, per questo siamo credibili».

Hamas?

«Noi diamo voce ai palestinesi, non ad Hamas. Io stessa di recente ho intervistato un leader di Hamas e alle mie domande ha risposta urlando che eravamo stupidi come gli occidentali».

Che futuro per Gaza?

Barbara Serra cita un proverbio arabo: «Se tu vuoi avere ragione devi essere pessimista. Credo che gli europei possano ben poco nel processo di pace, l’unica speranza è Obama. Un suo importante intervento. È giusto che gli Usa siano dalla parte di Israele perché storicamente hanno sempre avuto stretti legami con gli ebrei, ma oggi è necessario che gli americani non siano più incondizionatamente pro Israele e contro gli arabi. È questo il vero nodo che fa infuriare il mondo arabo. A Gaza e nei territori siamo di fronte a una vera occupazione. Vivono come in una grande prigione, senza potersi muovere, senza lavoro, senza cibo. Ci sono grandi aspettative per Obama, perché lui rompa questo modo di vedere e quindi si riesca a trovare una soluzione».

Che pensa del giornalismo italiano?

«Difficile fare questo lavoro in Italia dove tutto è politicizzato. Persino i telegiornali. Per chi vive a Londra non sono comprensibili tanti sprechi economici. Lo stesso evento viene seguito da venti giornalisti e tecnici della Rai per ogni Tg e per la radio, quando per la Bbc sono al massimo due o tre. E poi per capire bene una notizia bisogna ascoltare quattro Tg».

Largo alle donne in Tv. Lei è un esempio:

«Il mio idolo era Christiane Amampour della Cnn. Vedendola in diretta da Baghdad ho capito che volevo fare la giornalista. E così ho cominciato. Anche in Italia ci sono giornaliste bravissime. Più spazi in Tv per le donne? Forse perché attirano più l’attenzione, ma forse perché sono brave. Invece mi dite quante donne diventano direttori di giornali e Tv? C’era riuscita Lucia Annunziata, ma non è durata a lungo».

Come vede il futuro della media

«Fra quindici anni chi comprerà più i quotidiani? Le nuove generazioni, i ventenni di oggi, s’informano sul web. Anche Al Jazeera si sta attrezzando con un sito sempre più importante. L’informazione, come dimostra il successo di Al Jazeera, sta cambiando rapidamente».

Carlo Figari

 

PER CELEBRARE I 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA E BANCO DI SARDEGNA

VERSIONE IN LIMBA DEL CALENDARIO DEI CARABINIERI

L’Arma dei Carabinieri -che hanno origine dal corpo dei carabinieri reali del Regno di Sardegna (1814)- rendono servizio allo Stato e ai cittadini con compiti di polizia militare, giudiziaria e di pubblica sicurezza; rappresentano un significativo radicamento storico e riferimento di valori per l’intera società italiana. E’ frequente, a motivo dell’amore del privato cittadino per l’Arma, che dal 2000 costituisce forza armata autonoma, vedere in bella mostra e in tante case ed uffici il prestigioso calendario storico dei Carabinieri. A quello ufficiale 2009 ha fatto seguito una sorprendente versione in limba sarda logudorese -patrocinata dalla Fondazione Istituto Storico "Giuseppe Siotto", Comitato sardo per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e Banco di Sardegna S.p.A.- con traduzione a cura di Luciano Carta. Il traduttore, nato a Bolotana, è dirigente scolastico ed animatore culturale con la passione della ricerca storica sul Settecento, Ottocento e Novecento sardo; numerosi i contributi pubblicati. Il Calendariu Istoricu de s’Arma de sos Carabineris -stampato dalle Grafiche Ghiani- si articola su ricche e documentate schede regionali che forniscono elementi storici sull’Arma, sull’operatività ed attuale struttura e presenza territoriale. Documentate anche le ricompense alla bandiera e le decorazioni individuali ai militari dell’Arma. Le immagini riprodotte rendono giusto omaggio all’unicità e totalità paesaggistica ed ambientale della Penisola. Dalla scheda sulla Sardegna rileviamo l’articolata diffusione delle attuali 278 Stazioni nel territorio dell’Isola, iniziata il 1822 con "s’estensione de su servissiu de sos Carabineris Reales". Il messaggio del Gen. C.A. Juanne Franziscu Siazzu, Cumandhante Generale de s’Arma de sos Carabineris, nel presentare il Calendariu sottolinea il "ligamen profundhu cun s’Italia e cun sos Italianos", garanzia per la difesa della Patria e per la tutela delle libertà istituzionali.

Cristoforo Puddu            

 

LA SARDEGNA NELLA RETE MEDITERRANEA DELLE "FORESTE MODELLO"

PARTENARIATO CON SPAGNA, GRECIA, FRANCIA E CROAZIA

Fra le iniziative progettuali della nuova programmazione europea e, in particolare, nell’ambito del programma operativo MED, è stata approvata dalla Giunta su proposta dell’assessore all’Ambiente, la candidatura di un parternariato transnazionale composto da Spagna (regioni di Castilla y Leon e Murcia), Grecia (Macedonia occidentale e Prefettura di Magnesia), Francia (Provence-Alpes -Cote Azur e Corsica), Croatia (Istria) e Italia (Sardegna) per la realizzazione di un progetto denominato "Foresta Modello". L’obiettivo è l’identificazione, in ciascuna regione partecipante, di propri ambiti territoriali aderenti ad un codificato modello di gestione della risorsa agroforestale. Le regioni mediterranee partecipanti potranno contribuire alla costituzione della rete mediterranea delle Foreste Modello sulla scia dell’omologo network internazionale coordinato dal Canada e già operativo da alcuni anni. L’Assessore Simeone: "Lo schema di Foresta Modello cerca di tradurre in termini concreti i principi espressi dalla codifica della Gestione Forestale Sostenibile nelle sue svariate connotazioni ambientali, economiche e sociali, in tale forma avvicinandosi agli attuali schemi di certificazione della gestione dell’ambiente e delle filiere produttive". L’Assessore ha richiamato l’attenzione sull’attinenza e similitudine fra il predetto schema delle Foreste modello e quello già adottato dal governo regionale con la pianificazione forestale di distretto, avviata dalla Deliberazione 53/14 del 9.10.2008 in attuazione degli indirizzi del Piano Forestale Ambientale Regionale, e sottolinea l’importanza della partecipazione della regione Sardegna ad una rete estesa alle regioni del bacino del mediterraneo nei termini di sperimentazione, confronto, condivisione e collaborazione interregionale. Nel corso del meeting tenutosi il 14 marzo 2008 presso Penaranda de Duero (Castilla y Leon – Spagna) la Regione Sardegna, rappresentata dall’Assessorato della Difesa dell’Ambiente, ha aderito in linea tecnica al protocollo di intesa per la costruzione della Rete Mediterranea delle Foreste Modello, assieme a Castilla y Leon e Murcia per la Spagna, Provence Alpe e Cote Azur e Corsica per la Francia, Algeria, Istria (Croatia), Marocco, Tunisia e Turchia. Tale documento è stato presentato al Forum Globale che si è tenuto a Hinton in Canada il 18 giugno 2008 dalla portavoce per la rete mediterranea, la regione Castilla y Leon. La Giunta ha votato l’adesione formale al Mediterranean Model Forest Network (MMFN) e il protocollo di intesa per la costruzione della rete (MoU).

 

TIRRENIA, VIA ALLA PRIVATIZZAZIONE ENTRO APRILE

LA COMPAGNIA ALL’ASTA

La Tirrenia è all’asta. Si avvicina così il tanto agognato processo di privatizzazione della compagnia che vanta novecento milioni di euro di debiti con un fatturato di 600. Nel piatto della compagnia di navigazione in vendita al miglior offerente c’è anche la Saremar, insieme a Caremar, Siremar e Toremar, le altre controllate regionali. La vendita di tutto il comparto e in blocco, sembra davvero certa, secondo una notizia lanciata e diffusa dal quotidiano economico Il Sole 24 ore. La pubblicazione del bando d’asta che mette sul piatto dei compratori interessati tutta la compagnia per intero, è attesa per la fine del mese di aprile. Si sa anche che l’Unicredit e lo studio legale Clifford Change, nominati da Finteca, la società finanziaria italiana che è controllata al 100% dal Ministero dell’Economia e che detiene partecipazioni in svariate aziende, si sono già messi in moto per avviare tutte le procedure necessarie alla cessione della compagnia, dopo aver avuto il via libera dal consiglio di amministrazione della Tirrenia. La privatizzazione della società, quindi, dovrebbe partire a breve ed un altro gruppo made in Italy, dopo quello aereo firmato Alitalia, potrebbe prendere definitivamente il volo. Motivo, anche in questo caso, le difficili condizioni economiche che tormentano da un po’ di tempo la compagnia finanziata da soldi pubblici che sembrano non esserci più o meglio, non essere più sufficienti a mantenerla ancora in vita. Una cessione che potrebbe però rivelarsi difficile, visto che sono cinque i rami regionali che vengono controllati da Tirrenia e che dovrebbero essere acquistati in blocco, per garantirne la massima salvaguardia. In questo caso, solo una cordata di imprenditori, potrebbe riuscire nell’impresa, e si vocifera che sarebbero già interessati all’asta, molti industriali ed armatori italiani, che avrebbero interesse a salvare le sorti di un prodotto mede in Italy. Da possibili acquirenti stranieri, se ne parlava in passato, che detterebbero le loro leggi, anche sulla organizzazione delle tratte e sul numero dei marittimi, mentre pare che il decreto del governo che ha annunciato i tagli e la privatizzazione di Tirrenia, abbia ovviamente previsto la salvezza dei posti di lavoro. Una storia vecchia, però, questa, che ora sta per arrivare al traguardo per una compagnia che, da qualche anno, naviga in acque difficili, trascinandosi dietro anche le sue estensioni regionali, come la Saremar che svolge le tratte locali da La Maddalena e Carloforte, mentre come Tirrenia collega alla penisola Olbia, Cagliari e Porto Torres. Un vero disastro, ma già annunciato da tempo. Oggi, non si tratterebbe più di mettere in gioco e a rischio soltanto le tratte locali, ma un intero comparto, uomini, mezzi, corse e collegamenti, se la compagnia non trovasse acquirenti in grado di rilanciarne lo sviluppo e di garantire la continuità territoriale tra Sardegna e Penisola.

Alessandra Deleuchi

 

QUANDO GIRA IL MATTONE, GIRA L’ECONOMIA?

L’ANNO ZERO … DELLA SARDEGNA

In molti avranno visto la puntata di Annozero di giovedì 26 marzo, dedicata al "piano casa" del governo Berlusconi, alle sue possibili conseguenze in generale e in particolare in una regione come la Sardegna, in cui le coste rappresentano il nostro bene più prezioso e anche il bottino più appetibile per chi crede (e soprattutto, vuole credere) che "quando gira il mattone, gira l’economia". Lasciatemi dire che ho forti dubbi. Primo, perché migliaia di seconde case vuote
non portano proprio un bel tubo di giro economico se non agli impresari edili che le hanno costruite, secondo perché la colata di cemento è sempre irreversibile. Concetto che non piace molto né al Partito della Libertà né tantomeno ai sardi, che ovunque e in ogni luogo – la spiaggia ma anche l’agro e le periferie che sembrano scorci di Sarajevo postbellica – si farebbero più che volentieri la casetta, il casotto, la baracca, il prefabbricato, la baraccopoli abusiva come accade più frequentemente di quanto si pensi. E’ un fatto culturale, non c’è nulla da fare: nella nostra mentalità (mi ci metto dentro anch’io, essendo figlia di questa strana terra) è sempre e comunque meglio l’uovo oggi che la gallina domani, e chissenefrega della conseguenze. Un brutto male, l’indifferenza: orribile se abbinato al cinismo di chi sfrutta la disperazione altrui, quella del "qui e ora", per fini propri e personalistici, facendo promesse che ai più sembravano assurde già nel momento in cui sono state formulate, ma ricordiamoci sempre che "i più" non possono capire la disperazione umana, sociale, esistenziale dei lavoratori del Sulcis, licenziati dalla multinazionale russa proprietaria dell’Euroallumina. Non possiamo capirla appieno, o almeno spero per molti di noi, ed è per questo che ci fa ancora impressione sentire quella ragazza che nel corso della stessa puntata di Annozero ha urlato con rabbia, rivolta al governo nazionale ma anche a quello locale che da Berlusconi è stato massicciamente sostenuto in campagna elettorale: "Noi abbiamo votato chi ci avete detto voi, e ora siamo abbandonati". Già, perché, per chi non lo sapesse, proprio Silvione, accompagnando il nostro nuovo governatore Ugo Cappellacci in visita nel Sulcis, promise, con quell’approccio epico-rassicurante da presidente "operaio dentro e a voi vicino", che ci pensava lui, "telefono io al mio amico Putin, state tranquilli". Quelli ci hanno creduto, e hanno votato di conseguenza. Tre giorni dopo si sbaraccava, e partiva la cassa integrazione, per i fortunati che ce l’hanno. Si chiama voto di scambio: inutile scandalizzarsi quando accade, tremendo però quando si finisce cornuti, mazziati e razziati, e non voglio sentire che "se lo sono meritati", perché, ripeto, quella disperazione di chi vuole solo lavorare e non essere assistito è tremenda, stringe il cuore, provoca tanta rabbia e anche la velata speranza che qualcosa di diverso (e non controllabile con una sola promessa) possa accadere.

Francesca Madrigali

CRESCE LA PREOCCUPAZIONE PER IL G8 CHE SI TERRA’ ALLA MADDALENA

I "NO GLOBAL" SI PREPARANO ALL’ASSALTO

Gli scontri al G20 di Londra faranno scuola? La crisi economica mondiale modifica gli scenari della contestazione di massa. A pacifisti, movimenti politicizzati, ai No global e antagonisti che già annunciano lo sbarco nell’isola con una flotta di natanti si è aggiunta una variabile difficilmente controllabile: la rabbia di quanti non hanno più un posto di lavoro e di coloro che hanno perso con le banche i risparmi di una vita. Una rabbia che monta contro il "nemico" comune e può scatenarsi all’improvviso verso i simboli, e i rappresentanti, del potere economico. Questo – inserito nel mai cessato allarme sul terrorismo internazionale -, è il fosco quadro che emerge dalle contestazioni londinesi, i cui dirompenti effetti sono febbrilmente allo studio degli analisti del Viminale e dei Servizi italiani, ai quali è demandata la sicurezza nel nord Sardegna in occasione del G8 che si terrà a luglio nell’isola della Maddalena. «Lavoriamo per poter garantire che i lavori si svolgano in perfetta sicurezza, e ribadire la tradizionale ospitalità che contraddistingue i sardi, in un’ottica di visibilità planetaria, i cui effetti sono benefici per l’intera isola e per l’Italia, quale è l’evento che stiamo per affrontare», dice il questore di Sassari Cesare Palermi, che non entra nel merito di quanto (per ovvie ragioni) si sta approntando nel Nord Sardegna in tema di prevenzione e sicurezza. «Non tollereremo i violenti – ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini -: abbiamo attivato tutti gli strumenti di prevenzione per garantire un G8 sicuro, un incontro che serve a contribuire alla soluzione positiva dei problemi del mondo, anche ai problemi della povertà, i problemi sociali e ambientali». Il No Global napoletano Francesco Caruso, annuncia l’assedio, via mare, dell’isola della Maddalena. Una spedizione con imbarcazioni in nome della lotta della speranza. «Porteremo la voce dei senza voce tra i potenti», annuncia l’esponente dei No Global. «Non dovete avere paura dei No Global, ma dei precari, dei lavoratori, dei disoccupati. Della gente che è disperata, che non riesce più a vivere. Le vere proteste arriveranno da loro: sono disperati, e quindi molto, molto arrabbiati», profetizza. Fiducioso, invece, il sindaco di Olbia Gianni Giovannelli, che ha avuto diversi incontri con la struttura organizzativa del G8 alla quale ha avanzato le sue perplessità in relazione alle zone critiche che offre la città di Olbia: il porto, l’aeroporto e la rete viaria (sottodimensionata) che, in luglio, verrà intasata dal traffico dei vacanzieri. «Abbiamo messo a disposizione diverse strutture che ospiteranno le forze dell’ordine e gli addetti alla sicurezza in generale. Mi auguro che tutto vada per il meglio, per la tranquillità dei miei cittadini».

 

L’OMICIDIO DI DINA DORE UN ANNO DOPO

MESSINSCENA DI UN SEQUESTRO?

Una bimba che piange disperata su un seggiolino. La mamma, incerottata dalla testa ai piedi, che muore soffocata nel bagagliaio di un’auto. La raccapricciante sequenza che è andata in onda un anno fa, nel garage di via Sant’Antiocru, a Gavoi, non sarebbe stata un sequestro finito male ma solo la sua malandata messinscena. «Malandata» perché chiunque l’abbia allestita ha sparso un bel po’ del suo Dna. Dopo 365 giorni di indagini silenziose ma continue sulla morte di Dina Dore, è l’ipotesi che sta riemergendo con più forza. Ma rimane ancora una ipotesi, perché nel fascicolo aperto dalla Dda di Cagliari si continua a procedere per «sequestro di persona» e il registro degli indagati continua a rimanere inesorabilmente immacolato. Nessun sospettato, nessun presunto colpevole. Ma c’è una corrente piuttosto nutrita di investigatori che, forte di un anno di accertamenti e analisi blindatissime, comincia a sposare un’ altra possibile verità, rispetto a quella del tentato rapimento. Lo fa per diversi motivi. Primo fra tutti, il modo in cui Dina Dore, moglie e madre premurosa, è stata uccisa.
La donna è stata prima tramortita alla testa con un’ascia, poi legata con diversi giri di nastro adesivo, dai piedi su fino al volto. Così stretti da romperle il setto nasale e da provocarne la morte per asfissia dopo qualche minuto di permanenza all’interno del bagagliaio dove era stata rinchiusa. Si chiedono, gli investigatori, quando mai un aspirante rapitore tratta in questo modo il suo prezioso ostaggio? Quando mai un aspirante sequestratore ne cerca la morte a tutti i costi, pur sapendo che in quel momento è il suo bene più caro? Ma non basta: c’è anche un altro elemento che comincia a far propendere per l’ipotesi della messinscena. C’è il fatto che la banda che è entrata in azione, a giudicare da come si è mossa all’interno della casa, tutto sembra tranne che una banda di professionisti del crimine. Chiunque sia entrato, quel maledetto mercoledì 26 marzo, nel garage di via Sant’Antiocru della famiglia Rocca-Dore, ha agito in modo piuttosto maldestro. Tanto per cominciare, i malviventi, a un certo punto, sono rimasti chiusi nel garage perché le chiavi per aprirlo le avevano incerottate insieme alla povera Dina. Così, per uscire da quella trappola che si erano creati con le loro mani, sono stati costretti a far leva sulla serranda usando un piede di porco. Viene difficile credere che una banda di rapitori, che vuole mettere su un’azione criminosa del genere, si perda in una simile bazzecola. E rimanga intrappolata come un topo insieme alla sua vittima. Chi e perché, eventualmente, avrebbe voluto allestire questa messa in scena, non è dato sapere. Su questo punto ci sono solo ipotesi, supposizioni, e, ma solo in paese, una marea di voci incontrollate. C’è chi pensa a una vendetta trasversale. La famiglia Rocca, a Gavoi e nei paesi dei dintorni, è molto affermata e conosciuta. Il suocero di Dina, Tonino Rocca, papà di Francesco, ha subito due tentati sequestri. Una messa in scena, dunque: gli investigatori non lo escludono più in modo netto, come un anno fa. Tra le pieghe dell’inchiesta, guidata dalla procura distrettuale di Cagliari e condotta dalla squadra mobile nuorese, c’è tanto, ovviamente, che non trapela e non può trapelare. Ma c’è un elemento che a distanza di un anno è diventato una certezza: nel garage di via Sant’Antiocru è stato recuperato il Dna dei killer. Lo hanno lasciato forse quando erano presi dal panico, dopo aver tramortito Dina Dore e aver sentito la piccola Elisabetta, di appena otto mesi e mezzo, che piangeva disperata perché voleva stare tra le braccia della mamma. Forse le preziose tracce sono state recuperate da quel consistente bottino di oggetti sequestrati a suo tempo dai poliziotti della scientifica: i tappetini della Punto dove era stata rinchiusa Dina, il fondo del portabagagli imbevuto di sangue. E soprattutto il nastro adesivo utilizzato per incerottare la donna. Sembra, infatti, che un po’ per la fretta, un po’ per la loro imperizia, i malviventi, abbiano strappato il nastro adesivo con la bocca. Lasciando tracce preziosissime della loro presenza. Il Dna aspetta, insomma. Da un anno è lì, in un laboratorio della scientifica, che attende finalmente di essere confrontato con i primi sospettati. Le belve che sono state capaci di uccidere una donna coraggiosa davanti alla sua bimba.

 

IL LIBRO DI MARIO SANNA

DE AUNDI SEIS?

Si dice che il sardo sia la persona più attaccata alle sue origini e se anche si trasferisce in un’altra terra e trova anche la dea bendata che gli da una mano, non dimentica mai la sua terra. Sarà così solo per i sardi? Se dovessi stilare una percentuale, direi che il 85% dei sardi è così. Io abito in San Gavino Monreale, ho avuto modo di "girare" tutta l’Italia, dalla Sicilia a l’Alto Adige e l’Europa, anche quella dell’est; gli USA (New York e San Farcisco), Brasile (Rio de Janeiro e Natal) e il Giappone (Tokio). Ho incontrato durante questi viaggi (dal 1977 al 2008) non pochi sardi: quasi tutti mi hanno chiesto: DE AUNDI SEIS? (l’equivalente medio delle 2-3 lingue più parlate in Sardegna). Come sappiamo questa locuzione sarda non significa solo sapere di dov’è una persona.  A volte è più usata per sapere chi sei e cosa fai. Cioè, chi ti fa questa domanda ha voglia di scambiar quattro chiacchiere, di sapere qualcosa di te e di raccontarti qualcosa di se. Ed è questa frase che mi ha fatto venire l’ispirazione di scrivere un libro. È la storia di una famiglia; inizia con l’Unità d’Italia (1861). Non dimentichiamoci che l’Italia è stata fatta dall’esercito del Regno di Sardegna (i sardi anche qui ci sono… ) è una famiglia come tante ci sono e che soprattutto c’erano in Sardegna. La storia narra gli usi e le tradizioni sarde dell’epoca, l’entrata in guerra (1915-18) contro gli imperi centrali (Austria, Germania, Ungheria), l’eroismo degli intrepidi sardi della Brigata Sassari e la balentìa di un componente della famiglia (la storia finisce nel 2000). Ci sono molte parlate in sardo (campidanese), tutte tradotte ed alcuni mutetos improvvisati. Vi consiglio di leggere questo libro; sono sicuro vi piacerà.   Potete visitare il sito: www.kimerik.it e andare sugli autori poi Sanna. Fatemi sapere se vi è piaciuto. A mellus bìere e a meda annos cun salude

Mario Sanna

FORUM MONDIALE DELL’ACQUA: PERCHE’ SIA GARANTITO IL DIRITTO A UN BENE PRIMARIO

ISTAMBUL CHIAMA IL MONDO

È passata mestamente sotto silenzio il World Water Forum che si è svolto a Istanbul. All’iniziativa, riconosciuta dall’Onu, hanno partecipato migliaia di delegati di governi, municipalità, società civile e imprese di tutto il mondo. Per parlare di acqua. Sì, perché mentre si discute, peraltro comprensibilmente, di come conservare il potere d’acquisto del miliardo di persone che vive con oltre 37.000 dollari l’anno – cioè noi – altrettanti vivono con un dollaro al giorno e senza accesso all’acqua potabile. Il numero di chi non ha sevizi igienici né fognature, poi, raggiunge la spaventosa cifra di 2 miliardi e 600 mila. Senza acqua non si vive. Non solo perché l’acqua nel processo nutritivo non è sostituibile, ma anche perché ci è essenziale per l’igiene personale e le coltivazioni. La mancanza d’acqua ha numerose conseguenze sulla qualità della vita.  Si calcola che siano circa 5.000 i bambini che muoiono ogni giorno per diarrea, una cifra superiore alle morti per tbc, malaria e aids, e nel 90% dei casi è la mancanza di accesso ad acque sicure a determinare l’insorgere dell’infezione.
L’assenza di servizi igienici e fognature inoltre amplifica gravemente i rischi d’inquinamento delle acque e la diffusione di malattie. Ma l’assenza di acqua potabile e servizi non impatta solo sulla salute. Esistono diversi altri effetti perversi. In questi anni le risorse destinate a migliorare questa situazione si sono contratte. L’acqua non ha avuto una lobby che sostenesse la necessità d’interventi per migliorare la situazione. Anzi, diversi gruppi economici hanno spinto perché si avviassero privatizzazioni per consentire lo sfruttamento commerciale della risorsa acqua. Il rischio di un peso gravoso sui più poveri è evidente. A queste pressioni si è opposto chi considera l’acqua un bene pubblico appartenente alla comunità, dunque, allo Stato, che ha il dovere di renderlo disponibile a tutti. Ma la privatizzazione non è tutto. La questione reale si gioca su tre ambiti. Il primo è come si fa concretamente ad estendere l’accesso ad acqua potabile e servizi dove oggi questo è negato. Questo significa affrontare la questione dal punto di vista degli utenti, o meglio delle persone: identificare chi ha necessità e costruire percorsi efficaci (e controllabili democraticamente) per gestire l’utenza. Il secondo è la gestione integrata dei bacini idrici che consenta volumi d’acqua proporzionati ai diversi fabbisogni: l’uso alimentare e igienico, quello agricolo, quello industriale dove esiste, e quello idroelettrico. Si tratta di porsi il problema dal punto di vista tecnico delle risorse. Il terzo riguarda la sostenibilità delle soluzioni nel tempo, sia dal punto di vista economico sia da quello ambientale. La costruzione di dighe immense negli ultimi decenni ha avuto in diversi casi impatti assai preoccupanti in termini di cambiamento climatico locale e sub regionale: le dighe realizzate in zone molto calde suscitano evaporazioni intense tutto l’anno, che hanno cambiato i ritmi della piovosità stagionale. Significa affrontare il problema dal punto di vista della comunità che vuole amministrare nel tempo una risorsa scarsa in armonia con l’ambiente. A Istanbul migliaia di persone ne hanno parlato insieme e la loro voce può essere preziosa per orientare i decisori internazionali. Mancano infatti sedi internazionali efficaci per coordinare gli interventi. Da qualche tempo è stata formulata la richiesta di creare un Piano globale di azione sull’acqua per coordinare in modo integrato i tanti spazi d’intervento che si aprono quando si affronta la questione acqua, creando un livello mondiale e uno nazionale per discutere di priorità, interventi e finanziamenti.  La proposta ha già molti consensi nel Sud e nel Nord, ma necessita di una spinta decisiva. Il prossimo G8, presieduto dall’Italia, avrebbe la possibilità di darla. Avviare un Global Framework non esaurisce le nostre responsabilità, ma è un passo avanti fortemente chiesto dalla società civile. Speriamo che non si perda l’occasione.

Riccardo Moro

IL NOSTRO GRAZIE AI CIRCOLI DEGLI EMIGRATI SARDI IN LOMBARDIA

UN BEL PRESENTE PER IL MATRIMONIO

Vorremmo esprimere dal cuore, la nostra più grande gratitudine a tutti i circoli degli emigrati sardi presenti sul territorio della Lombardia. Un enorme ringraziamento per questa vostra testimonianza d’affetto evidenziata con il gentile presente che la Circoscrizione del Centro Nord – Lombardia coordinata da Antonello Argiolas, ci ha fatto per le imminenti nostre nozze che si svolgeranno il 2 maggio. Il vostro pensiero ci riempie di gioia e, perché no, anche di legittimo orgoglio perché sta a significare, di fatto, che il riconoscimento del lavoro pubblicistico a favore dell’emigrazione sarda, svolto principalmente da Massimiliano, è molto apprezzato. Un riconoscimento che non è solo simbolico. Lo testimoniano una lunga storia cominciata con "Tottus in Pari" nel 1997, proseguita con numerosi articoli sui giornali sardi che ce lo permettono, e che è sfociata, da un anno a questa parte, con il sito http://www.tottusinpari.blog.tiscali.it/ Noi crediamo in questo progetto e vorremmo che proseguisse anche in futuro. "Tottus in Pari" è una creazione di tutti e per procedere nel suo cammino, ha bisogno di tutti voi. Sempre. Un milione di grazie ancora.

Valentina Telò, Massimiliano Perlato

2 risposte a “Tottus in Pari, 242: un grande amore per la Sardegna”

  1. Carissimo Massimiliano. Ho letto l’intervista sull’ultimo numero di “tottus in pari”.. Ottima. Complimenti. Certo che non ti manca la fantasia per “ocstruire” argomentazioni continue come queste che preponi ogni volta… Un caro saluto

  2. Un affettuoso saluto a Filippo Soggiu da parte di Raffaele Melis e dei soci del Circolo Salvador’ d’Horta di Barcelona. Tanti Auguri Filippo- Sei sempre in gamba.

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