Talam, viaggio dentro la civiltà musicale dei sardi

di Sergio Portas

 

Quando nel 2000 la televisione svizzera produsse una serie di documentari incentrati sulla cultura musicale dei popoli, in rappresentanza del bel paese venne scelta la nostra Sardegna. Si intitola Talam questo "viaggio dentro la civiltà musicale dei sardi"; otto anni fa era stato proiettato nel circuito cinematografico milanese e ora viene riproposto al circolo sardo di Milano, giusto per mantenere alto il grado di nostalgia dei soci, la cui età media è, ahimè,  spostata più verso i sessanta che verso i trenta. A tenere le fila del discorso  musicale tutto è Francesco Masala, lo scrittore di Nughedu S. Nicolò scomparso mesi fa; da bravo padrone di casa fa aprire il video ad un altro poeta sardo la cui vita è stata di recente violentemente interrotta ad Orgosolo: Peppino Marotto (e ancora nulla si sa del suo assassino). Io ve la trascrivo pure la poesia, che appare in italiano in sottofondo, ma letta in sardo( possibilmente a voce alta) fa tutto un altro effetto:" Ind’una bella notte ‘e luna prena/ so andadu a dormire a Supramonte/e cun s’isfera lughente de fronte/fidi incantada sa montagna amena/No è sa fantasia ‘e su poeta/chi dilirante componidi su versu/ es propriu sa veridade netta/chi pariada unu mundu diversu/anzisi  unu diversu pianeta/girande cun sa luna in s’universu/.  Questo altro pianeta è, esiste, in grazia di una lingua che lo contraddistingue che, come sottile tenacissima tela di ragno, tutto lo copre e ne tiene avvinti gli abitanti. Parafrasando Masala "a sos tempos de sa pizzinia, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda". La lingua è il mondo e il mondo sardo esprime una cultura , di cui la musica è parte, assolutamente originale, fantastica, mitica. "Il mito, come il fiume, trascina la memoria delle cose dalla sorgente del passato alla foce del presente" (F.Masala). E allora Elena Ledda, voce sontuosa, canta sulla spiaggia:"Dal mare arriva il vento e porta grandine d’oro e pioggia fine fine…".I tenores "Remunnu ‘e Locu" di Bitti col loro rincorrere muggiti e belati di bestie(si supponet che custu cantu fiet millenariu), cantando a "battoro"serenate "a sas pizzinnas".  Cantos de amore dunque, come quel tenore accompagnato da chitarra e organetto che:"…in su monte ‘e Gonare, si no mi dono a tie, mi truncu calchi vena, mi lassu svenare…". Che mi sembra francamente esagerato, ma solo perché non conosco la bella a cui si rivolge. Perché, dice sempre Cicitu Masala :"Inoghe, unu tempusu, sa Sardigna fue piena de ottomiza nuraghes, no esistia sa zittade, no esistia sa idda…sa zente ,massaios, pastores e cazzadores, tribadaiada e poi si divertiana cun ballos,cantos e sonos, tottos sa cosa chi sa zente zaghe oe". E gli strumenti  che più ci riportano al tempo del nuraghe, i flauti, i tamburi, le launeddas, sono ancora quelli che scandiscono le feste dei paesi sardi. E se non avete mai sentito il tamburo di Pier Gavino Sedda  risuonare tra le tortuose stradine di Gavoi, seguito da decine e decine di ragazzini in costume, ognuno col suo tamburino, vi siete persi un’emozione forte, che scaturisce dal ventre della terra. A fare da contralto i campanacci (is pipiolos)delle pecore, che escono scordati dal crogiolo (su botto) ma che, una volta accordati dall’artigiano, suonano una melodia assoluta e incerta nello stesso tempo  all’incedere del branco. E, prima di partire, gli ultimi preparativi (miggias, a postu?), "Samugheo, poi Allai e Marrubiu, dua diese e una notte e seusu in Campidano". E per tetto un cielo di stelle.  Che le donne in nero che cantano i cinque misteri  gloriosi sanno essercene più di uno, dicono infatti :"babbu nostu chi stadis in sos chelos…". Paolo Fresu, capelli lunghi raccolti a coda di cavallo, prima di dare sfogo alla sua tromba parla della piazza come luogo dell’incontro, "la musica è per il ballo, il ballo è per la musica". Riccardo Lay col suo contrabbasso suona "Gobbura", la cantava mamma e parla di una famiglia contadina, povera,sassarese. Si incontra col sassofono di Gavino Murgia al museo Nivola di Orani, anche lui come il grande scultore, "cun sa musica chircande unu ponte ideale tra sa Sardigna e s’America e tottu su restu ‘e su mundu". Alberto Balia usa le corde della sua chitarra per una "fiuda bagadia", che viene dal repertorio delle launeddas. Mentre le donne fanno il torrone, a mano, altre infornano pane "carta da musica, altre tessono tappeti che neppure a Samarcanda. Con voce in sottofondo:" Cantant sus puddos e sos cardinales a manzanile, in berritta ruja e su telargu zocat…tres tramas pro sos sognos, tres tramas pro sa sorte, sa bianca pro sa vida, sa ruja pro s’ammore, sa niedda pro sa morte" (Manzanile de sa tessidora). E poi " cinquecento corpi di uomini vestiti di un bianco saio corrono scalzi, per sottrarre il santo al saccheggio degli invasori che giungono dal mare". Perché, sempre Masala che parla :" s’inimigu vene sempre da ‘e su mare, sos fenicios, sos punicos, sos romanos…sos italianos". Di tutti questi popoli è rimasto segno nel tempio ipogeico di San Salvatore, vicino Cabras, da dove Andrea Parodi, tutti i suoi capelli lunghi, canta un’ave maria di struggente bellezza. Non potevano mancare i mammuthones  di Mamoida e Samugheo, quelli di Sedilo che si buttano coi cavalli a rincorrere una bandiera di pezza,  quelli di Busachi a ballare coi costumi dai colori di zafferano e malva. Ogni tanto intercala una poesia, Pietro Sotgiu che scrive di acque che scorrono gorgoglianti da Tuili alla valle di Oddoene, fra i cogoli bianchi, da Flumineddu, abbondanti fino al mare. "Nessun’atra dea podia cumpetere con s’abba…". L’organetto magico di Totore Chessa. Le launeddas di luigi Lai e di Franco Melis che farebbero ballare anche l’esercito di morti che combatte nell’ultimo libro di Salvatore Niffoi. Alla fine del video alcuni dei componenti il gruppo di teatro "Meda Modos" legge una serie di "ballate" riscritte e non tradotte dal sardo in cui Masala le ha pensate, uno spettacolo che hanno riproposto per ben 18 volte. E nell’agosto del ’95, ad Ardauli, hanno avuto la fortuna di incontrarsi con l’autore. Indimenticabile Agnese nella ballata di Giovanna la rossa : " … prima di sposarmi facevo…la puttana, no mi prascidi a coddai, mi prascidi a pappai…)Anche Giangiacomo Feltrinelli si era innamorato di questo testo, lo pubblicò nel ’62 : "Quelli dalle labbra bianche", uno dei più bei libri contro ogni guerra che mi sia stato dato di leggere nella mia lunga carriera di cacciatore di storie. I giovani di Arasolè sono chiamati  dalla Patria e solo uno di loro tornerà dalla guerra, "Arasolè, dicevo, è un piccolo villaggio, così piccolo che l’odore dell’incenso che esce dalla vecchia chiesetta di Prete Fele arriva fino alle ultime case…(pag.5). Masala è stato un grande intellettuale, convinto che "sa zente de sa pedra non sia icumparsa, che restano sos documentos de custa istoria nostra, sa musica, sos coros, sos ballos, su modu ‘e fueddare, su modu ‘e nare, su modu de mandigare…sighidi ancora oe. Tottu cantos semos ancora in manu de custa antiga zivilidade nuraghesa." . Era altresì convinto che fosse sufficiente scrivere del suo picco
lo mondo perché questa voce fosse intesa da tutti, italiani compresi, ai  quali mai aveva perdonato di avergli imposto, in prima elementare, una lingua totalmente sconosciuta da quella che si parlava in casa sua e nel paese.  Se Giustizia esistesse, diceva, ogni italiano dovrebbe essere bacchettato sulle dita finchè non  parli correntemente  anche il sardo. Sono assolutamente d’accordo con lui.

2 risposte a “Talam, viaggio dentro la civiltà musicale dei sardi”

  1. PRECISAZIONI SUL SITO DELLA GAZZETTA DEL MEDIO CAMPIDANO Ciao Massimiliano, il sito è “in ristrutturazione”, così mi dicono, e i tempi sono scandalosamente guspinesi, non voglio azzardarmi a definirli “sardi”. Faccio continui solleciti. Saluti.

  2. Salve,
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