A Torino, il grande abbraccio degli emigrati sardi a Renato Soru

di Sergio Portas

 

Si lamenta che in cinque anni che è durato il suo mandato né il primo quotidiano dell’isola gli abbia mai chiesto una intervista, né che lo abbia fatto la televisione privata a maggiore diffusione, ma oggi, qui a Torino, davvero Renato Soru non si può lamentare del sistema dei media. Che giornalisti e cameraman lo stringono subito in un assedio compatto,usando telecamere e microfoni a guisa di spadoni medievali, più vicini alla giugulare che alla bocca: "o la dichiarazione o la vita". Né gli va meglio con il variegato popolo sardo che gremisce il teatro Verdi, incapace di contenere seduta la folla che deborda verso il candidato, ognuno vuole dirgli almeno una parola, sfiorarlo se non toccarlo o, suprema ebbrezza, riuscire a stringergli la mano. Il vostro cronista si era illuso di potergli rivolgere qualche domanda che non fosse scontata  (cosa ne pensa della produttività delle otto province sarde, com’è che ha cambiato idea su quanto promesso cinque anni fa: solo un periodo quinquennale della mia vita alla politica e poi tornerò alla società civile, cosa pensa dei politici che hanno interessi nell’editoria ecc. ecc.). Oggi non è cosa. Oggi è campagna elettorale. Assolutamente ben gestita, dall’entusiasmo con cui la gente risponde alle provocazioni che Soru lancia ai suoi avversari in questa sede. In realtà, come anche i maggiori quotidiani nazionali hanno messo in evidenza, l’avversario vero è uno solo: il Cavaliere di Arcore Berlusconi Silvio, autoproclamatosi sardo "ad honorem ", desideroso quindi di salvare la Sardegna tutta dalla iattura di rivivere un’altra legislatura sotto il segno del campidanese di Sanluri, che tanti danni ha fatto nonostante, ahimè, non lo si possa definire comunista a tutto campo ( come Prodi), ma che con i comunisti ha intenzione di continuare a brigare, pur riconoscendogli una certa volontà di scompigliare il campo dei maggiorenti il maggior partito che lo appoggia (PD). Del povero Cappellacci solo qualche accenno per ricordare tutti i milioni (di euro) che è riuscito a mettere insieme quando era assessore al bilancio della giunta Pili, ad accrescere un debito abnorme che solo questa giunta di centro sinistra ha operosamente azzerato. Col che si è poi potuto provvedere a distribuire qualche cosa ai cittadini sardi più bisognosi, usando, dice Soru, criteri di imparzialità sconosciuti alla "politica politicienne", quella per intenderci che prevede sempre un ritorno di favori (leggi: il tuo voto) al padrino politico di turno che ti fa avere una qualche prebenda. E qui Soru è bravo  nell’enumerare le cento e una cose che è riuscito a fare con la sua giunta negli anni scorsi, si sente che oramai recita a memoria, sembra quasi che non rifiati a sufficienza tra il ricordo della differenziata che passa dal 5 al 40%, il numero del parco macchine regionali crollato da 750 a 40, il numero di persone non autosufficienti  che la regione aiuta passato da 5000 a 20.000, il numero di dirigenti regionali drasticamente assottigliato mentre è aumentato quello dell’ente foreste, che prima ce ne era uno per 7.000 dipendenti precari e ora sono 50, come a dire che quando servono i posti di lavoro "veri", non come quelli dei corsi professionali, i concorsi si fanno e si assume( e i posti di lavoro sono stabilizzati). Quando  arriva il sindaco Chiamparino ( in ritardo), sembra che Soru voglia farlo partecipe di queste statistiche positive e riprende a citarle anche a lui, tornando a sottolineare: i 40 milioni  di euro andati all’istruzione, i 1000 euro che andranno agli studenti che alla maturità meriteranno almeno ottanta su cento, i 25.000 a cui hanno avuto diritto colore che ristrutturavano case nei centri urbani, i 500 mensili per gli universitari che si recano a studiare fuori Sardegna. E poi i soldi per i "Master-back" (prendi una laure e poi torni a casa) e i "professor visiting" (illustri cattedratici che vengono in visita alle nostre università), tanto per far capire che il nostro eroe oltre al campidanese parla anche inglese fluente, nonché maneggia tecnologie d’avanguardia che la banda larga per tutti i sardi è oramai realtà e se il ministro Brunetta (l’efficientissimo per antonomasia)  preconizza che tutta la burocrazia italiana interloquirà tramite internet entro il 2013, ebbene, da noi tutto questo è già realtà dal primo di gennaio, con enorme risparmio di tempo e di carta. Perché la Sardegna che Soru disegna nel futuro prossimo somiglia tutta a quella di Obama quando parla dell’America che lui vorrebbe: ecologista, virtuosa nei conti pubblici ( quelli della regione nostra sono diminuiti del 40%), aperta alle tecnologie dolci:solare, fotovoltaico, eolico. In attesa che arrivi il gas sottomarino dall’Algeria. La Sardegna dei paesi dell’interno, con le loro chiese romaniche, la natura per lo più incontaminata in cui sono immersi, cultori ancora di una civiltà, un modo di vivere, che è di per se stesso un valore. A cui occorre dare voce, perché l’isola non sia più, nell’immaginario degli italiani, una sorta di ciambella circondata dal mare blu, degna quindi di essere visitata solo per le sue spiagge. I sardi che applaudono forte queste cose le sanno già e amano sentirsele ripetere da Soru. Sono di quelli che non hanno avuto paura di passare il mare e di rischiare del loro per farsi un’alternativa di vita che comportasse anche una risalita sociale. Come i ragazzi che hanno parlato, i più leggendo l’intervento che li tremava la voce per l’emozione, all’inizio della manifestazione: studenti d’ingegneria, praticanti giornalismo, violinisti, informatici. Fieri di questo candidato che più sardista non può essere, che parla di regole del gioco da rispettare tutti, di servitù militari ancora intollerabili (alla faccia del ministro La Russa), che tiene testa da solo a un governo tutto che viene in Sardegna a fargli campagna elettorale contro, pretendendo macchine di rappresentanza che non avrà (il leghista Zaia), firmando accordi di programma attesi da diciotto mesi (il nuclearista Scajola). Tutti per "un aiutino" a quel tale Ugo Cappellacci, figlio prediletto (seppure troppo alto) del presidente del Consiglio, che mischia barzellette agli insulti, quando si rivolge a Soru. Lui, giacca di velluto marrone, poco sorride ma lancia fendenti di nuragica precisione, come quando parla del cosiddetto lodo Alfano, quell’obbrobrio istituzionale mediante il quale Berlusconi può sparlare e mentire su tutti i cittadini italiani, senza che paghi dazio giudiziario. Si capisce che la Sardegna di Soru è altra cosa, l’ovazione da stadio che gli tributa la platea è a dire che sardi qui convenuti la pensano come lui. Tutti.

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