Tottus in Pari, 231: Sardegna, madre e matrigna

Chissà se agli altri capita, mi sono chiesta sempre più spesso ultimamente. Cioè, chissà se agli abitanti dell’Umbria, della Toscana, della Basilicata o del Piemonte succede di domandarsi chi sono e se per caso il loro essere in un certo modo dipende anche dal luogo che abitano. Soprattutto, sarei curiosa di sapere se anche a un piemontese, a un veneto o un laziale capita di discutere del concetto di "identità" come succede ai sardi. Sempre che esista questa identità, eh. Chissà se hanno tempo di pensarci e di parlarci sopra, chissà se sentono la differenza, sempre che ci sia, mica sono sicura, intendiamoci. E mica sono certa che mi piaccia essere diversa, da chi e da cosa e da quale modo di vivere poi lo posso soltanto immaginare, proprio come si immaginano i preconcetti e i pregiudizi. Leggendo questo articolo che segue, mi sono resa conto che l’esperienza comune e unificante della vita dei sardi è soprattutto quella della partenza, del lasciare l’isola, di solito su un traghetto, con un po’ di inquietudine, con il momento rovinato da una piccola farfalla nello stomaco, perché non è naturale staccarsi dalla terra e avere il tempo di vederla rimpicciolire in lontananza. Almeno l’aereo evita lo stillicidio, è rapido e indolore, non ti accorgi quasi di non essere più in Sardegna. Come se fosse ogni volta una partenza definitiva, anche se è soltanto per una vacanza; come se non si dovesse tornare più; come se il marchio impresso nel genoma sardo non fosse quello della longevità che tanto piace ai telegiornali per i pezzi "di colore", ma piuttosto quello del distacco, dell’emigrazione e del non-ritorno. Come hanno fatto moltissimi prima di me, di noi, con più coraggio, necessità, praticità, poche chiacchiere e molta necessità.

Lettera a Marcello Fois: Signor Fois, non ho la tua mail, né un tuo numero di telefono. Desidero scriverti, tuttavia. Sono rimasta folgorata da pagina 56 di "In Sardegna non c’è il mare" (Laterza). Riporto da pagina 56.

"Io ho visto molti traghetti. Ne ho sentito l’odore di nafta, ne ho toccato i legni viscidi di salsedine. Ho attraversato molte volte quella passerella dal Tutto al Niente…. Ho dovuto capire perché attraversare quella passerella era il modo per abitare l’altrove. Io so che c’erano giorni terribili, quando su quel traghetto si saliva per conoscere ospedali, per trovare un lavoro, per sostenere un concorso. C’erano anche albe bellissime del tutto rovinate dall’angoscia della partenza….. Io ho visto quei giorni lì, quando anche la gioia per l’avventura si trasformava nella stretta per la navigazione, quando l’entusiasmo per quanto ci aspettava oltremare era appannato da un senso inenarrabile di solitudine. Io ci sono salito spesso su quelle passerelle per passare da me a me. Con terrore entusiastico e con la stretta alla gola che ti afferrava non appena il traghetto cominciava a vibrare, ché da lì in poi si andava e non era possibile tornare indietro. Quando si parte non si torna più…." Io, gentilissimo, il viaggio l’ho fatto al contrario. Sempre. Dal continente alla Sardegna, con la stessa sensazione di groppo e angoscia, di avventura e un po’ di sbornia. Da quattro anni mi ritrovo a percorrere la via di mare con un altro punto di vista.  Il tuo. Da l’isola al Continente.  Credo che la prossima sarà l’ultima, da emigrante. Poi diventerò daccapo turista. Quando si parte non si torna più. La consapevolezza è un dolore, uno spillo nel costato. Vado a salutare casa mia. La chiudo. Chiudo l’ultimo cordone ombelicale tra me e mia madre. Completo il cerchio di malavoglia. L’arco aperto da mia madre da Istiritta in Continente. La parentesi mia tra  Roma e Sardegna, e poi daccapo Roma. Ora siamo entrambe in terraferma. Eppure è un senso inenarrabile di solitudine. Firmato, Daniela Amenta

Viviamo, soprattutto quelli della mia generazione che non si sono strappati in tempo alla terra madre, il terrore (a questo punto credo atavico) di doverla lasciare; e la debolezza di non riuscire a farlo per vivere altrove una vita diversa non mi sento di condannarla. E’ un po’ diverso per chi riduce l’identità a macchietta: non ce la posso proprio fare ad iscrivermi al gruppo di Facebook "grazie a dio sono sardo" (e simili), anche perché non ho capito in che senso (se c’è). Non ce la posso fare a sentire le conduttrici televisive cinguettare sull’ "essere sardi". Non ce la posso nemmeno fare, ovviamente, ad assistere a discussioni serie in cui alcune persone provenienti dalla Lombardia raccontano della folcloristica (?) mancanza di puntualità degli uffici e dei pullman in Sardegna, manco loro fossero svizzeri e noi, che so, messicani che fanno la siesta, per completare il festival del luogo comune. Comunque, non si può vivere lontani da questo luogo, drammaticamente, anche se ti dà così poco – perché non di soli cieli, mare, maestrale e conosciuti e sempre diversi spazi si può vivere. La Sardegna è madre e matrigna, e mi rendo conto di vivere con lei un rapporto irrisolto, conflittuale, fatto di amore e odio, un po’ come racconta questa lettera…

Da L’AltraVoce.net: Caro direttore, è da tempo che volevo provare a mettere in parole un concetto inafferrabile e intimo, che fino a qualche tempo fa non si filava nessuno mentre oggi è sulla bocca di tutti, e forse è un bene o soltanto un prodotto commerciale: la mia identità. Non mia personale, ovviamente, ma quella di una sarda che vive oggi in Sardegna. Parafrasando il bel titolo del saggio di Bachisio Bandinu, da me acquistato e letto in tempi non sospetti (e cioè prima che il termine "identità" diventasse di moda), questa mia vorrebbe essere una piccola "Lettera di una giovane sarda". Rivolta a chi?  Soprattutto, con simpatia e anche con quel senso di sollievo che deriva dallo scoprire di non essere soli, a coloro i quali si sono sempre sentiti sardi anche senza spiegarsi perché e percome nei dettagli, accettando magari anche difetti capitali come, ad esempio, non parlare sa limba, prima nell’indifferenza generale, oggi con il terrore che qualcuno te lo rimproveri. E che magari la inserisca come requisito preferenziale per i concorsi pubblici, come se parlare la lingua in Sardegna, oggi, fosse più "meritevole" del semplice fatto di averci vissuto per una trentina d’anni laurea compresa, sperimentando ogni tipologia di porte e portoni sbattuti in faccia e assistendo a trasse di ogni genere nel pubblico e nel privato. L’identità è una cosa liquida, che cambia e soprattutto non si impone, si sente solamente: è un concetto fatto della "materia di cui sono fatti i sogni", perché è in essi che noi ci rappresentiamo la nostra vita futura, e gli sforzi che oggi ci sembrano inutili in una terra in cui
la diminuzione della disoccupazione a meno del 10% è un semplice dato numerico (opinabile) e non tangibile. L’identità sarda, oggi, è la globalizzazione di un mondo diventato più piccolo in cui possiamo certo andare, venire, comunicare ovunque e in qualunque momento, ma anche e soprattutto la rabbia di non poter, in molti casi, scegliere se rimanere alle nostre condizioni: di lavoro adeguato al nostro impegno professionale o di studio e di vita dignitosa e autonoma. La mia lettera è dedicata anche, con un interesse antropologico, a coloro che invece esprimono tutte le caratteristiche del "vero" sardo e lo fanno con un certo orgoglio. Non voglio chiamarle stereotipi, perché più invecchio e più mi accorgo che sono reali e soprattutto che parzialmente mi appartengono. Passi per quelli che rappresentano la nostra terra, oggi, con l’orbace e la leppa grondante sangue, o se proprio vogliono essere aggiornati con la valigia di cartone e tutti i vocaboli che finiscono in "u": devono pur campare anche loro e il folclore paternalistico, si sa, rende sempre bene. Quelli che non capisco, perché forse sono poco sarda, sono quelli che si offendono, arte tradizionale indigena al pari, che so, della filigrana o del gattò: perché il contributo o il finanziamento sembrano un’elemosina, ma se non lo ricevono allora si sentono maltrattati, ma anche perché non piace sentirsi dire che se nell’Europa di oggi hai solo la terza media sei, semplicemente, unu burriccu. In compenso, però, molto spesso sono spaventosamente egocentrici: come se tutti stessero sempre a guardare te o il tuo prodotto, la tua azienda, il tuo lavoro, come se oltre te il deserto e non, invece, un mondo intero vicinissimo e competitivo. Ci sono poi quelli che è sempre meglio l’uovo oggi della gallina domani, e che si arrabbiano perché al Poetto non hanno costruito, quando potevano, un bell’albergo sul mare. Sono gli stessi che ti guardano con sospetto se a maggio non sei ancora abbronzata come una baffa di bottarga. C’è il sardo che "barrosa", perché vuole avere sempre l’ultima parola, ma poi si entusiasma per qualsiasi elemento che anche solo suggerisce il "fuori", l’oltremare, di solito l’investitore straniero ma anche, con minori disastri certo ma qualche perplessità, lo scrittore della nouvelle vague (!!) che però pubblica i suoi libri con editori continentali, mica con i nostri: il provincialismo ci frammenta, ci divide, e dopo varie osservazioni ho capito che è giusto così. Ognuno ha lo sviluppo che si merita, peccato che poi ci vadano di mezzo tutti, comprese le giovani sarde per cui tutti si stupiscono che non facciano figli, chissà perché. E il sardo testardo che si incaponisce, come anche io e molti di noi hanno fatto, rimanendo o ritornando, perché la verità non è che romanticamente "senza la Sardegna non si può vivere", è che anche lei, oggi, è diversa da com’era e forse bisogna semplicemente accettarlo, evitando di far sentire i giovani sardi come immigrati nella propria terra se appena si discostano dal modello immaginato. Che siamo diversi è indubbio, già queste mie confuse riflessioni possono dimostrarlo: molti però ancora confondono la diversità con l’inferiorità o la superiorità rispetto agli altri che stanno nel mondo "grande e terribile" nel quale le nuove generazioni si muovono meglio. Proprio per questo vogliono restarsene a casa o almeno poter scegliere di farlo: però facendo qualcosa di buono, di veramente identitario per la Sardegna, anche senza le trasse di cui sopra, anche senza essere "figli o amici di", ricominciando magari a presentare la domanda per un concorso in un Comune anche se ci sono solo due posti, di solito già assegnati e quindi non sprechiamo nemmeno i soldi della raccomandata. L’identità di una giovane sarda, in questo momento, è forse un po’ confusa, multiforme, non ha ancora deciso da che parte andare perché semplicemente non è obbligatorio scegliere; semplicemente c’è e si interroga, a prescindere dalle varianti linguistiche, dalla conoscenza della storia, dai pellegrinaggi scolastici nei siti archeologici (di solito sempre gli stessi) e dall’amare il caglio o il casu marzu, a prescindere dalla ricorrenze e i rituali come Sa Die de sa Sardigna, e contemporanemente amando per esempio Sant’Efisio anche se si è laici e evitando i mefitici stabilimenti balneari con i quali anche noi abbiamo voluto equipararci a Rimini, come se un lettino da spiaggia fosse tutto quello che aspettavamo nella vita. Grazie per l’ospitalità, gentile direttore, concludo pensando che domani è, appunto, Sa Die, qualunque cosa voglia dire, e mi sento più che mai divisa fra un pessimismo atavico che sa anche un po’ di delusione d’amore e un ottimismo tutto soriano di vision di lungo periodo. Firmato Eleonora

Il rapporto tormentato se possibile peggiora in tempo di competizione fra diversi schieramenti politici e corrispondenti visioni del mondo, nonché dei volantini elettorali che mi ritrovo nella cassetta della posta. A febbraio, infatti, in Sardegna si voterà per il rinnovo del Consiglio Regionale. Mi chiedo se per i due candidati alla poltrona di governatore – l’uscente Renato Soru per il Pd e Ugo Cappellacci per il PdL – certe opinioni e certi sentimenti di un certo tipo di elettore, e le conseguenti decisioni su cosa fare del proprio voto, abbiano importanza. Mi faccio parecchie domande, ultimamente, ecco.

Francesca Madrigali

 

STEREOTIPI DI UN’APPARENTE SARDEGNA

E’ IL TEMPO DI CAMBIARE ICONA

La Sardegna non è una Regione geografica è uno Stato d’animo. Quando chiediamo: "Sei stato in Sardegna?" Spesso ci rispondono: "Si ! bella la Sardegna!" Se poi stiamo ad ascoltare il nostro interlocutore, cosa emerge di solito? Niente. Le solite inutili e stereotipate: spiaggia , mare, è cara. Raro che ci rispondano che ci sono stati per lavoro, per studiare o per apprezzare lo stile di vita. L’idea dell’isola è sempre quella di un oggetto senza una sua identità. Esiste per tre mesi l’anno e poi torna terra di frontiera. Spesso può sembrare che la gente di Sardegna aspetti solo l’arrivo dell’estate successiva, come se per noi il continentale (i non sardi) siano tutto: amico e nemico, padrone e servo. L’identità della Sardegna e dei sardi è troppo spesso legata al turismo pensando alla Costa Smeralda. Il vuoto del "bella Sardegna" del turista che non ha avuto la curiosità e più spesso non gli è stata data la possibilità di scoprire il cuore e l’anima dell’isola. Ma se un sardo chiede ad un’altro sardo: "Chi sei? Cos’è la Sardegna?" Difficile rispondere. Il sardo si richiama spesso alla lealtà: al fatto quindi di essere vero e sincero. La Sardegna? Spesso le risposte sono molto simili a quelle dei turisti, altre volte quasi non c’è risposta se non qualche riferimento alla lingua. Delle volte sembra quasi che il sardo stia iniziando ad odiare la sua
terra, perché non gli offre opportunità e l’insularità è tradotta solo come prigione. L’ amarezza del "bella Sardegna" di tanti sardi costretti ad emigrare lontano o vivere sull’isola soffrendo la mancanza di lavoro e l’impossibilità di realizzarci pienamente il proprio percorso di vita.  L’isola è considerata in tutte le ricerche e statistiche economiche una terra depressa e povera. Sembra quasi che niente e nulla si muova, che tutto sia fermo immobile. Ascolti la tv, leggi i giornali e rimani un pò stupito che la gente sia così.. Addormentata! Non facciamo altro dalla mattina alla sera che aspettare il sussidio, di vedere sorgere dal nulla e su intervento superiore un industria, una base militare.. due basi militari: meglio??  Forse questo è quello che pensano in tanti, sardi e non sardi. Ma sotto questa terra che sembra stia dormendo, si nascondono, ma non troppo, realtà e iniziative! Vive. Sono scommesse di singoli, di istituzioni, di sindaci, di imprese di persone che ci credono. Credono in un’idea e nella possibilità di poterla realizzare in Sardegna.  E’ di un vescovo sardo del cinquecento di lingua spagnola la frase che più di ogni altra ha incastonato per secoli i sardi e la Sardegna in un’inaffidabile e superficiale icona negativa: pocos, locos y mal unidos. Pocos: poca gente abita l’isola. Locos: la gente è stupida. Mal unidos: la gente è disunita Sono passati cinque secoli e crediamo sia opportuno aggiornarci. E’ tempo di cambiare icona!  

Massimiliano Perlato

 

INIZIATIVA COMMEMORATIVA DEL CIRCOLO "SEBASTIANO SATTA" DI VERONA

GIOVANNI MARIA ANGIOY: UN PADRE DELLA PATRIA SARDEGNA

Nel pomeriggio di sabato 6 dicembre, nella prestigiosa Porta Palio, si è tenuto un incontro/convegno per commemorare il bicentenario dalla morte di Giovanni Maria Angioy, da molti ritenuto uno dei "Padri della Patria", della nostra piccola patria. Figura di grande rilievo nella storia della nostra autonomia, intesa come determinazione in contradditorio con lo stato centrale dei poteri spettanti alla comunità locale, Angioy pur avendo raggiunto una delle massime cariche che erano accessibili ai sardi durante la dominazione piemontese, non esitò a mettersi a capo del "partito patriottico". Riconosciuto come capo del movimento antifeudale che spontaneamente infiammò l’Isola soprattutto nel triennio 1793/1796 fu sconfitto da un esercito molto più organizzato e costretto a lasciare la Sardegna  per raggiungere Parigi dove malato e privo di risorse economiche morì all’età di 57 anni. Ad illustrare la figura dell’Angioy ed il triennio rivoluzionario sardo hanno provveduto i proff. F.Francioni e G.Di Bernardo di fronte ad un pubblico attento ed interessato costituito di sardi e di veronesi. Dopo i saluti del Presidente Maurizio Solinas, del Coordinatore Fasi Nord-Est Maria Antonietta Deroma, dei rappresentanti del Consiglio Comunale di Verona e di altre autorità, ha introdotto i lavori Costanzo Pazzona del Circolo dei Sardi di Trento. Nella sua relazione Francioni, dopo aver inquadrato la figura di Angioy ed i fatti del triennio rivoluzionario, usando con un equilibrio molto apprezzato dal pubblico  la lingua sarda e quella italiana ha sottolineato che la Sardegna di fine ‘700 non era quella realtà arretrata, astorica che talvolta è descritta ma, per quanto periferica e marginale, l’Isola risultava aperta alle idee nuove di progresso, alle idee illuministiche che circolavano nel "continente europeo". Queste idee si radicavano non solamente tra gli intellettuali ma in strati sempre più ampi della popolazione isolana. Entrando nel vivo del tema dell’iniziativa, Francioni ha sostenuto che, allo stato attuale delle ricerche storiche, non ci sono prove che  in Sardegna in quel periodo operassero società segrete organizzate quali quelle giacobine o massoniche. Per quanto fossero presenti singoli individui che venivano qualificati come tali, soprattutto dai nemici in senso spregiativo, non è emersa dagli atti finora noti una presenza organizzata di club giacobini e di logge massoniche. Non è stato quindi possibile chiarire se lo stesso Angioy fosse o meno massone, come qualche storico sostiene. In garbata polemica è intervenuto successivamente il prof. Di Bernardo sottolineando, in accordo con quanto suggerito ad es. dallo storico L. Del Piano, che anche in Sardegna erano presenti organizzazioni segrete, anche massoniche. Non vi sono però elementi risolutivi circa l’appartenenza di Angioy a qualche club giacobino o massonico nel periodo della sua permanenza in Sardegna. Ma appare certo, a parere di Di Bernardo, che la filosofia giacobina e quella massonica, unitamente alle altre idee illuministiche, hanno indubbiamente influito nel determinare quel retroterra culturale e di relazioni personali che hanno portato agli avvenimenti del triennio. Ad intervallare le relazioni ed a concludere la serata ha provveduto Irene Frigo, docente al conservatorio di Verona, che ha eseguito al piano alcune arie di Brahms e Lizt ricreando quel clima di salotto buono che ha riscosso un caloroso successo di pubblico.

Costanzo Pazzona

 

L’INIZIATIVA DEL CIRCOLO "DOMO NOSTRA" DI CESANO BOSCONE A GENNAIO

IL LIBRO DI RAFFAELLA SABA, DEDICATO A FABRIZIO DE ANDRE’

Presso la sede del Circolo in via Kuliscioff, è stato ricordato Fabrizio de Andrè nel decimo anniversario della sua morte, con la presentazione del libro "Hotel Suopramonte". L’abbiamo fatto in compagnia di Raffaella Saba autrice del libro. "Mi sento più contadino che musicista. Questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo. Qui voglio vivere, diventare vecchio…" (Fabrizio De André). Fabrizio De André scelse la Sardegna come luogo di vita, non solo di vacanza, perché se ne sentiva figlio. Amava la sua natura atavica, gli orizzonti illimitati, i profumi e i colori intensi, ma anche quella povertà millenaria che a volte induce forme di criminalità tristemente originali. Perché – come una "janas" dal duplice volto, mezza strega e mezza fata – l’isola incantata è anche la terra matrigna del "banditismo sardo". Lì Faber venne sequestrato insieme a Dori Ghezzi il 27 agosto 1979. Restarono prigi
onieri dei loro rapitori per ben centodiciassette giorni. Da quella esperienza il cantautore genovese seppe trarre e trasmettere una grande lezione, artistica e di vita. In questo libro si racconta quella storia: il sequestro, la prigionia, le trattative, i personaggi, i retroscena, le vicende giudiziarie, le canzoni che ce ne hanno reso lo spirito. E la Sardegna , i suoi banditi, i rapimenti più famosi… "A diversi anni dalla morte, le iniziative per non dimenticare Fabrizio De André sono sempre tante, come tante sono le sfaccettature della sua opera ancora da scoprire. Lo si conosce come cantautore, poi lo si scopre narratore. Il suo scegliere di essere contadino, l’amore per la natura e per una terra come la Sardegna ha ancora bisogno di approfondimenti. Partendo dalla passione per colui che ha accompagnato con la sua musica la mia adolescenza, ho cercato di delineare anche gli aspetti "criminali" caratteristici della mia isola. Non ho la presunzione di colmare tutte le lacune sull’argomento né di aggiungere niente di già conosciuto. Fare un excursus sulla criminalità mi dà l’opportunità di introdurre nel discorso il sequestro del cantautore. Ed è la sua presenza in Sardegna, la sua quotidianità che mi piace mettere in evidenza. La Gallura, la lingua sarda utilizzata nelle canzoni, l’Agnata, le tappe dei concerti nell’isola. Il libro è strutturato secondo un play, che segue Fabrizio De André nelle poche tappe dei concerti sull’isola; un rewind che mette in luce il suo essere sardo tra i sardi, la vita di un uomo che smessi i panni del cantautore indossa quelli del contadino; uno stop che approfondisce la storia di Sardegna a partire dagli anni ‘70, quando grandi cambiamenti socio-economici coinvolgono l’intera popolazione sarda. E infine un forward che va oltre il tempo perché si concentra sulla musica di Fabrizio e sul legame sempre più stretto con la Sardegna (dall’Introduzione, di Raffaella Saba).

Marinella Panceri

 

L’OCCASIONE E’ STATA IL PREMIO DI POESIA A MILANO

PARLIAMO DI LIMBA

A dire di Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, il concorso internazionale di poesia in lingua sarda organizzato dal centro sociale e culturale sardo del capoluogo lombardo, che oggi 23 novembre compie venti anni , è quasi "appena nato", pur essendo alla sua nona edizione. Si spreca in complimenti per "gli operosi sardi che vivono nel milanese" Penati, prima di scappare via; altrettanto veloce è l’intervento di Sveva Dalmasso che da consigliere regionale porta l’aulico saluto di Formigoni Roberto, capintesta dei politici lombardi se doverosamente si esclude il Capo del Governo, che, come noto, fa categoria a sé. La palma del miglior politico presente è per Romina Congera, trentatreenne assessore all’emigrazione della giunta Soru, soprattutto perché rimane per quasi tutta la manifestazione, fa un intervento di spessore sull’utilità di riportare in Sardegna questo tipo di esperienze culturali (dice che si parla più sardo qui che nell’isola) e infine sfoggia un caschetto di capelli così neri che neanche le ali dei corvi nell’inverno. Questo me lo permetto esclusivamente  perché regina dell’evento è oggi la poesia. Sarda.  E’ di un articolo sul "Corriere della Sera" a firma Franco Brevini che titola :"Sardegna, poesia a statuto speciale", che parla del mezzo secolo di vita del Premio Ozieri. Si è trattato, dice tra l’altro, di una riforma culturale e di una rinascita di creatività, che dalla poesia in dialetto (sic)si è estesa rapidamente agli altri settori del sistema letterario. Cita Nicola Tanda quando dice che a salvare l’isola sono stati i poeti. Salvarla da cosa? Ma dalla morte naturalmente. Leggo da George Steiner ("Dopo Babele", Garzanti 2004):" La visione linguistica del mondo  di una determinata comunità  plasma e dà vita all’intero paesaggio del comportamento psicologico e comunitario… Non esistono due lingue che siano sufficientemente simili da far pensare che rappresentino  la medesima realtà sociale. I mondi in cui vivono  società differenti sono mondi distinti, e non semplicemente il medesimo mondo con diverse etichette appiccicate sopra". In altre parole quando una lingua si estingue è tutta una visione del mondo che se ne va, un impoverimento per l’umanità tutta. Si calcola per difetto che le lingue attualmente parlate sulla terra siano da quattromila a cinquemila (sono mille solo in Nuova Zelanda) e i linguisti stanno ancora litigando fra loro nella ricerca di una sorta di  "grammatica fondamentale" che tutte le apparenti in qualche modo. Ma perché il loro numero è così elevato? A leggere la scrittura sacra è dai tempi della tentata costruzione della torre di Babele che gli uomini hanno preso a parlare linguaggi differenti, è da quell’episodio che si sono dati codici determinati di riconoscimento, parole d’ordine che affermassero un’identità particolare, diverse assolutamente l’una dalle altre. E anche i sardi  da allora si saranno messi a parlare in sardo. E grazie anche ai loro poeti non hanno smesso di farlo anche se, dalle ultime statistiche, sembra che solo il 15% dei bimbi sardi sia in grado di parlare e di capire la limba. Qui, nella sala della provincia, non tutto il pubblico è in grado di seguire il discorso (in sardo)  di Paolo Pillonca, il presidente della giuria che ha scelto le poesie migliori, ( ne sono arrivate un centinaio, da tutto il mondo): " custa è una die de sentimentu… è una edizioni de lussu…sa poesia est una lughe che non si studada". E’ di Osilo Pillonca, scrittore , giornalista, poeta, tutta una vita immersa nei temi della letteratura, del linguaggio (sua l’opera omnia del poeta Raimundo Piras). Veniste assaliti dal dubbio che i totalitarismi tendono per natura ad uccidere ogni voce "non allineata" vi consiglio il suo :" Fascismo e clero nel divieto delle gare poetiche", Cagliari 1977. Ma il problema è ovviamente più generale, come far arrivare anche a chi sardo non è la magia della poesia in limba? Che il problema non è semplicemente quello di tradurre parola per parola, ma di riportare il ritmo che i vari lemmi impongono al verso, nonché la struttura profonda che la poesia tutta veicola quasi inconsciamente. Perché il poeta è assimilabile ai biblici profeti , c’è un qualche dio che parla in loro e li spinge, li forza ad esprimere i sentimenti forti che li agitano in parole, che giocano fra loro, si attorcigliano e si sciolgono in significati più alti di quelli che sembrerebbero voler dire. Qui hanno baipassato il problema facendo tradurre le varie composizioni agli stessi autori.  Cristina Serra, che ci tiene a dire essere nata a S. Basilio, vince il primo premio dei residenti con "Oi" che comincia così:" Est custu zerriu chi non ndi essit / i abarrat oru oru  de su nomini tuu/ a itzichirriai oi / in is imbardis de cust’obresciadroxu/ chi nci currit una luna/ imperdidora
de bisus…".  E così si auto traduce:" E’ questo urlo che si compie/ e rimane sulle rive del tuo nome/a stridere oggi/ sui vetri di quest’alba/ che scaccia una luna/ sprecona di sogni". Ognuno ne dia un giudizio che crede. Teresa Piredda vince per i non residenti, lei vive a Perugia, la sua "As a tenni sa boxi" in sardo ha il ritmo di una cascata:" As a tenni sa boxi/ sa boxi chi conosciu/ e che àtra cosa mai/sa crara as a portai/e is piribindas brundas/bellas, arrepentinas/ che bolidu stupau/ de-i-bisus’ de sa luna…". In italiano viene così:"Avrai quella voce/ la voce che conosco/ come niente altro mai/ quel viso avrai/ e le ciglia/ bellissime, improvvise/ come un librare emerso/ dai sogni della luna…".  Viene da dire che avesse ragione nostro padre Dante quando nel "Convivio" ribadisce che:" Nulla cosa per legame musaico ( che ha a che fare con la musa, la poesia n.d.t.) armonizzata, si può della sua loquela in altra transmutare, senza rompere tutta la sua dolcezza e armonia". E allora come ovviare per chi il sardo non lo conosce? Tocca studiarlo, ebbene sì, se uno non ha la fortuna di crescere bilingue come quel 15% dei  fortunati bimbi oggi in Sardegna, che senza alcuna fatica saranno ricchi di un mondo ulteriore all’italiano, un’altra lingua si può sempre apprendere. Lo dice Franco Loi, che il poeta lo fa oramai di mestiere fin da quel 1971 che furono pubblicati i suoi versi su "Nuovi Argomenti", ora è nelle antologie scolastiche nostrane  ed è tradotto nell’intero mondo. E’ nato nel 1930 a Genova da padre sardo e, trasferitosi a Milano nel’37, ha cominciato a scrivere i suoi primi testi nel ’65, in milanese! Quello di Franco Loi non è il dialetto della tradizione ma piuttosto un idioma nato dalla mescolanza della lingua del proletariato locale con quella dei "nuovi venuti" arrivati dalla campagna lombarda e da altre regioni. Quasi una lingua inventata. Eppure, ora che il milanese non lo parla quasi più nessuno, lui è diventato il cantore sommo di tale lingua. Recita e traduce due delle sue poesie Loi, felice di trovarsi in un ambiente che sa apprezzarlo per quello che merita. Ma quando Clara Farina, su esplicita richiesta di Pierangela Abis, presidentessa del circolo, si esibisce nell’interpretazione di "Jeo no ippo torero" di Antonino Mura Ena, ti viene un groppo alla gola.  Ci vuole il "Carrasecare"di Carla  Denule per riportare allegria e, a furia di ballu torrau, metà del pubblico si butta nella danza.

Sergio Portas

UN VIAGGIO DI DODICI MESI TRA L’ARTE E IL DIVERTIMENTO CON IL "GRAZIA DELEDDA" DI PISA

IL CALENDARIO DELLA SOLIDARIETA’

Carissimi amici, l’associazione, da sempre impegnata nella solidarietà sociale, è lieta di poter presentare per il quinto anno consecutivo il "Calendario della solidarietà". Unitamente al Gruppo di amici "Laura sorride" e grazie al sostegno di artisti, impegnati nel sociale, talvolta a titolo gratuito, in favore dei bambini, portiamo avanti questo progetto con vero spirito solidale. Il nostro impegno è finalizzato per assicurare i diritti fondamentali dei bambini, in particolare per garantire il diritto al gioco, alla formazione, all’istruzione e alla salute. Il numero dei bambini che riusciremo ad aiutare, ad uscire dalla emarginazione sociale dipende da tutti noi, da quante persone riusciremo a coinvolgere. Oggi la povertà sta avanzando in modo pauroso e nelle periferie del mondo questo dramma è notevolmente più accentuato, la sopravvivenza è per molti un miraggio. Nonostante siano trascorsi venti anni dalla ratifica della Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989) da parte di 193 nazioni, il suo rispetto è ancora lontano in tante regioni del mondo che invece sono perseguitate da guerre, povertà, inquinamento e catastrofi naturali: tante sono le cause che rendono più ardua la vita o addirittura mettono a rischio la stessa sopravvivenza dei più vulnerabili. Il progetto 2009 è quello di aumentare le adozioni a distanza che è un mezzo per non sradicare i bambini dalla propria terra, dalla propria cultura, dalla propria famiglia. Madre Teresa di Calcutta amava dire "Le persone che si amano in modo totale e sincero sono le più felici del mondo. Magari hanno poco, magari non hanno nulla, ma sono persone felici. Tutto dipende dal modo in cui ci amiamo". Dando loro il nostro amore possiamo aiutarli a ritrovare il sorriso. Un sincero GRAZIE a tutti quelli che hanno collaborato alla stesura di questo calendario. Certo della vostra sensibilità vi auguro Buon 2009 e, a nome dell’Associazione e mio personale, vi porgo i più sinceri ringraziamenti. C’è tanto da fare ma TOTTUS IN PARI (Tutti insieme) possiamo riuscirci. Con il Calendario 2008 "I bambini per i bambini", sono stati raccolti € 6340,00 (eccettuate le spese di stampa). Secondo gli obiettivi stabiliti e stampati nel calendario (anzi, superandoli!!), sono stati così distribuiti: € 1100,00 alla missione delle figlie di san Giuseppe nel Gabon; € 1000,00 alla struttura sanitaria di N’kuè in Guinea Equatoriale (struttura gestita dall’associazione di volontariato sardo di Posada); € 1000,00 alla missione salesiana don Bosco in Corumbà (Mato Grosso). Rimangono € 3240,00 di cui 240,00 destinati all’editing del calendario 2009 e 3000,00 per le adozioni con Shalom, di cui prossimamente vi daremo notizia. I calendari (con un acquisto minimo di 10 copie) potranno essere spediti alle associazioni richiedenti. Le istruzioni per il pagamento saranno date al momento della richiesta. Per informazioni scrivere a: gdeleddapi@tiscalinet.it

Gianni Deias

 

FABIO MELIS, LEZIONI DI LAUNEDDAS A VERCELLI

SONOS IN SARDIGNA

Fabio Melis non è un musicista "qualunque" nel senso che non suona strumenti familiari al grosso pubblico. Egli, diplomato in clarinetto, suona nei suoi concerti le Launeddas, uno strumento musicale d’antichissime origini, da sempre noto in Sardegna, sconosciuto o quasi nel Continente. Fabio Melis si è specializzato nell’uso di quest’arcaico strumento dalle caratteristiche timbriche particolari dopo averne apprezzato le notevoli possibilità espressive che le Launeddas consentivano al suonatore, assistendo ad un concerto del maestro Luigi Lai, massimo esponente della musica popolare sarda. Affermato concertista, richiesto ovunque è apprezzata la musica popolare, meglio se eseguita con strumenti originali d’uso antico, il Maestro Fabio Melis, recentemente ha fatto tappa a Vercelli, graditissimo ospite dell’Associazione "Giuseppe Dessì" di Vercelli. La manifestazione si è svolta nel salone della sede sociale dell’Associazione sarda il 7 dicembre 2008. In apertura il protagonista della serata ha illustrato le immagini di un filmato che ha girato per dare ogni notizia sullo strumento col quale si sarebbe esibito a partire dalla ricerca dei materiali per costruirlo, le varie fasi della costruzione, fino alla messa a punto per farne uno strumento musicale completo e pronto all’uso. Il successo della manifestazione è stato grande. Il maestro Fabio Melis ha deliziato il pubblico con arie e melodie musicali originali con l’uso virtuoso dello strumento riscuotendo consensi e applausi da una platea numerosa ed entusiasta. La serata  si è conclusa con grande partecipazione del pubblico che ha chiesto al Maestro varie spiegazioni sulle Launeddas e particolarmente sul suo uso. Ecco ora alcuni cenni e notizie sulla composizione delle Launeddas e sulla loro nascita, estrapolate dal depliant di presentazione della manifestazione di cui si è detto. Strumento musicale d’origine molto antica la Launedda è un aerofono ad ancia semplice battente, costituito da tre canne di diversa misura: tumbu, mancosa e mancosedda terminando con la cabitzinna dove è ricavata l’ancia. Il basso (basciu o tumbu) è la canna più lunga e fornisce una sola nota, la nota tonica, su cui è intonato lo strumento (nota di "pedale" o "bordone", ed è privo di fori). La seconda canna (mancosa manna) ha la funzione di produrre la nota dell’accompagnamento e viene legata con spago impeciato al basso (formando la croba). La terza canna (mancosedda) è libera, ed ha la funzione di produrre le note della melodia. Sulla mancosa e sulla mancosedda vengono intagliati, a distanze prestabilite, quattro fori rettangolori per la diteggiatura delle note musicali. Un quinto foro (arreffinu) è praticato nella parte terminale delle canne (opposta all’ancia). Le ance, realizzate sempre in canna, sono semplici, battenti ed escisse in un unico taglio sino al nodo.. L’accordatura viene effettuata appesantendo o alleggerendo le ance con l’ausilio di cera d’api. La presenza millenaria delle launeddas in Sardegna è documentata dal ritrovamento, reso pubblico nel 1907 dall’archeologo Antonio Taramelli, del celeberrimo bronzetto nuragico datato intorno al VI-VII secolo a.C. e denominato "Bronzetto itifallico", nel territorio non ben precisato delle campagne di Ittiri (SS). La serata si è conclusa con l’intervento del Presidente Galdino Musa che ha ringraziato anche a nome dei presenti in sala il Maestro Fabio Melis per il piacevolissimo concerto, ha ringraziato tutti per aver contribuito così numerosi alla riuscita della manifestazione.

Giampaolo Porcu

 

ESPOSIZIONE DI PRODOTTI DEL MEDIO CAMPIDANO E CONCERTO DI MARIA GIOVANNA CHERCHI

MANIFESTAZIONE AD ARNHEM IN OLANDA PER PROMUOVERE LA SARDEGNA

Una manifestazione per promuovere l’immagine della Sardegna si è svolta nel Centro Culturale della cittadella del Comune di Arnhem, in Olanda, per iniziativa del circolo sardo "Amici Mediterranei", con il patrocinio dell’Assessorato del Lavoro della Regione Sardegna. Alla manifestazione hanno partecipato circa 300 persone, sardi emigrati e loro discendenti ma anche moltissimi olandesi, accorsi per ascoltare la bellissima voce di Maria Giovanna Cherchi e per assistere ai balli e le coreografie del groppo folkloristico di Tuili, accompagnato dal musicista Giovanni Saderi. Sono stati esposti prodotti artigianali e alimentari di Villacidro e della provincia del Medio Campidano. Alla manifestazione è intervenuto il sindaco di Tuili, Tonino Zonca. Erano presenti anche autorità locali e rappresentanze delle associazioni italiane. In qualità di Presidente della Federazione dei Sardi in Olanda, ho ringraziato tutti i presenti ed in modo particolare l’Assessore al Lavoro Romina Congera per il suo impegno a favore del mondo dell’emigrazione e per aver dato al circolo di Arnhem la possibilità di promuovere ancora una volta i prodotti sardi, le tradizioni popolari e l’immagine dell’isola in Olanda. Un momento di grande emozione è stato vissuto durante l’esibizione di Maria Giovanna Cherchi, quando su mio invito la cantante ha dedicato l’Ave Maria in sardo alla memoria di Giampaolo Pili, membro del Consiglio Direttivo del circolo di Arnhem, scomparso qualche giorno prima della manifestazione. Alla t
occante esibizione hanno assistito, commossi, anche i familiari di Pili.

Mario Agus

 

INIZIATIVA DEL CIRCOLO "SHARDANA" E DALLA FONDAZIONE DELLA CANTANTE DI SILIGO

TRIBUTO AMERICANO PER RICORDARE LA GRANDEZZA DI MARIA CARTA

Un grosso impatto e tante soddisfazioni per gli appuntamenti dedicati a Maria Carta a New York. Gli eventi, promossi dalla Regione Sardegna, dal Circolo Shardana USA e dalla Fondazione Maria Carta, hanno portato il loro significativo contributo culturale nella grande mela. Il primo appuntamento è stato presso la prestigiosa ed elegante sede del Consolato Generale d’Italia a New York, gremito come non mai per l’occasione. Dopo il saluto del Console Generale, Ministro Plenipotenziario Francesco Maria Talo (che è un appassionato tanto della Regione quanto delle sue bontà eno-gastronomiche, con particolare predilezione dei formaggi stagionati), è giunto il saluto del Presidente del Circolo Shardana USA, Giacomo Bandino. Bandino ha spiegato la funzione promozionale dell’operazione e reso omaggio a quanti si adoperano per promuovere il buon nome della Sardegna e dell’Italia all’estero, con riferimento anche al suo predecessore Bruno Orrù, prematuramente scomparso. È seguito il saluto del Presidente della Fondazione Maria Carta, Leonardo Marras, che ha rivolto ai presenti gli omaggi della Regione. Ha poi consegnato al Console la bandiera della Sardegna, offerta dalla Regione, ed una targa in argento del Premio Maria Carta, che la Fondazione si adopera ad assegnare a musicisti meritevoli. Marras è stato poi seguito dal giornalista Giacomo Serreli, del comitato scientifico della Fondazione. Serreli ha catturato l’attenzione dei presenti con un rapido excursus storico delle radici musicali della Sardegna e del particolare valore filologico di Maria Carta, quale cultrice delle melodie autoctone. L’omaggio a Maria Carta è stato anche sottolineato da un filmato in loop che ne ha ripercorso le tappe principali, dando modo di "vederla" tra il suo pubblico. La serata ha poi anticipato la natura del concerto e per il quale si è registrato un "sold out" (tutto esaurito). Si sono quindi alternati i virtuosismi del giovane Andrea Pisu alle luneddas, un canto a cappella, suggestivo e magico, regalato dal vivo dalla cantante Clara Murtas, ed un antico saltarello dai Cordas et Cannas, sul quale in molti sono stati tentati a danzare. La breve presentazione è stata poi seguita da un buffet. Un format che è stato particolarmente apprezzato dagli ospiti, alcuni dei quali di origine sarda e che tengono ben alto profilo culturale dell’isola. Molti dei giovani sardi a New York sono infatti ricercatori, medici e banchieri. Di particolare interesse la presenza del Senior Advisor of the US Mission to the United States, Robert J. Smolik che ha sorpreso per la profonda conoscenza dell’isola e della sua cultura unica. Presenti inoltre capi di istituzioni finanziarie, giornalisti, importatori, distributori ed operatori del mondo universitario. Oltre 150 i partecipanti che hanno poi assistito entusiasticamente allo spettacolo nella giornata di chiusura, che si è aperto con una suggestiva poesia di Maria Carta letta sapientemente da Clara Murtas, voce dell’evento. È seguito un primo intervento di Andrea Pisu alle luneddas che hanno affascinato con il loro antico suono la audience prevalentemente americana. Si è susseguito dunque un mosaico di sensazioni, dalle ninna-nanna fino ad un crescendo coinvolgente di tutti gli artisti intervenuti Durante la manifestazione è intervenuto, appositamente da Washington, il prof. Alberto Devoto, addetto scientifico presso l’Ambasciata, il quale ha dato brevi cenni sulla nuova emigrazione sarda.

 

OLTRE A MASTINU E MARRAS, C’E’ ANCHE LA FIGURA MENO NOTA DI GIOVANNI CHISU

DESAPARECIDOS IN ARGENTINA NEL 1976

I desaparecidos sono persone che furono arrestate per motivi politici dalla polizia dei regimi militari argentino o cileno ed altri paesi dell’America Latina, e delle quali si persero in seguito le tracce. Tipico del fenomeno dei desaparecidos è la segretezza con cui le forze governative si muovevano. In genere, gli arresti avvenivano senza testimoni, così come segreto restava tutto ciò che seguiva all’arresto. Gli stessi capi di imputazione erano solitamente molto vaghi o chiaramente pretestuosi. Di molti desaparecidos fra cui Giovanni Antonio Chisu nato a Orosei e del suo fratellastro Benjamin non si seppe effettivamente mai nulla. Di molti si venne a sapere che erano stati detenuti in campi di concentramento, torturati e infine assassinati segretamente. Questa sparizione forzata che si è verificata anche in altri paesi è stata riconosciuta come crimine dell’umanità dall’art. 7 dello Statuto di Roma del 17 luglio 1998 e per la costituzione del Tribunale Penale Internazionale dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 47/133 del 18 settembre 1992. Fra i Desaparecidos argentini figura Giovanni Antonio Chisu nato a Orosei il 5 gennaio 1949 da Giovanni Chisu e Lorenza Caboni (sassarese e morta due anni fa a Buenos Aires) che come tanti migranti di allora si erano trasferiti in Argentina nel 1950 per cercare fortuna e seguiti nel 1955 dai figli Giovanni Antonio, Franca e Salvatora. Giovanni Antonio Chisu, assieme al fratellastro Benjamin, trovò lavoro da operaio nell’azienda dell’industriale italo-argentino Luigi Pallarò, eletto il 2006 nel senato italiano dagli elettori del sud America. Chisu studiava in Argentina ingegneria elettronica e in contemporanea lavorava nella ditta Egea che produceva materiali elettrici. E a Pallarò, Lorenza Carboni s’era rivolta sperando, ma invano, di sapere qualcosa su quei figli persi nel nulla, senza nessuna spiegazione. Morta la mamma e raccogliendone l’eredità morale, la sorella Franca, sessant’anni, vedova, madre di quattro figli, non ha mai smesso di cercare la verità sulla morte del fratello e del fratellastro e si sta dedicando anima e corpo cercando di capire e sapere il perché quel fratello bravissimo negli studi e disponibile verso il prossimo abbia fatto una fine così atroce e misteriosa. Il fratello all’interno della fabbrica del Pallarò faceva il sindacalista e alcuni giorni prima della sua scomparsa, il 27 luglio 1976, in quella fabbrica c’e stato uno sciopero contro il mancato pagamento degli straordinari. Sta di fatto che giorni dopo quello sciopero Giovanni Antonio Chisu di Orosei sparisce assieme a Benjamin portati via da casa, scortati dai militari e condotti verso una destinazione ignota e uno dei trentamila – forse più – desaparecidos scomparsi in quegli anni nei centri clandestini di detenzione, nelle fosse comuni o, come si dubita, gettati vivi dagli aerei in mare o nel Rio della Plata Franca Chisu era già stata ad Orosei nel 1991 e nel 1992 ed è rit
ornata pochi giorni fa (dopo essere stata in altri paesi della Sardegna) dove ha incontrato le istituzioni Comunali nel tentativo di sensibilizzare raccontando questa tragedia cercando giustizia ma sopratutto per tenere viva la memoria del fratello della cui sorte forse solo qualcuno sapeva ad Orosei . persino nel suo paese natale. Ma Giovanni Antonio Chisu è Desaparecido per i familiari, la Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli e la questura di Roma. Ma vivo, o presunto tale, per gli atti dell’anagrafe di Orosei,suo paese natio, dove non risulta pervenuto alcun atto di morte sicuramente perché il governo argentino non ha mai potuto "certificare" che il giovane emigrato sardo è stato sequestrato, magari torturato e ucciso durante la truce dittatura della giunta militare capeggiata dal generale Videla tra il 1976 e il 1982. E fra le vittime, oltre 30.000, anche migliaia di donne, bambini, uomini di ogni età e stato sociale. Parlando del fratello, Franca Chisu afferma che «Era una persona splendida e altruista e cercava di aiutare i suoi colleghi di lavoro. Motivo per cui iniziò a fare il sindacalista. Ma oltre che lavorare studiava e stava per laurearsi in ingegneria. Non era un terrorista o guerrigliero. Era una persona serena e pacifica sparita senza un perché. Sono venuta qui ad Orosei perché vorrei che il suo paese di origine lo sapesse e lo ricordasse. E’ il minimo che posso fare per dare un tributo alla sua memoria». Franca non si arrende e anche se sono passati 31 anni dalla scomparsa del fratello anche se il suo ultimo ricordo è la testimonianza dei vicini di casa hanno visto Giovanni Antonio e Benjamin circondati da soldati armati che li portavano via verso il nulla.

Marco Camedda

 

PRECISAZIONI SULLA STORIA DELL’EMIGRAZIONE SARDA IN ARGENTINA

LE ATTIVITA’ NEGLI ANNI NOVANTA

Dalle testimonianze degli anziani in loco e dalle Storie d’ Oltremare di Mariangela Sedda, basate sulla corrispondenza di una sarda emigrata in Argentina nel 1913; sappiamo che già esisteva  una società sarda ad Avellaneda. Il Circolo Sardi Uniti di Mutuo Soccorso venne fondato a Buenos Aires nel 1936 ma non aveva  sede propria. Nel 1955, grazie anche al contributo economico  dei soci, venne acquistata da Gavino Tavera una vecchia casa nel quartiere Caballito, più un pezzo di terra a Moreno conosciuto come "Recreo Sardi Uniti" o  "Moreno viejo" che divenne il punto d’incontro domenicale per le famiglie associate e provenienti da tutta la provincia di Buenos Aires anche perché  per molti anni, la proprietà di Caballito era servita come dimora per un gruppo di senza tetto. Il primo contributo della Regione Sardegna arrivò nel 1989; venne utilizzato dall’allora presidente Giovanni Mongiu  per la ristrutturazione della vecchia casa. Nel periodo tra il 1993 ed il 1995, la commissione direttiva  con alla Presidenza Cosme Tavera , e  grazie ai contributi, venne  realizzata la ristrutturazione della sede con lo scopo primario di creare spazi atti, alternativamente, allo studio dell’informatica, della lingua italiana, delle tradizioni e dei balli sardi; ad uno spazio biblioteca,sala di lettura e  sala conferenze.  Il periodo tra il 1990 ed il 1995 è stato  uno dei migliori, nel circolo Sardi Uniti e tra le stesse associazioni sarde in Argentina. La squadra di calcio allenata da Antonio Fantasia, segretario della commissione direttiva e cofondatore della Federazione dei circoli sardi di Argentina partecipò con successo alla Coppa Italia 90 organizzata dal Consolato Generale e il COEMIT. Presidente della commissione di disciplina della Coppa Italia 90 è Bachisio Fantasia, la squadra dei Sardi continua a partecipare con successo ad altri tornei per molti anni. Si tenne  la prima festa della  Juventud Sarda/  FEDITALIA che venne organizzata  assieme alla  commissione dei giovani. I sardi di Buenos Aires e La Plata parteciparono per la prima volta alla sfilata del Dia dell’Emigrante a Beriso, con costumi e bandiere della Sardegna. Negli anni 1992 e 93 Teresa Fantasia allora vice segretaria della commissione direttiva, organizza la Scuola d’italiano con tre corsi molto frequentati. Nel 1994 viene avviato il progetto della "Scuola di ballo sardo"; nacque, con la collaborazione di Giovanna Porcu del Circolo Antonio Segni di La Plata,  il gruppo folk Icnusa.

Teresa Fantasia

 

SILLOGE DI FRANCESCO PASELLA DI TEMPIO PAUSANIA

IL PORTO DEGLI SCONFITTI

L’attuale poesia in limba sarda, grazie ai significativi percorsi dei poeti Pietro Mura e Benvenuto Lobina, attinge alla radice identitaria e di tradizione con un sentimento-linguaggio di valenza universale; l’immaginaria e naturale creatività poetica dei sardi illacanat (sconfina) e si confronta perciò continuamente con le correnti letterarie "di risonanza universale", nel segno della pari dignità dell’espressione artistica e civile. Di buon livello riteniamo anche la poesia moderna in italiano, prodotta da giovani autori sardi d’avanguardia che si caratterizzano in continue ricerche, sperimentazioni e promuovono dibattito su contenuti e ruolo-funzione-compito del poeta. Tra le promesse liriche annoveriamo Francesco Pasella di Tempio Pausania, segnalatoci dal noto poeta e scrittore gallurese Pasquale Ciboddo, che con la silloge IL PORTO DEGLI SCONFITTI scrive versi fatti "decantare" nel cuore ed offerti in tutta la sua essenziale "nudità"; rivelatori dell’anima per ragione, sentimento e spiritualità. Le proposte, da leggere come un percorso che si sbarazza totalmente della liricità classica, si affidano a diversità ritmiche, sonorità-asprezza delle parole e versi immaginifici ed imprevedibili che giocano con risultati sorprendenti tra surrealismo ed ermetismo. L’alone di ermetismo ed oscurità cela spesso il significato autentico delle composizioni, quasi ad avvalorare un principio estetico consolidato nella struttura lirica moderna. Diverse poesie rappresentano frammenti autobiografici di velata tristezza esistenziale, domina
ti da un senso di isolamento e riflessioni da enunciazione filosofica (aforismi!). Uno spiraglio traspare dall’esplorazione del mondo femminile: già nella dedica della pubblicazione si definisce la donna "grazia irraggiungibile per noi uomini". La poesia diviene anche voce ironica e critica sulle tante "caricature" e "consuetudini sociali" che l’apparire e non l’essere alimentano. L’immagine di copertina e le illustrazioni interne, in sintonia con le composizioni, sono di Tomaso Pirrigheddu. Quella di Pasella è una poesia da crescere e coltivare, che ha ricevuto importanti riconoscimenti in premi nazionali e internazionali. (Francesco Pasella, Il porto degli sconfitti, TAS, Sassari, euro 5,00)

Cristoforo Puddu

 

CON LE IMMAGINI CHE ILLUSTRANO IL "NURAGHE CHERVU" DI BIELLA

"SU CALENDARIU 2009" DEDICATO ALLA BRIGATA SASSARI

Su Calendariu 2009 è l’omaggio alla Brigata "Sassari" dei Sardi di su disterru e si inserisce nel progetto triennale del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella, per le celebrazioni nel 2011 dei 150 anni dell’Unità d’Italia, cui la Sardegna ha dato nome e fondamento giuridico: il 17 marzo 1861, infatti, il Regno di Sardegna cambia nome e diventa Regno d’Italia. Illustra alcuni momenti dell’inaugurazione di Nuraghe Chervu e della intitolazione del monumento alla Brigata "Sassari", nel 90° anno dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la Quarta del Risorgimento italiano. Nuraghe Chervu, che prende il nome dal Torrente Cervo, luogo presso cui sorge, sarà una delle porte del costituendo Parco Fluviale Urbano, è formato da massi estratti dalle cave di Curino e da pietre provenienti da diverse regioni d’Italia. Il nuraghe è inserito all’interno di un giardino mediterraneo in cui sono state piantumate anche alcune essenze botaniche offerte dal Corpo Forestale della Sardegna, per ricordare i nuovi nati nella Comunità sarda di Biella. Anche il Comune di Asiago ha inciso e portato a Biella una pietra dal suo altopiano. La scelta dei blocchi di roccia biellese sottolinea l’antico legame tra Biella e la nostra Isola, legame che trova una delle sue massime espressioni nell’emblematica figura di Alberto Ferrero Della Marmora. Allo scienziato biellese, infatti, senatore del Regno di Sardegna, sono dovuti gli studi mineralogici sardi e piemontesi tra cui quello relativo a un particolare filone di roccia magmatica – il melafiro – che per 23 chilometri unisce il Biellese e la Valsesia: tre lastre di melafiro decorano il monumento a lui dedicato da Quintino Sella all’interno della Basilica di San Sebastiano di Biella. Le altre pietre, provenienti da ogni parte d’Italia, vogliono rievocare il dolore delle guerre e dei sacrifici che hanno contribuito alla creazione dell’Italia moderna, coi tanti giovani, tra cui i 523 Caduti biellesi e i 98.124 richiamati sardi – uno ogni nove abitanti dell’Isola.  Con i suoi 13.602 Caduti, la Sardegna ha pagato all’Italia il prezzo più alto in rapporto alla popolazione grazie ai fanti della gloriosa "Brigada Tataresa", la Brigata "Sassari": il 3 dicembre 1915, i vertici militari disposero il trasferimento di tutti i fanti sardi nella "Sassari", unica Unità dell’Esercito Italiano ad essere tuttora costituita con arruolamento su base regionale. Al generale Alberto Ferrero Della Marmora è intitolata la caserma sede del Comando Brigata "Sassari" a Sassari. La Brigata "Sassari", erede delle tradizioni del Terçio de Cerdeña, del periodo aragonese-spagnolo e del Reggimento di Sardegna, del periodo sabaudo, fu costituita il 1° marzo del 1915 a Tempio Pausania (SS) e a Sinnai (CA), su due Reggimenti, il 151° e il 152° fanteria, composti interamente da Sardi. Nel luglio dello stesso anno attraversa l’Isonzo e viene subito impegnata in combattimento: Bosco Cappuccio, Bosco Lancia, Bosco Triangolare, furono tappe eroiche per il conseguimento del primo titolo d’onore che la Brigata conquistò, espugnando le trincee delle "Frasche" e dei "Razzi", meritando la citazione, prima tra tutte le Unità dell’Esercito, sul Bollettino del Comando Supremo: "Agli intrepidi Sardi della Brigata Sassari", frase incisa sul menir del complesso monumentale di Biella. Spostata dal Carso sull’altopiano di Asiago, nel giugno 1916 riconquistò Monte Fior, Monte Castelgomberto e Casera Zebio. Il 3 agosto, i suoi reggimenti ricevettero la prima Medaglia d’Oro. Nei tragici giorni di Caporetto, i fanti della "Sassari" contrastarono fino al Piave le avanguardie nemiche, combattendo con straordinaria coesione morale, disperato orgoglio e granitica compattezza organica. Il battaglione "Musinu" fu l’ultimo dell’intero Esercito a ripiegare oltre il Piave, attraversando il Ponte della Priula, inquadrato a passo cadenzato, quasi irridendo il nemico che incalzava. Ultimi a ripiegare, i Sassarini furono i primi nella riscossa. Sull’altopiano dei "Sette Comuni", nel gennaio 1918, la Brigata fu protagonista della battaglia dei "Tre Monti" (Col de Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella), che valse la seconda Medaglia d’Oro alle Bandiere dei reggimenti. La Grande Guerra costò alla "Sassari" oltre 15.000 vittime: 2.164 caduti e 12.858 tra feriti, mutilati e dispersi. Caddero 138 Sassarini ogni 1000 incorporati (la media nazionale fu di 104). 6 Ordini Militari di Savoia, 9 Medaglie d’Oro, 405 d’Argento, 551 di Bronzo, rappresentano il riconoscimento del valore individuale dei Sardi che si batterono all’ombra delle due gloriose Bandiere, ciascuna delle quali venne decorata con 2 Medaglie d’Oro al V.M. Il caso è rimasto unico nel nostro Esercito, nell’arco di una sola campagna di guerra. Nell’ordinamento provvisorio del 1919, la Brigata "Sassari" viene mantenuta tra le Brigate permanenti come riconoscimento per lo straordinario valore dimostrato in guerra. Una memoria collettiva affievolita, da sottrarre a una sorta di "damnatio memoriae", che con Nuraghe Chervu si vuole rinvigorire e tramandare, rinsaldando e metabolizzando frammenti di storia e di geografia attraverso il Concorso Scolastico "Le pietre e il sacro, disegna un nuraghe", cui hanno risposto 729 studenti e che han permesso col loro contributo di idee l’edificazione di Nuraghe Chervu, e il coinvolgimento dei "Ragazzi delle spade" che han sfilato issando le antiche insegne nuragiche: progetto artic
olato e condiviso dalle Regioni Piemonte e Sardegna, dalla Provincia di Biella e dalla Città capoluogo che ha accettato l’impegno e la proposta del Circolo Su Nuraghe per l’erezione del monumento. Dolce coronamento, i "nuraghini al mirto", rafforzano, anche attraverso il gusto – cioccolato piemontese e mirto di Sardegna – i legami profondi che caratterizzano i nostri popoli.
Battista Saiu

 

LA STAGIONE E’ COMINCIATA CON LA FESTA DEI BAMBINI, PENSANDO A FABIO MURONI

CLOWN TERAPIA E SOLIDARIETA’ ALL’AMIS DI CINISELLO BALSAMO

E’ ormai tradizione consolidata portare i bambini al circolo AMIS all’inizio dell’anno per la festa dell’epifania. Una tradizione storica anche per gli amici della Sardegna soci dell’associazione di Cinisello Balsamo, cominciare il proprio programma intenso di attività culturali e ricreative, dedicandolo ai bambini. Quest’anno, poi, ha assunto una prerogativa particolare legata alla solidarietà. Per mettere a frutto questa binomio fra divertimento e solidarietà, ci ha pensato l’Associazione di Clownterapia "Le note del sorriso" di Gorgonzola. Questo gruppo opera principalmente negli ospedali di Milano e provincia per far comparire un sorriso sul volto di bambini ammalati, ma anche anziani che vivono nelle case di riposo. Molti pensano che fare beneficenza e poter donare sia un privilegio di pochi. Ci sono invece mille modi per rendersi utili.. c’è chi elargisce effettivamente denaro, sovvenzionando tanti progetti stupendi.. ma c’è anche chi dona la sua professione e il suo mestiere, come ad esempio i medici che si recano nelle missioni umanitarie.. c’è poi chi dona la sua innata capacità di far ridere, mettendola a disposizione degli altri, come il clown. Tra le tante associazioni che praticano la clownterapia, ce ne sono infatti alcune composte esclusivamente da volontari non professionisti che decidono di essere pagliacci semplicemente per la gioia di scoprire che ognuno di noi "può donare qualcosa, sia pure un sorriso" e non per fare della clownterapia una vera e propria professione  E’ lo spirito della volontarietà (non ha sponsor, si autofinanzia e trascorre il suo tempo libero tra gli ammalati senza chiedere all’ospedale alcun contributo), divenendo così il testimone quotidiano dei positivi influssi della terapia del sorriso: e donare un sorriso diventa lo scopo di questi ragazzi che puntualmente ogni settimana indossano la loro divisa, un camice rigorosamente variopinto e l’immancabile naso rosso, per trasformarsi in veri e propri "volontari della gioia" in corsia. I clown in ogni loro "servizio" utilizzano armi e strumenti insoliti ma molto apprezzati non solo dai bambini ma anche dai più grandi: centinaia di sculture realizzate con i loro coloratissimi palloncini, gag e favole per i più piccini, giochi di micromagia e illusionismo… e poi scenette comiche, spettacolini improvvisati e tutto quanto possa allietare la degenza in ospedale. Si riuniscono prevalentemente in associazioni ONLUS (come "Le note del sorriso") senza fini di lucro che operano con finalità esclusivamente sociali e umanitarie, attraverso l’istituzione e l’organizzazione della figura del "Volontario-Clown" (prima volontari, appunto, e poi clown) che svolge servizi presso i vari reparti di ospedali, case di cura, ambulatori medici, case di riposo per anziani, comunità di disabili, comunità di bambini, pellegrinaggi; ecc. E infatti questi clown oramai da tanti anni visitano le pediatrie e i reparti ospedalieri di varie città, nelle quali sono poi organizzati in veri e propri gruppi o associazioni i cui nomi evocano il loro spirito claunesco che li guida. I clown hanno l’obiettivo di diffondere il pensiero positivo, la speranza, la gioia e l’amore per il prossimo: ogni fine settimana, perciò, un camice variopinto e un naso rosso testimonia l’impegno di chi visita i degenti delle strutture sanitarie, a partire ovviamente dalle pediatrie, luogo d’azione privilegiato di questi volontari. La solidarietà dei soci dell’AMIS per questa epifania del 2009 è stata espressa a favore del piccolo Fabio Muroni, colpito dalla rara sindrome di west. Sono tanti i soldi che dovranno essere spesi per poter aiutare il bambino in cure mediche da affrontare negli Stati Uniti. E la corsa alla solidarietà per Fabio, ha da diverso tempo coinvolto le associazioni dei sardi emigrati. L’AMIS, nella figura della presidente Carla Cividini ha devoluto al nonno di Fabio, presente in questa giornata, ben mille euro raccolti in tutto il 2008 fra i soci del circolo. La sorpresa finale è stata quando anche i clown de "Le note del sorriso", hanno a loro volta girato il cachet pattuito con l’AMIS per la loro presenza a Cinisello Balsamo, alla causa del piccolo Fabio.

Valentina Telò

 

DALLA SVIZZERA, RIFLESSIONI SULLE PROSPETTIVE OCCUPAZIONALI

DONNE IN PENSIONE A 65 ANNI

Mi piacerebbe si riflettesse sulla proposta avanzata dal ministro italiano Brunetta per quanto riguarda la pensione a 65 anni per le donne italiane. Capisco molto bene che i sindacati siano contrari per principio in quanto devono difendere posizioni acquisite da chi li mantiene in vita con le quote associative. Per una volta mi piacerebbe che pensassero anche ai figli dei loro iscritti e pertanto ragiono a voce alta per vedere cosa ne pensano i lettori del giornale. La prima considerazione riguarda il problema del congedo per maternità che, essendo attualmente un periodo molto limitato, è tra i primi fattori della crescita zero delle popolazioni occidentali. Johann Eekhoff, Direttore dell’Istituto di politica economica dell’università di Colonia ed ex segretario di stato nel ministero dell’Economia, nel 2006 ha pubblicato nel tabloid Bild Zeitung, una proposta provocatoria. «A chi non ha figli, le pensioni dovrebbero essere ridotte della metà. Anzi, dovrebbero essere escluse dal sistema pensionistico, che funziona solo se viene finanziato dalle generazioni successive». Secondo uno studio dell’istituto per la crescita demografica e lo sviluppo di Berlino, sino al 2050 crescerà il numero delle donne che decider&
agrave; di non procreare facendo franare la stabilità demografica che necessita di 2.1 figli per donna (1.36 nel periodo citato e già ben sotto la media). Le donne che restano a casa ad allevare figli rendono un servizio alle future generazioni. Quelle che decidono di dedicarsi esclusivamente alla carriera, godranno per contro di vantaggi resi possibili da chi ha deciso di diventare genitore. Con il sistema attuale appare evidente che le donne con figli sono economicamente svantaggiate rispetto a quelle senza e per forza di cose si deve pensare ad un livellatore sociale che tenga conto di questa disparità. Per evitare di apparire integralista come lo studioso citato e riprendere il filo con la proposta del ministro italiano, mi appare evidente che come al solito la soluzione ai problemi – come la verità – sta immancabilmente nel centro. I figli delle donne occidentali sono allevati ormai da decenni dalle nonne che hanno sostituito le mamme nell’allevarne la prole – oltretutto con i problemi collegati alla sana educazione dei nostri fanciulli che crescono senza il sano rigore educativo. Sulla base di questa semplice constatazione, aspetterei a gridare allo scandalo per un innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni concedendo però come contropartita la possibilità alle donne – che desiderano procreare – di allevare la loro prole come natura comanda e per un periodo sufficiente allo svezzamento dei loro figli. Se invece si vuole continuamente gridare allo scandalo al solo pensiero di perdere privilegi ormai fuori di logica, lasciamo pure che politici opportunisti continuino a raccontarci verità che ci fanno comodo perché la realtà non è quella che vorremmo. Personalmente rimpiango idilliaci quadretti familiari di mammine a spasso o indaffarate per negozi con i loro bambini molto meno viziati. Per contro, mi infonde un leggero senso di tristezza il via vai di nonne sempre meno pazienti – del resto non hanno più l’età tantomeno l’autorità – con nipotini troppo esuberanti e impuniti per quello strano gioco del destino che le rende permissive oltre ogni logica. Sono convinto che se le nonne facessero … le nonne, non sarebbero la fine del mondo uno, due, tre anni di attesa della pensione. Dirò di più! La fatica di qualche anno supplementare nel mondo del lavoro è sicuramente minore del dover correre dietro intrattabili schizzi di energia che se ne fregano dei pistolotti che hanno la sola conseguenza in un tardivo rimprovero quando e se verranno ricordati a fine giornata.

Paolo Sanna

 

COMPIE VENT’ANNI LA "GAZZETTA DEL SULCIS IGLESIENTE"

SPAZIO ANCHE ALLE ATTIVITA’ DEGLI EMIGRATI SARDI

Proprio quest’anno "Gazzetta del Sulcis Iglesiente" celebra il suo ventesimo compleanno ed ha, da tempo, battuto ogni precedente record di sopravvivenza dei giornali editi, dal 1870 in poi, nel territorio Sud Occidentale della Sardegna. Non è un titolo di vanto, ma solo di oggettiva constatazione, cui sono legati grandi sacrifici e rinunce, impegno costante e sempre attento, stimolo derivato dal mio personale impegno (fin dal 1960) di collaborazione con quotidiani sardi, con Rai, Ansa, Agi, Il Messaggero di Roma, La Nazione di Firenze, Tuttosport, Tv e Radio locali. Il Sulcis Iglesiente, finora, è sempre stato "trattato" per lo più con cronaca, nera, pagine contro la sua industrializzazione, insofferenza per qualsiasi proposta positiva che venisse avanzata. Io ho abbandonato tutte le mie collaborazioni (alcune ben compensate) ed ho deciso di rompere questo sistema, varando "Gazzetta del Sulcis", diventata con l’avvento della nuova Provincia, "Gazzetta del Sulcis Iglesiente". Il sostegno ricevuto dagli inserzionisti locali (e non) è stato tale da incoraggiare tale iniziativa fin dall’inizio. Dopo 18 anni di periodicità quindicinale, l’anno scorso il giornale è diventato settimanale, raccogliendo ulteriori consensi. Oggi, con una sua Redazione (via Gramsci-Carbonia) e una quindicina di collaboratori fissi e occasionali, "Gazzetta" è ancor più impegnata nel dibattere i problemi politici, economici, lavorativi, sociali, culturali e della realtà locale del Sulcis Iglesiente, senza tralasciare le Province di Cagliari e Medio Campidano. Unica eccezione viene riservata ai problemi culturali che non trovano confine nell’Isola. Il giornale è venduto nelle edicole di mezza Sardegna e spedito in abbonamento postale, tra i quali conta abbonati diversi Circoli sardi d’Italia e d’Europa (una copia finisce in abbonamento persino in Centro Africa). Altro impegno che abbiamo assunto, come capita da diversi mesi, riguarda alcune corrispondenze che ci arrivano dai Circoli dei Sardi verso i quali nutriamo una particolare simpatia e debolezza, ma ai quali sollecitiamo ulteriore impegno a farci conoscere l’attività svolta. Ciò non significa che tutto quanto ci perverrà sarà pubblicato, anche perché la fogliazione del giornale è quella che è. Ma, a dire il vero, non ci manca il materiale da pubblicare. I temi e i problemi, ancorché la storicità e monumentalità del territorio, sono più che abbondanti. Ci rendiamo conto che ogni innovazione cammina lentamente, ma non per questo demotiviamo l’impegno fin qui portato avanti. D’altro canto il giornale in argomento ha un Direttore che ha iniziato a scrivere sui giornali sardi nel 1960. Egli è stato, nel tempo, componente del Sindacato dei giornalisti sardi, del Consiglio Nazionale (6 anni) dell’Ucsi, attualmente vice Presidente dell’Ucsi regionale. Da giugno prossimo sarà Presidente del Rotary Club di Iglesias. Caro Massimiliano, sarei oltremodo contento se sull’autorevole "Tottus in pari" facessi cenno di questa realtà che da anni raggiunge diversi abbonati Circoli sardi.

Massimo Carta

2 risposte a “Tottus in Pari, 231: Sardegna, madre e matrigna”

  1. Caro Massimo, ma quanta strada hai fatto con Tottus in Pari? Da componenti del direttivo del circolo AMIS eri ancora uno sbarbatello quando hai preso in mano le redini del gruppo giovani. E mi ricordo ancora il primo numero. Un pò di suggerimenti li hai seguiti… Soprattutto tanta costanza che ti fa onore. Passione, tanta passione ci vuole nel far le cose. E tu, insieme a Valentina (a proposito domenica ho visto che faceva la reporter al posto tuo.. appunti e macchina fotografica) con questo bel blog lo state dimostrando. Bello e vitale… tante immagini, tanti colori. Allegro. Bravi

  2. Non penso che mio padre mi abbia raccontato delle fole.Mio nonno Luigi fu l’ultimo fante del reggimento a passare su l ponte della PRIULA,con la cassaforte del comando,a spalle prima che venisse fatto saltare.Mio nonno era per la sua vigoria soprannominato “LEONE”.Il suo comandante,fu insignito di Medaglia al Valor Militare.A mio nonno furon date 5oo lire e una licenza premio.Vi comperò un gregge di pecore.Son citati tutti Ufficiali esclusivamente per quell’avvenimento eroico.Del fante pastore,SANNA LUIGI di Samassi (CA),nessun accenno.E si che non si elargivano facilmente 5oo lire di riconpensa in quei periodi.Se qualcuno fosse a conoscenza del fatto,avrei piacere di conoscerne i particolari.La mia mail l’avete.
    Grazie per l’attenzione.

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