La mia esperienza tra i minatori di Cerro Rico in Bolivia

di Elisa Cappai

 

Scintilla, Sergio, Manlio, tutti voi che mi avete lasciato in eredità , la solidarietà e la forza di un animo da minatrice. Non ricordo tutti i nomi, ma posso ricordare i vostri volti, spesso scavati dal lavoro duro del sottosuolo, ma con gli occhi vivi e scintillanti di chi mai ha perso la speranza e la voglia di lottare per quello in cui crede. Sapevate che sarebbe arrivato il momento che sarei giunta a Potosi’, ve ne avevo parlato in quella giornata splendida che mi avete dedicato dopo la mia laurea. Dopo aver discusso la tesi che parlava di voi e del nostro territorio. Sapevate che come figlia di ex minatore, nipote di ex minatore e di una ex cernitrice, figlia del Sulcis Iglesiente, le miniere del Cerro Rico di Potosi’ erano una tappa che speravo di raggiungere con trepidazione. Ci sono arrivata. Sono entrata per l’ingresso di quella galleria, che sembra uguale in tutto il mondo. Un tunnel, dove termina la luce e inizia il regno delle tenebre. Il tempo e’ un altro, lo spazio e’ un altro, l’uomo non e’ più padrone, il lavoro lo rende schiavo, la povertà lo imprigiona sotto terra. Il buio, l’umidità, la polvere, la fatica, questo lo conoscete bene voi che siete fratelli di questi uomini che ho incontrato nella profondità della terra boliviana. Voi, come me, avete sentito il cuore stringersi in una morsa di rabbia e impotenza, vedendo le condizioni in cui alcuni dei 15.000 lavoratori delle miniere di Potosi’ continuano a scavare le viscere del Cerro Rico. In Sardegna sono rimaste le foto e i pezzi da museo delle antiche pratiche minerarie, che tuttora suscitano sgomento per la mancanza di sicurezza, di protezione. Ma Potosi’ non e’ un museo. E’ storia vivente, che fa male. Da quando gli spagnoli si impossessarono delle miniere nel 1545 tanto minerale è stato rubato alla Bolivia, ma ancora di più vite innocenti di indios e africani, schiavi, anime sotterrate nella polvere e nello sforzo disumano di un lavoro senza tregua e regole. La guida mi parlava di cose che conoscevo bene: perforazione, detonazione, mi ricordavo di San Giovanni Miniera, di tutte quelle realtà così vicine a me da farmi sentire orgogliosa di aver vissuto tra miniere e rivolte dei pozzi, tra occupazioni e marce per lo sviluppo. Perforazione, per 80 centimetri due ore di lavoro. Martello, scalpello, forza e pazienza. Il tempo non si conosce quando il sole e’ ormai un ricordo, lontano, fuori nell’altra dimensione del mondo, quella della luce. Qui si lavora anche 16 ore al giorno, qui il vagone carico di minerale si trascina a mano, senza guanti. La cultura dei minatori indigeni si e’ mantenuta viva nonostante l’imposizione della religione cattolica. Così il regno del sottosuolo e’ il regno del Tio. Come il regno della luce ha il suo Dio, il mondo dei minatori ha la sua divinità, alla quale si chiede permesso e consenso prima di rubargli una parte del suo tesoro, l’argento, lo stagno, lo zinco della miniera. Prima di iniziare il lavoro i lavoratori si riuniscono intorno al Tio, parlano di qualsiasi cosa, alla presenza della divinità, come condividendo con lui prima di penetrare nelle gallerie. Offrono alcool puro sul petto della statua, perché possa infonder loro la purezza spirituale, sugli occhi perché possa guidarli ad individuare il minerale, sulla braccia perché dia forza nel lavoro e sulle gambe perché non manchi sicurezza nel cammino. Due foglie della pianta di coca, (così lontana dalla droga di cui sentiamo parlare) due come gli opposti, notte e giorno, bene e male. Due foglie sulla testa del Tio, sicurezza e concentrazione nel lavoro. Chi lavora con l’esplosivo riconosce in queste due parole due elementi sacri: Sicurezza e Concentrazione. Avrei voluto abbracciare quel ragazzo che riposava e che non sapeva dirmi da quante ore stava lavorando. Avrei voluto aiutarlo a terminare le sue 15 tonnellate giornaliere, avrei voluto stringergli la mano, dirgli che ero figlia di minatore. Il suo sguardo fiero era lo sguardo di mio nonno. E per la prima volta dopo tanto tempo ho sentito la sua mancanza, avrei voluto raccontargli tutto quello che ho visto. Lui e i suoi polmoni sapevano bene quale maledizioni custodisce la miniera. Lui e le sue mani forti sapevano rappresentare l’orgoglio di un lavoro tra i più duri sulla faccia della terra, o meglio del profondo della terra. Mi sono sentita piccola, come sempre, davanti ad una tragedia, ma grande grazie agli insegnamenti che mi avete lasciato voi, minatori del Sulcis, mio nonno, mio padre che alla mia età stava nelle miniere del Raibl a spaccare ghiaccio il giorno del suo compleanno. E fuori della miniera di Potosi’ due donne chine sulle pietre polverose, separavano il minerale buono dal cattivo. Cernitrici. Un altro pezzo della mia famiglia, mia nonna. Che con i suoi 86 anni ancora in piedi e attiva può raccontare la sua esperienza alla laveria Lamarmora di Nebida, quella che adesso sembra un anfiteatro sul mare, ma che e’ il simbolo di un’attività mineraria ricca e decaduta. Nel freddo dell’altipiano centrale ho osservato quelle donne, con le mani bianche, perdere ore della loro vita sotto il sole a 4200 metri d’altezza, perderle per sempre dietro un lavoro pesante e senza fine. Sotto l’ombra del Cerro Rico, che come una piramide rappresenta la storia della Bolivia, questa donna sfruttata e maltrattata, la loro madrina resistente sotto la coltre della schiavitù. Preferisco non parlare dei bambini che ho visto uscire dalla miniera, con il naso sporco e gli occhi vuoti di stanchezza. Cosa potrei dire io, che le miniere le ho sentite raccontare,

le ho vissute percorrendole quasi per gioco e anche per passione, ma senza perdere la voglia di giocare dietro la voglia di argento, stagno o zinco. Non posso dire niente. Ma non posso chiudere gli occhi. Dentro le viscere della terra pulsa un orgoglio che e’ il motore dell’uomo, il suo lavoro ruba alla terra, ma con rispetto, con riconoscenza, talvolta imprecando per la fatica per la brutalità delle condizioni. Qui dentro l’uomo tende la mano all’altro uomo, la sua vita e’ vita collettiva, non e’ solo, e’ figlio di Pacha Mama, (la Madre Terra) fratello di ogni altro uomo, la sua ombra non esiste e’ ombra universale, abbraccio dell’oscurità della galleria. Il dolore, il sudore, la risata, la paura si condivide, si divide, si distribuisce, si fa più leggera, perché i tuoi occhi sono miei occhi, le mie orecchie percepiscono il tuo urlo che mi avvisa di scappare poco prima della detonazione. ABRUXIA. Un pensiero trafitto e dolorante a quanti non hanno sentito quell’urlo e durante gli anni di una storia nera sono rimasti sotterrati in un cimitero senza aria e senza sole, né luna. Un pensiero a chi ha lasciato le sue ossa e il suo ultimo sospiro in un braccio di questa madre miniera, così simile in tutto il mondo, così affamata e severa. Un pensiero meno gravido di sofferenza, un pensiero più leggero a tutti coloro che hanno lavorato tanti anni sotto terra, uscendo ogni giorno da quella galleria e ringraziando Dio per il regalo del cielo blu; un pensiero per voi amici miei, che mi accompagnate sempre nel viaggio, senza lasciarmi sola un solo istante. Voi che con il vostro grande cuore, con il vostro sorriso grande e pieno di significato mi avete consegnato tutta la vostra semplicità, vitalità, energia. Mi sento minatrice, non smetterò mai di dirlo, s
ono orgogliosa quanto voi, sono orgogliosa di voi.

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