Con Maria Ausilia Fadda, "le fonti, i pozzi sacri e il culto dell'acqua in Sardegna"

di Sergio Portas

 

In genere si parla di preistoria quando gli uomini che ci hanno preceduto in questa terra non hanno lasciato nulla di scritto, da qui la difficoltà di immaginarsi come vivevano le giornate, che valore dare ai monumenti che ci hanno lasciato, alle statue, ai bronzi, ai pozzi squadrati di acque pronte a baciarsi nei pleniluni d’estate. E’ pur vero che dei nostri antenati nuragici, che è di loro che andiamo narrando, altri popoli hanno scritto, descrivendo però inevitabilmente i loro comportamenti in quanto tali, pessiquedi, senza la possibilità di accedere alle motivazioni profonde che li determinava. E allora tocca agli archeologi dare vita di romanzo alle opere che vanno scavando: interpretare quei cocci, quelle torri di pietra di inverosimile pondo, quelle grotte scavate a rifugio di fata. Oggi è Maria Ausilia Fadda, direttrice della Soprintendenza dei beni archeologici di Nuoro, che si cimenta in quest’azzardo interpretativo e la scelta del tema che intende trattare : "Le fonti, i pozzi sacri e il culto dell’acqua in Sardegna" è di quelli che colpiscono al petto ogni sardo che si rispetti, fatto sta che al circolo sardo di Milano non c’è più spazio neanche per le sedie che si è dovuti andare a chiedere in prestito ai "lumbard" che abitano di fronte. Della Dottoressa Fadda dirò solo che insegna lettere nei licei sardi, che ha un curriculum infinito di pubblicazioni visto che ha curato lo scavo di centonovanta siti in Sardegna e che è un a donna solare di bellezza e sapienza, che sono come è noto doti che fanno innamorare chiunque e mi sento di dire (sommerso dal clima di imperante lassismo morale) maschi e femmine che siano. Intanto perché lei parla prevalentemente di acque, e che l’acqua sia strettamente imparentata con la vita già lo intuirono i Nuragici semplicemente osservando l’imbiondirsi del grano in Campidano, più folto e abbondante quando le piogge bagnavano la primavera, o più semplicemente prendendo atto che la sete, per uomini ed animali, deve essere calmata al pare della fame, se si vuole continuare a vivere la vita. Noi moderni che abbiamo mandato per lo spazio i satelliti a fare foto di tutto si sa oramai che la Terra andrebbe a chiamarsi più opportunamente "Acqua", che i mari la sommergono per tre quarti, che le cellule componenti i nostri corpi sono acqua in percentuale anche maggiore, che è in mare d’acqua che nuota il feto prima di uscirsene piangendo a respirare aria  anche lui. Quindi è col sacro che ha a che fare la molecola magica che tutti ci determina, e ancora oggi i fisici che aspirano al Nobel si perdono in interpretazioni azzardate ricche di legami a idrogeno e macromolecole, per tentare di spiegare il comportamento chimico-fisico di questo composto capace di cristallizzare in nove diversi sistemi cristallini, di mutarsi in vapore e ritornarsene al suolo in distillato di pioggia o in chicchi di grandine o ancora in fiocchi nevosi, a miliardi di miliardi mai uguali l’uno con l’altro. E allora pei Nuragici l’acqua sgorgante dai pozzi era sacra E di quei pozzi ci parla Maria Ausilia Fadda, di santa Cristina: una sorta di nuraghe rovesciato, formato da blocchi di pietre squadrate messe in opera con la tecnica dell’incastro alternato. O di "Su Tempiesu", scavato da Lilliu nel ’53, il pozzo circondato da una sorta di andito con panchine di pietra, con una fossetta di decantazione che fa sì che lo specchio d’acqua rimanga sempre limpidissimo. Riscavandolo lei ( e ci fa vedere le foto in cui giovanissima era ancora più bella) seguendo il rivolo d’acqua che usciva dal pozzo principale (destinato ai sacerdoti ed ai capi) ne ha trovato un altro in cui erano ciondoli e collane e bronzi. Bronzi votivi che venivano prodotti in serie giusto per essere offerti nei luoghi di culto. Prodotti col sistema della "cera persa" dal 1330 a.C. fino a tutto il settimo secolo sempre a.C. Bronzetti con organi sessuali in bella evidenza, e con in testa "bonette" che sembrano usciti dai negozi del centro di Nuoro. E la roccia vulcanica usata a costruire il tempietto trasportata dalla Baronia e da Oniferi. E a Fonni ha scavato l’unico acquedotto sardo, vicino al passo "Corr ‘e boi", con le canalette ricoperte dalla trachite fatte venire da Ottana, e da Ardauli. Ma da dove veniva l’ambra che si rinviene nei pozzi sacri sardi visto che questa resina fossile non esiste nella nostra isola? Quei vaghi di collana ne hanno fatta di strada, dai paesi Baltici fino al polesine, dove veniva scambiata, con cosa ancora non è ben chiaro. Questo "electron" in greco era elemento preziosissimo, legato dice sempre la Fadda al mito di Fetonte, la cui disgraziata sorte aveva generato le lacrime delle sorelle, gocce d’ambra appunto. Lo storico Solino parla delle acque che fuoriescono come luoghi purificatori, usati per riti ordalici dai nuragici, con il presunto reo che veniva immerso nella fonte i cui residui solforosi potevano accecarlo, decretandone così la colpevolezza davanti al popolo tutto. Questi nuragici tanto bellicosi nei bronzetti votivi ci hanno lasciato però testimonianze di un vissuto di pace, se passate per Oliena andate a Gollei, nella valle di lanaittu, la valle del Cedrino, e vi troverete immersi in un museo a cielo aperto: con trentasei nuraghi scavati e mai che se ne sia trovato uno a uso bellico. Le capanne costruite tutte intorno a un cortile, in una di esse ancora un incredibile ambiente circolare, con teste d’ariete, un sedile, un bacile. Allora in Sardegna c’era un villaggio ogni 4 chilometri quadrati e un nuraghe ogni otto, il villaggio di almeno duecento capanne con circa ottocento abitanti. Molti paesi di Marmilla non arrivano, oggi, a queste cifre. E i nuragici di allora avevano una vita spirituale intensissima, certo anche in quel periodo i "ricchi" potevano permettersi bronzi di culto diversi da quelli che venivano prodotti in serie per i meno abbienti: ce ne sono di quelli che riproducono donne vestite molto semplicemente, i maschi diversamente , specie se guerrieri, vestono in modo molto ricercato, sono molto più vanitosi! Ce ne è uno che offre un cervo alla divinità acquatica, con il suo cane da caccia. Nei pozzi si trovano asce di bronzo, anche questo è roba da ricchi se già in Omero, in onore di Patroclo morto, Achille ne promette ben dieci ad uno dei vincitori dei giochi che dovevano dare lustro al defunto. E anche al tempio di Carcaredda, in Ogliastra, si sono trovati spade, asce, collane d’ambra. Come al "Romanzesu" di Bitti, in cui l’acqua captata veniva canalizzata in vaschette e poi in un bacino gradinato. Vicino quattro templi a megaron ( come nei micenei) di cui uno trasformato in cenotafio, in cui si sono trovati puntali di lancia e vaghi d’ambra in grande quantità, utilissimi per la datazione, e paste vitree di derivazione fenicea. Nella capanna centrale dello "sciamano" migliaia di ciotoline di quarzo rosso. E ancora a "Sos Nurattolos" ad Alà dei Sardi o al tempio di "Domu ‘e Orgia" a Estersili , e come non andare a vedere il Megaron di "S’arco e is forros" di Villagrande Strisaili ,per non parlare di "Serra Orrios" a Dorgali. Insomma è la Sardegna tutta che è grandissimo museo a cielo aperto e questo filo rosso che lega nuraghi trilobati a pozzi sacri e tombe di giganti sembra fatto apposta per tessere un percorso per visitatori di qualità, diciamo pure per turisti che vogliano farsi meravigliare da un popolo preistorico unico, che parla oggi con la voce sciamanica di Ma
ria Ausilia Fadda, archeologa in Nuoro.

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