L'urlo dei sardi del circolo di Milano: Sindaco Moratti, se ci sei batti un colpo!

di Sergio Portas

 

Davvero difficile per le persone normali, i cittadini come me e voi che non ricopriamo alcuna carica politico-istituzionale, cercare di capire cosa passa per la testa dei politici "importanti". Prendiamo questa sindachessa milanese Letizia Bricchetto in Moratti, già ministro della pubblica istruzione belusconiana quando ancora insegnavo negli istituti tecnici lombardi, e già allora algida protagonista di tentativi riformatori  che, se fossero passati, avrebbero costretto i nostri ragazzini a scegliere a soli tredici anni se continuare la loro vita scolastica nei licei o negli avviamenti professionali. Scelta secca, o di qua o di là, medico o pizzaiolo, ingegnere o calzolaio. E la scelta liceo presupponeva una continuazione all’università che la famiglia doveva pagarsi, ovviamente. Questo veniva  spacciato per "diritto allo studio", e in realtà trattavasi  di diritto allo studio sì, ma per i ricchi (more solito). Ebbene  a codesta signora della politica nazionale si è rivolta la comunità sarda di Milano, riunita in associazione in un centro culturale che ha sede in via Ugo Foscolo, praticamente la galleria Vittorio Emanuele, coi balconi che danno sulla magica piazza del Duomo. Il fattaccio è che da cotanta prestigiosa sede il padrone di casa, il Comune di Milano, ha deciso di sfrattare il circolo stesso, che pur tuttavia vanta un contratto di affitto che scade nel 2010. Causa scatenante: non sono stati eseguiti TUTTI i lavori di consolidamento previsti nel contratto stesso. A parte che in quella benedetta sede i sardi milanesi, con l’aiuto della Regione Sardegna, hanno già messo 90.000 euro, che pagano  80.000 euro di canone annuale (grazie al subaffitto parziale dello spazio a una TV locale), a parte che il resto della palazzina in cui è situato il circolo è lasciato in un abbandono sconfortante per essere a due passi del cosiddetto salotto buono milanese, lascia francamente perplessi questo silenzio del Sindaco meneghino, l’unico che può, in virtù di una scelta politica, arrestare l’iter amministrativo di un demanio comunale che non guarda in faccia a nessuno: se c’è un "vulnus" , che provenga da una comunità dedita allo spaccio di stupefacenti o alla divulgazione della cultura sarda nel continente per lui pari sono: che si sfratti! Il bello di questa faccenda , questo pasticciaccio brutto di via Foscolo direbbe Gadda, è che a sentire i singoli che pure potrebbero mediare fra le parti, l’assessore al demanio Verga ( uno che a Milano è noto per aver cancellato dai suoi vocabolari la parola decisione), i gruppi parlamentari di ogni sigla e colore , da Alleanza Nazionale agli Uniti con Dario Fo, i parlamentari sardi della regione Lombardia, tutti si sono espressi per un rinvio dello sfratto. Per un ripensamento. Per la ricerca perlomeno di una sede alternativa. Che questi sardi di Milano, oltre che numerosi e in grado quindi di spostare i loro voti a destra e a manca a seconda di come vengono (mal)trattati hanno, ovviamente, entrature anche a livello nazionale. Usando le quali al sindaco milanese è arrivata una lettera, firmata da tutti i componenti il consiglio regionale sardo ( incredibile esempio di  unanimismo, neanche si trattasse di salvaguardare il vitigno del Cannonau!)in cui si perorava la causa del centro culturale. Anche l’emerito presidente Cossiga non ha mancato di dire la sua per tramite di una lettera, e già questa non è più una notizia, che è uso scriverne decine se non centinaia con destinatario l’universo mondo. Tant’è a tutte queste sollecitazioni la Moratti semplicemente non risponde.  E lo sfratto, se possibile, si fa ogni giorno più esecutivo che mai. Tanto che lunedì primo di dicembre, in occasione del riunirsi del Consiglio comunale, il direttivo dell’associazione sarda, presiede Pierangela Abis berchiddesa DOC, ha deciso di recarsi sotto le volte dell’austero palazzo Marino, sede del Comune,prospiciente il teatro alla Scala, per una prima protesta popolare sarda, perché almeno  a una delegazione sia consentito di elevare una interpellanza formale al consesso dei rappresentanti cittadini riuniti in sessione plenaria. E’ vero che il sindaco non ci sarà, del resto in due anni ha presieduto il Consiglio per ben due volte finora, occupata com’è a dipanare il gomitolo aggrovigliato di quell’avventura urbanistico-istituzionale che prende il nome di "Expo". Dopo che Milano, col suo fantastico progetto (sulla carta) ha spezzato le reni a quelli di Smirne, il governo berlusconiano ha messo otto mesi per nominare il comitato che deve decidere di una torta che si aggira sui 15 miliardi di euro. E su cotanto bottino erano le mira dei vari potenti milanesi : Formigoni. Penati, Moratti, Tremonti. Ci è voluto giustamente un po’ di tempo, si è scelto, aimè, di far presiedere il tutto a una signora tuttora presidente di asso edilizia, tale Bracco, ottima persona in verità, anche se la decisione fa il paio di quella che fa sorvegliare il pollaio dalla volpe di zona. Che qui si tratta di costruire grattacieli e metropolitane. Con soldi pubblici (nostri). Ma è noto che parlare e scrivere di conflitto d’interessi nel campo berlusconiano equivale a sottoscrivere  una tessera comunista , ma sono gli incerti del mestiere e mi aspetto quindi che me ne venga recapitata una a casa al più presto. Insomma siamo andati, con le bandiere dei mori in bandana regolamentare, in una serata fredda di neve appena sciolta, non in numero strabocchevole, per la verità, ma rappresentativo dei sentimenti dei sardi lombardi. Che si sentono traditi. Anche se  vengono insigniti di ambrogini d’oro per la qualità del loro lavorare in terra di Padania, incuranti da sempre di quella vena di razzismo che soprattutto nei primi anni di emigrazione, i ’50 o giù di lì, accompagnava inesorabilmente il loro darsi daffare per trovare un lavoro, una sistemazione. Ora fortunatamente ci sono albanesi e rumeni, nonche’ abbronzati di tutti i tipi, su cui sfogare risentimenti e sentimenti di supposta superiorità e i sardi possono stare più tranquilli. Certo non si dimentichi  che questa è patria dei vari Borghezio, Calderoli e compagnia bella, i nuovi crociati che definiscono Il cardinale di santa Romana Chiesa Dionigi Tettamanzi: l’ultimo catto-comunista. Si era permesso, incauto, di invocare anche per gli altri credenti nell’unico Dio (leggi musulmani)la possibilità di ottenere una sede per la preghiera. Orbene la delegazione è stata ricevuta ufficialmente dai presidenti le competenti commissioni, si sono avute assicurazioni, verbali ma, dice Tonino Mulas presidente la FASI, i circoli sardi italiani, importanti egualmente. Tocca vestirsi d’ottimismo. Ed è quello che faremo. Con la speranza che, passata la prima della Scala che mette in cartellone il Don Carlo di Verdi, alla quale Letizia Moratti sarà presente, vestito blu di Versace (paga il marito che nella la Sars di Macchiareddu col fratello Massimo possono permettersi di comprare l’Inter e il campionato di calcio tutto, per anni) si decida a dare una risposta. Magari anche negativa, ma che non continui questo silenzio dissenso che umilia la dignità dei sardi di Milano. E’ vero che, da notizie giornalistiche, nel budget dell’Expo sono improvvisamente venuti a mancare tre miliardi di euro, che non sono pro
prio noccioline. E che si rischia quindi una figuraccia a livello mondiale. Visto che i "privati" hanno ben altre gatte da pelare con la crisi incombente e sarà difficile trovare soldi da loro. Ci accontenteremo comunque di una risposta non formale. Se la palazzina in cui è la sede è destinata a essere ristrutturata e rivenduta a qualche magnate petrolifero per ricavare denaro che serva a rimpinguare le casse dell’Expo ce lo si dica apertamente. Diversamente, quando l’ufficiale giudiziario interverrà con la forza pubblica, ci faremo portare via a braccia, come attiene ai poveri della terra, che loro alla prima della Scala non sono invitati da mai
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