yes we can! con Barack Obama l'emigrato, la svolta stelle a strisce

di Massimiliano Perlato

 

Una notte pensando di essere in Times Square a vivere emozioni a cristalli liquidi invece che esser in diretta tv. Io New York c’è una probabilità che la veda il prossimo anno. Una città da dare in pasto ai turisti, giusto per poter dire di essere stati ad Harlem, a Manhattan, davanti all’Empire.. Immagino la Harlem di oggi che nel frattempo è diventata un’altra Harlem. Adesso ci vanno ad abitare anche i bianchi, perché i prezzi sono più bassi rispetto a certe zone di Manhattan. Al Lenox Lounge, con birra o cocktail d’ordinanza, si brindava e si parlava con un occhio alla tv. Sono parecchi I bianchi con la spilla di Obama ad attendere e notizie dall’alto volume alto della Cnn. C’era gente che si rimpinzava da McDonald’s e Burger King, altra che si ustionava da Starbucks, altra ancora che girava tra gli scaffali di H&M. Non c’è più il ghetto violento descritto in certe guide di vent’anni fa. Stavano per eleggere il primo presidente nero e sembrava un martedì come gli altri. L’unico segno di discontinuità è l’assembramento davanti a un maxischermo. Una  discreta folla assiepata. Ogni tanto si sente la voce di uno che arringa i presenti. Due applausi. Qualcuno suona il bongo. La Cnn sta ancora troppo sul vago per i gusti e le attese di questa gente. Di tanto in tanto si assegna qualche staterello, soprattutto a Obama. Il quorum si avvicina. Ogni volta parte un gridolino, un battimani. Qualche sospiro. Stato dopo stato i numeri di Obama impazziscono e poi, con la California, sballano. Cori, urla, gente che piange. La festa aspetta solo la parolina magica, "elected", che  appare sullo schermo poco dopo le undici, le cinque del mattino in Italia. La gente ballava, si abbracciava e cantava. Ma quelli più anziani, avevano varie gradazioni di occhi lucidi, e qualcuno piangeva a dirotto perché  si vedeva che questa gente, questo quartiere, un momento così lo hanno aspettato una vita e adesso ce l’hanno davanti e quasi non ci credono, anche se i sondaggi erano favorevoli, le premesse c’erano e, tutto considerato, l’eventualità che McCain la spuntasse era abbastanza residuale.  Obama è presidente. Arriva una folla pazzesca, Harlem scende in strada e converge lì, il luogo da cui tutte le televisioni facevano i collegamenti in diretta per testimoniare la reazione della New York nera. Una calca abnorme. Mentre i risultati arrivavano, i poliziotti – giunti in forze senza dare nell’occhio – erano riusciti a transennare la strada. Si aspetta il collegamento da Chicago. Quando appare Obama, il caos è alle stelle. E d’incanto tutti zitti ad ascoltare un discorso che finirà sui libri di storia, come tutta questa notte.

 

 

L’America ha mandato un messaggio al mondo. Con queste parole Barack Obama, il senatore democratico dell’Illinois e ora il presidente in pectore degli Stati Uniti, ha commentato la sua vittoria. "L’ora del cambiamento è arrivata". "Se c’è ancora qualcuno che ha dubita che l’America sia un posto dove tutto è possibile, che ha dubbi sul potere della democrazia, ha avuto la risposta". Una risposta che non ha bisogno di parole, si descrive con "code che non si sono mai viste ai seggi, di persone che hanno votato per la prima volta nella loro vita, convinti che questa volta le loro voci saranno ascoltate". Obama lo ha detto di fronte a una folla immensa di persone riunite a Grant Park, a Chicago, che lo ha accolto con un boato e un applauso interminabile. "Yes we can": sì possiamo è "Il credo americano". La straordinaria vittoria di Barack Obama non cambia il mondo. Cambia la possibilità di cambiarlo. Il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America non è stato solo eletto a grande maggioranza dal suo popolo, è stato virtualmente plebiscitato da gran parte del pianeta. La doppia legittimazione, domestica e globale, di un leader assai consapevole di sè e del proprio ruolo storico, ridistribuisce le carte del gioco geopolitico su scala mondiale. E’ ancora presto per stabilire come. Ma certamente tutti i potenti del mondo, amici o avversari dell’America, stanno ricalibrando il proprio modo di approcciarsi alla principale potenza.  L’America può, perché è un paese unito; l’America può, perché sa sognare. I primi discorsi del nuovo Presidente sono pieni di accenni alla lunga storia dei diritti civili che ha condotto all’elezione del primo presidente nero, incluso un accenno a Martin Luther King, il "predicatore di Atlanta che disse ‘we shall overcome. Barack Obama ha ringraziato per il loro amore e il loro sostegno la moglie Michelle («la prossima first lady degli Usa»), le figlie Sasha e Malia e la nonna materna, scomparsa proprio il giorno prima del voto. "America siamo arrivati così lontano, ma resta ancora così tanto da fare". Nel suo discorso della vittoria Barack Obama, ha chiesto l’aiuto agli americani, anche quelli che non lo hanno votato. "Come Lincoln disse a una nazione più divisa della nostra, non siamo nemici, ma alleati – ha detto alla platea di Grant Park, a Chicago – E per tutti gli americani dei quali non ho ancora conquistato la fiducia, forse non ho avuto il vostro voto, ma ascolterò la vostra voce, e ho bisogno del vostro aiuto, sarò anche il vostro presidente". Il 20 gennaio, quando Obama prenderà finalmente possesso della sua carica, non ci sarà più tempo per promesse e discorsi. Il nuovo presidente dovrà subito dimostrare al paese e al mondo di saper essere all’altezza della propria immagine. Molto dipenderà dalla sua squadra, cui in queste ore tutti (compresi molti repubblicani) ambiscono a partecipare. Il vincolo maggiore per Obama sarà lo schiacciante debito nazionale, che viaggia oltre i 10,6 trilioni di dollari. Un macigno che costringerà il "principe della speranza" ad accrescere ulteriormente lo stock di debito onde finanziare almeno parte dei progetti infrastrutturali e sociali necessari a mitigare gli effetti della recessione e ad avviare una moderata redistribuzione del reddito. Il debito nazionale peserà anche sull’azione internazionale della nuova America. Obama sarà costretto a chiedere a tutti, ma in particolare agli "amici e alleati", più soldi e più soldati per sostenere la leadership americana nelle guerre e nelle aree di crisi. Cominciando con l’Afghanistan, dove probabilmente Obama proverà a chiedere però che all’aumento dei soldati contribuiscano questa volta anche gli europei.

2 risposte a “yes we can! con Barack Obama l'emigrato, la svolta stelle a strisce”

  1. Grazie per aver inserito il link del mio sito nel vostro. Nel mio piccolo, e con molta semplicità ed anche grazie all’aiuto di altre persone, cerchiamo di restare “tottus in pari” per contribuire ad un mondo leggermente un pò migliore di come lo abbiamo trovato. Inserirò nel mio sito anche il vostro. Ringrazio per la sua e vostra attenzione e a presto. Resta ben inteso che il mio sito è a vostra disposizione per ospitare qualsiasi intervento suo e di tutti. Un caloroso abbraccio

  2. Il nostro circolo, in occasione della riunione conviviale di ottobre, ha istituito un fondo Pro-Emergenza Nubifragio Provincia di Cagliari. L’iniziativa al momento è solo sorretta dalla generosità delle nostre famiglie e da nostri amici. Abbiamo chiesto la partecipazione di altre associazioni italiane organizzate nella zona di NY. Spero che il nostro appello produca qualcosa anche in questi momenti non certo facili, in cui la situazione economica simpatizza per pochi. Confidiamo nel gran cuore degli italiani e sono certo che batterà per le vittime del nubifragio della provincia di Cagliari..

    Un abbraccio a tutti e buon lavoro

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